Le suggestioni: da Speranza a Letta, da Cuperlo a Bersani. Fassina: prima una prospettiva

speranza robertoRoma. «Serve un congresso presto, visto che neanche Cenerentola potrebbe credere ad elezioni nel 2018. E serve un nuovo leader alternativo a Renzi. Una figura di nuova generazione». Alfredo D’Attore è uno dei 38 deputati pd che non hanno votato la fiducia a Renzi. E guarda avanti, a come ricompattare la nuova minoranza uscita dal voto e a come dargli un volto riconoscibile: «È presto per dargli un nome. Roberto Speranza ha compiuto un gesto forte che ne ha rafforzato la leadership. Ma i leader non si scelgono più a tavolino o per cooptazione: sarà nel vivo della battaglia che ci sarà la selezione naturale».
La battaglia però è già cominciata e la ricerca di un leader anche. Perché contro il renzismo i ribelli del Pd schierano un piccolo stuolo di nuovi leader o aspiranti tali e un grande numero di big spesso «in contumacia», perché non più in Parlamento o in ruoli dirigenziali nel partito.
«Ci sono più leader che esponenti della minoranza in Parlamento e più minoranze nel Pd che partiti d’opposizione al governo». Sintetizza così la situazione un deputato deluso, che non ha votato la fiducia sulla riforma elettorale. E in effetti il voto di mercoledì ha paradossalmente ricompattato giovani e vecchi leader, frantumando le truppe in mille tronconi. Ad andare a pezzi è stata soprattutto Area Riformista. Speranza è stato contestato una cinquantina di «responsabili», che hanno detto sì alla fiducia. Ma ora, libero dal vincolo di essere un mediatore, lasciato il ruolo di capogruppo, Speranza è visto da molti come il leader emergente della sinistra.
Dietro di lui, come di altri, l’ombra dei big. «È stato D’Alema a suggerirgli le ultime mosse» dice un renziano. «Stupidaggini», risponde chi conosce bene Speranza. I «responsabili» dell’Area riformista, da Matteo Mauri a Enzo Amendola, guardano a Maurizio Martina. Sull’altro lato c’è Gianni Cuperlo, con i suoi 21 deputati (ma lo hanno seguito in 14). Dietro, una miriade di big: Enrico Letta, il cui approdo parigino a Science Po incrina le speranze di chi continua a puntare su di lui, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Guglielmo Epifani, Massimo D’Alema. E Romano Prodi, il fondatore, nel cui nome si dibatte sull’opportunità di fondare una corrente ulivista.
Margherita Miotto, considerata bindiana, è scettica: «Non credo che sia necessaria alcuna riorganizzazione delle minoranze. Ci si divide e ci si unisce sugli argomenti, dal Jobs act, alla riforma costituzionale, alla legge elettorale». Anche Stefano Fassina, tra i più irrequieti, di leadership non ne vuole sentire parlare: «Dobbiamo mettere in campo una prospettiva, non un leader. Lo schema congressuale è saltato, la minoranza sono solo quelli che non hanno votato la fiducia». Posizione condivisa da Pippo Civati, che stigmatizza la «minoranza tattica che cambia posizione ogni momento»: «Un leader anti Renzi? Ah non lo so, a me non mi chiamano. Sono considerato uno strano. E comunque, ci sono altre forme di vita oltre al Pd».

Corriere della sera, 1 maggio 2015

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