Il nuovo saggio di Gustavo Zagrebelsky “Liberi Servi”

Zag“La leggenda del grande inquisitore” di Fedor Dostoevskij è ambientata a Siviglia all’indomani di un immenso rogo con più di cento eretici bruciati. Il Cristo è tornato sulla terra ed è riconosciuto dalla folla festante, ma viene fatto prontamente arrestare dal cardinale Grande Inquisitore, il quale poi in piena notte si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso per sostenere il merito della correzione della sua opera da parte del potere ecclesiastico al fine di renderla veramente adeguata al governo degli uomini, perché questi, contrariamente a quanto riteneva Cristo, non vogliono essere liberi ma anelano a trovare al più presto qualcuno cui consegnare il dono insidioso della libertà. Dice l’Inquisitore al Cristo: «Abbiamo corretto la tua opera fondandola sul miracolo, sul mistero e sull’autorità».

Ma ha ragione l’Inquisitore a sostenere che gli uomini non vogliono essere liberi oppure la sua tesi è un ennesimo inganno del potere per giustificare se stesso? Gli uomini vogliono o non vogliono essere liberi? E se lo vogliono, perché? C’è il potere? E se non lo vogliono, perché l’ideale della libertà ha tanto fascino su di loro?

Questo nodo concettuale è all’origine dell’ossimoro che fa da titolo al nuovo libro di Gustavo Zagrebelsky, “Liberi servi”. Può un servo essere libero? E può un uomo libero desiderare di essere servo? Il sottotitolo, L’enigma del potere, rimanda così all’enigma più radicale della libertà di cui il potere è controllo e senza cui non esisterebbe. Ma ancora una volta: che cosa rappresenta per l’essere umano la libertà? E’ il suo bene più caro o un peso di cui liberarsi? E chi ha ragione: il Cristo che vuole gli uomini liberi, oppure l’Inquisitore che «per il loro bene» si prefigge di liberarli dalla libertà? Sono mirabili le analisi sul testo di Dostoevskij condotte da Zagrebelsky in pagine dense di pensiero e di erudizione eppure mai pesanti o compiaciute ma sempre al servizio dell’intelligenza del lettore. Le si può paragonare a una cascata di variazioni musicali, “Variazioni Dostoevskij”, si potrebbe dire ispirandosi a Bach. E come nelle Variazioni Goldberg c’è un’aria principale cui seguono trenta composizioni tra loro legate ma al contempo indipendenti, così nel libro di Zagrebelsky al centro c’è l’analisi della Leggenda da cui si dipartono riflessioni sul senso della politica, del potere, della religione, della bellezza. Il vertice è raggiunto quando l’autore si chiede chi sia oggi il Grande Inquisitore. Quale potenza oggi amministra «le uniche tre forze capaci di vincere e soggiogare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli», cioè «il miracolo, il mistero, l’autorità»? Quali sono i miracoli, i misteri e l’autorità di cui gli umani oggi si nutrono a spese della libertà?

In Occidente l’Inquisitore non veste più ricchi abiti cardinalizi né il ruvido saio francescano, servono ben altri paramenti per sedurre la sensibilità contemporanea. Così Zagrebelsky: «La tecnologia e il laboratorio, alimentati dalla finanza, saranno forse la fucina dell’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze. I dodicimila per ogni generazione (cioè gli assistenti dell’Inquisitore) saranno forse questi diafani tecnici in camice bianco che maneggiano provette e denaro».

Siamo al cospetto del problema della libertà, trattato qui non chiedendosi se la libertà esista o no, perché Dostoevskij, e con lui Zagrebelsky, non hanno dubbi nel respingere il determinismo che riconduce l’essere umano all’ambiente o ai geni e nell’affermare che gli umani sono liberi, se non altro lo dimostra l’esistenza della noia, che in loro non sorgerebbe se fossero del tutto determinati, ma che, sorgendo, segnala la reale frattura tra ambiente e individui e la libertà di questi ultimi. Il problema della libertà è trattato piuttosto sotto il profilo politico: che farne? come utilizzarla? alimentarla vivendo nell’inquietudine o consegnarla trovando spensieratezza?

Per l’Inquisitore gli umani non sanno reggere il peso della libertà e per questo gridano: «Salvateci da noi stessi». Commenta Zagrebelsky: «Questa è la grande scoperta di teoria politica: chi toglie agli esseri umani la libertà non agisce contro, ma secondo natura… si basa su una propensione istintuale, la mediocrità, l’istinto del gregge». Si tratta della «rivelazione dell’ultima verità del mondo degli umani, una verità terribile e oscena».

Non rassegnandosi a ciò, Zagrebelsky lancia un grido di allarme e offre al contempo l’indicazione di una possibile salvezza. L’allarme è dato dal fatto che «l’umanità si è cacciata senza accorgersene in un meccanismo che la sta distruggendo strangolando la sua libertà». Tale situazione-capestro si concretizza in imminenti catastrofi: ecologica (da cui la necessita` di ripensare la Terra come organismo vivente), politica (la fine della progettualità e l’adeguazione alla logica della governance o della stabilità fine a se stessa), sociale (il Palazzo di cristallo, la Torre di Babele, il gregge, il formicaio mondiale), spirituale (la fine del libero pensiero e l’uomo trasformato da artefice in artefatto).

La liberazione proposta da Zagrebelsky è a prima vista decisamente impolitica: «Silenzio, solitudine, buio», una ricetta adeguata per la vita interiore ma ben poco efficace per la vita esteriore, mentre la politica, come scrive lo stesso autore, vive dell’accordo tra le due dimensioni: «Il problema politico è tutto qui: come accordare l’interiorità con l’esteriorità… facendo sì che ciò che sta nelle coscienze, l’ethos, collimi con ciò che sta nel potere, il kratos». In realtà perché vi possa essere accordo occorre che prima vi sia vita interiore, in assenza della quale la politica è ridotta a mera amministrazione.

Per questo la proposta densa di interiorità di Zagrebelsky ha una grande valenza politica. Scrive: «Il silenzio è il punto di partenza da cui si può iniziare un’opera di costruzione autonoma della coscienza». E’ il primato della dimensione spirituale della vita, da intendersi non in opposizione alla prassi ma come posizionamento consapevole di sé in rapporto al mondo: «Fare silenzio non significa tagliare i ponti dalla realtà, ma sottrarsi alla pressione esteriore condizionante che annulla l’autonomia del proprio pensare».

Ma c’è una novità: oltre alla valenza politica il silenzio assume in Zagrebelsky anche un’inedita valenza spirituale, quando scrive che da esso «può nascere una vibrazione all’unisono in cui si è se stessi e, contemporaneamente, immersi in una totalità: una totalità che non ci è estranea e che non ci guarda beffarda, ma che ci tende la mano amica, come una promessa, una primizia». Parole che descrivono alla perfezione l’esperienza umile e discreta della mistica in quanto unione. Con chi? Risponde l’autore: «In mancanza d’altro nome, quest’unità possiamo chiamarla, nella lingua della nostra cultura, dio, deus sive natura, essere».

Per Zagrebelsky la salvezza dalla massificazione degli Inquisitori d’ogni tempo e d’ogni divisa passa dall’esperienza della bellezza, «la bellezza pacificata dell’armonia» che è «giustezza di rapporti». Scrive: «La bellezza è in rapporto con la giustizia e la giustizia può davvero salvare il mondo». Anche qui però egli va al di là della semplice dimensione politica: «E’ qualcosa che avvertiamo familiare quando la calma tra dentro e fuori dell’essere entra in noi, ma che, al tempo stesso, ci sorprende come la scoperta o la riscoperta di qualcosa che avevamo perduto. Questo è ciò che dà speranza di “salvazione” e che ci pacifica con noi stessi e con il mondo». E ancora: «La pace non è nella natura degli uomini presi singolarmente; è invece nel rapporto con la natura del mondo, cioè del creato. Con un passo in più si può dire che l’essere umano sarà salvato quando… s’immerge e si confonde nella bellezza del creato. Questo rappresenta la filocalia… sentire la presenza della divinità nella bellezza del mondo». E’, conclude, «l’armonia dell’universo — ciò che Dostoevskij chiama Dio».

A partire dalla “Leggenda del Grande Inquisitore” il libro di Zagrebelsky offre un’analisi di tutta l’opera dostoevskjiana collocandosi tra le sue grandi interpretazioni filosofiche, accanto a Rozanov, Berdjaev, Thomas Mann, George Steiner, Evdokimov, Pierre Pascal, Pareyson, Givone. Il suo libro è critica letteraria e insieme trattato filosofico e politico. In esso emerge anche una vena di mistica naturale finora inedita in Zagrebelsky e che rende il suo libro ancor più dostoevskijano.

La Repubblica, 4 maggio 2015

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