La retorica dell’Expo

imageLa violenza criminale e demenziale di chi ieri ha sfasciato Milano rende ancora più difficile esprimere il senso di rigetto che ingenera l’immane baraccone dell’Expo.
I fiumi di retorica alimentati da presidenti, ex presidenti, sindaci, ex sindaci, giornalisti sono imbarazzanti almeno quanto il pessimo gusto della cerimonia d’apertura, o la patetica trovata dell’inno nazionale modificato.
Per chi ha a cuore il patrimonio culturale italiano e il suo significato costituzionale niente appare osceno come il Tesoro d’Italia, l’accrocco di centinaia di opere d’arte prelevate da musei e chiese pubblici (oltre che in collezioni private) e sistemate da Vittorio Sgarbi nell’immenso spazio concesso (per diritto divino e amore del premier) a Eataly. E se non bastasse l’insormontabile problema dell’uso privato e della mercificazione di queste opere mantenute a spese di tutti, giunge una dichiarazione di Sgarbi a far comprendere l’entità del disastro culturale: «La mostra è stata concepita avendo come punto di riferimento il metodo indicato nel secolo scorso dallo storico dell’arte Roberto Longhi, nato, come Oscar Farinetti, ad Alba. Da quella città partono due rivoluzioni nella considerazione di un grande patrimonio di tradizioni e produzioni variamente rappresentate». Dove viene in mente il bel titolo di un libretto dell’eroico dissidente antibarberiniano del Seicento, Ferrante Pallavicino (arso vivo per ordine di Urbano VIII): La rettorica delle puttane.
Un titolo che affiora alle labbra anche quando si legge che qualcuno vorrebbe trapiantare l’imbarazzante Albero della Vita a Piazzale Loreto, in via definitiva. E uno si chiede: ma appeso a testa in giù, forse?

Più in generale, e in modo più radicale, come è possibile ascoltare senza un moto di disgusto la retorica per cui l’Italia punta tutto sulla città effimera dell’Expo quando da sei anni non riesce (e forse mai riuscirà) a tirar su l’Aquila, una città vera e meravigliosa?

Com’è possibile che questo metadone in forma di storytelling riesca a farci fuggire dalla realtà fino a darci l’ennesima grande occasione per fare tutto il contrario di ciò che dovremmo fare e sentirci pure bravi, buoni e giusti?

Sappiamo bene come il Caudillo Maleducato, e la più gran parte di coloro che prendono la parola in pubblico, replicano ai rari tentativi di tenere il cervello acceso: con l’intonazione di un malinteso e peggio indirizzato appello all’amor patrio e all’orgoglio nazionale. E con l’eterna tirata contro gufi, disfattisti, rosiconi.
Siamo solo all’inizio: buon metadone a tutti.

articolo9.blogautore.repubblica.it, 2 maggio 2015

1 commento

  • Tra la retorica dell’ Expo e quella di chi confonde, ad arte, le legittime contestazioni e le inaudite quanto prevedibilissime e tolleratissime violenze dei black bloc, ecco levarsi finalmente una voce libera e giusta, rigorosamente colta e severa: quella di Tomaso Montanari che i milanesi potranno incontrare oggi pomeriggio, alle 18, presso la Casa della Cultura in via Borgogna 3 (MM San Babila ) nel corso di un incontro sui temi trattati nel suo ormai celebre ” Le Pietre e il Popolo “. Un vero e proprio magistero civile e di autentica cultura politico-costituzionale quello che, da anni, Montanari mette a disposizione dei cittadini italiani ai quali – superando la devastante cultura dell’ effimero – vuole che siano restituite ‘ l’ arte e la storia delle nostre citta ‘. Ennesima dimostrazione che l’ impegno in difesa dei valori della Costituzione – riguardino essi le nostre istituzioni democratiche o il nostro patrimonio culturale ed artistico – non ha nulla di nostalgico ma, al contrario, consente ai cittadini di ‘ progettare ‘, prima, e ‘ costruire’, poi, un futuro di ‘ pieno sviluppo della persona umana ‘. Conditio sine qua non per poter ‘ partecipare effettivamente all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese ‘, come auspica il secondo comma dell’ art.3 della nostra Costituzione.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

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