“Eroi” “No, razzisti” Perché la satira di Charlie Hebdo divide ancora

Il premio del Pen club a Charlie Hebdo divide la comunità letteraria, riportando al centro del dibattito i temi già sollevati dopo gli attentati di Parigi: i limiti della satira, la libertà di espressione, l’intolleranza ma anche il razzismo. Martedì prossimo la più famosa organizzazione di letterati al mondo consegnerà al settimanale il premio al coraggio, dopo giorni di critiche. Con Salman Rushdie che non si stanca di affondare a colpi di tweet i sei colleghi che hanno deciso di disertare la cerimonia: Tajye Selasi, Michael Ondaatje, Peter Carey, Francine Prose, Teju Cole e Rachel Kushner. Si dice dispiaciuto per Ondaatje, «un uomo e uno scrittore che amo profondamente», ritwitta colleghi come Alain Mabanckou che tacciano di ignoranza i dissidenti. Anche un’autrice popolare come Anne Rice si schiera con Rushdie: «Uccidere è un crimine, la canzonatura no».
Tajye Selasi si difende dalle critiche, spiegando che il premio solleva non solo questioni «di censura e di estremismo, ma anche di razzismo e di potere ». Racconta: «Quando ho saputo degli omicidi a Parigi sono rimasta sconvolta, un’altra espressione nauseante di quell’estremismo violento che sta distruggendo tante parti del nostro mondo». È ovvio, non difende il terrorismo. Fa un ragionamento diverso: «Se oggi un giornalista a Baltimora pubblicasse la vignetta di un uomo di colore che viene linciato — un uomo di colore, per esempio, con le sembianze di Freddie Gray — quel giornalista avrebbe esercitato un suo diritto. Noi però non lo premieremmo». Francine Prose sul Guardian indica altri candidati, secondo lei «più idonei»: Edward Snowden, Chelsea Manning, i giornalisti che rischiano la vita raccontando le guerre in Medio Oriente, Lydia Cacho che ha denunciato la corruzione in Messico. «Il problema — ha detto Teju Cole al sito The Intercept — è che chiunque mostri dissenso nei confronti di Charlie Hebdo è accusato di sostenere i terroristi».

Repubblica, 29 aprile 2015

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