Il direttore della Zeit, Di Lorenzo: Italiani e tedeschi, amore nonostante tutto

La Grande Bellezza si è persa per strada. O meglio, è più difficile avere oggi, in Germania, un’’immagine dell’’Italia che in qualche modo la contempli. Semmai è una nostalgia, quella per gli anni 50, 60 e persino 70: allora sì che i tedeschi ci capivano. Ora chissà. Giovanni di Lorenzo, direttore del prestigioso settimanale Zeit, padre italiano e madre tedesca, due identità in un cittadinanza germanica, inaugura stasera il Salone parlando di un tema a lui caro: l’’immagine reciproca dei due Paesi.
Si è sempre detto che i tedeschi ci conoscevano meglio di quanto noi conoscessimo loro. È un luogo comune?
«E’ stato vero, però ora vedo una profonda incomprensione. La Germania non capisce la cultura politica italiana, il ventennio berlusconiano ha fatto molti danni. Qui si è abituati a pensare che un politico possa finire in tribunale anche solo per un conto poco chiaro al ristorante. Gli altri leader sono durati troppo poco per mutare la percezione».


Anche Matteo Renzi?
«E’ troppo recente. Certo, gli viene riconosciuto di rappresentare l’’unica forza politica italiana pro-Europa. Ma ci vuole tempo. E non è un problema solo politico. Il tema del Salone sono le Meraviglie: bene, è ora di farle vedere, di farsi sotto».


C’’è un’’Italia che con la Germania parla tutti i giorni. Il settore della manifattura, per esempio.
«Certamente. Abbiamo rapporti stretti, forse più sul piano economico che su quello culturale in senso lato. Detto questo, l’amore per l’’Italia non cambia mai. Il problema, oggi, è che non è ricambiato».


Intende in politica?
«Purtroppo il discorso politico si adagia su luoghi comuni, il peggiore dei quali è che la Germania abbia colpa di tutto quanto accade in Italia. Devo dire che per fortuna non è ripreso dai media tedeschi con l’’enfasi che potrebbe avere. C’’è una cautela diffusa, proprio per evitare di incendiare gli animi».


La presenza al Salone è parte di una più vasta offensiva culturale e politica, per dimostrare di non essere i “cattivi” d’Europa?
«Se è così, non è premeditato. L’’aspetto veramente nuovo è che più l’’America si ritira dall’’Europa, più la Germania deve assumersi responsabilità»


Per diventare anche un gigante politico, non solo economico?
«Per carità, si spaventerebbe a morte. Per diventare grande, nel senso di adulta. La politica della Merkel in Ucraina significa esattamente questo».


Una cosa della Germania e una cosa dell’’Italia che detesta.
«In Italia, la mancanza di senso della comunità, in Germania la tendenza al conformismo e il dogma che le persone si possano educare fino a un ideale di perfezione. Un’utopia».


Se si annullassero a vicenda?
«Temo che anche questa sia un’’utopia».

Che cosa si augura, nei fatti?
«Piccoli passi. E una vittoria al Bernabeu, intanto».


Della Juve?
«La prima squadra non si scorda mai».

La Stampa, 13 maggio 2015

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