Dopo le bombe la libertà. E’ il 25 aprile

25 AprileAnsia, paura, trepidazione e un improvviso senso di euforia: è un turbinio di emozioni quello che si scatenò la mattina del 25 aprile 1945 quando il Cln di Milano proclamò, via radio, l’insurrezione in tutti i territori occupati dai nazifascisti. Mentre Bologna era già stata liberata, altre città del Nord Italia si svegliarono in una atmosfera nuova, che lasciava presagire grandi cambiamenti. È quanto si percepisce con impressionante chiarezza nelle pagine dei diari custoditi dall’Archivio diaristico nazionale.

Dalle oltre 2400 testimonianze della Resistenza affiorano con forza le emozioni di quei giorni. Il clima di attesa che si respirava a Milano è raccontato con lucidità e trasporto da Magda Ceccarelli De Grada – madre, scrittrice e poetessa, ma anche vivandiera della Resistenza – che ripercorre le concitate ore della Liberazione, sottolineando in seguito le reazioni scatenate dai fatti di piazzale Loreto. Con gioiosa incredulità il partigiano Paolo Berti Arnoaldi Veli svela come la propria città, Bologna, apparve quasi intatta. Emerge la curiosità di fronte all’arrivo di frotte di partigiani, come accadde a Torino, dove Maria Assunta Fonda – anche lei partigiana – racconta di imboscate a ogni angolo. Quindi la liberazione di Bergamo, ricordata da Severina Rossi, le vicende di Bolzano viste con gli occhi di una ragazza, Ada Vita, e quelle di Brescia, vividamente ripercorse nel diario di Dino Delirate, dal suo punto di vista di militare. Loreto, il Duce è morto: “La folla non è commossa né raccapricciata”

di  Magda Ceccarelli De Grada – Milano 1945

Cinque anni di vita, a partire dal 10 giugno 1940, confidati a preziosi quaderni, a volte stracciati a volte nascosti, ben celati alla polizia segreta. Magda, moglie del pittore Raffaele De Grada e madre di due figli è, come tutta la sua famiglia, una convinta antifascista. Magda, moglie del pittore Raffaele De Grada, poetessa, madre di due figli è, come tutta la sua famiglia, una convinta antifascista.

24 aprile. C’è un gran fermento nell’aria che è limpidissima, fresca, quasi settembrina. Par di respirare aria di montagna, già purificata dai miasmi corrotti che l’infestavano. Stanotte molti tedeschi hanno lasciato la città. Stamani sono stati bruciati i giornali nelle edicole. Sciopero dei ferrovieri. Se è vero che i tedeschi si ritirano saremo presto all’insurrezione armata e alla lotta finale fra fascisti residui e partigiani. […] Bologna liberata, Modena superata. Gli alleati sono al Po.

24 aprile (sera). C’è un’aria di festa, una strana euforia sui visi delle persone, nei gesti, nel passo. Nulla è detto e tutto è sottinteso. Ennio mi comunica la strabiliante notizia che l’accordo fra i tedeschi e il comitato di liberazione sta per essere firmato: la città non sarà toccata. Uscire dalla guerra così, senza agitazioni telluriche, senza bombardamenti gravi, senza spargimenti di sangue! Mi pare troppo bello e troppo facile! Ritrovare i miei figli.  Vedere il piccolino: baciarlo. 25 aprile. Stamani presto la città non ha nulla d’insolito. Cielo freddo e scuro, e un vento tagliente. La solita coda per il pane. Pochi repubblichini sono in giro e quei pochi molto a brandelli. Carri e carri sono passati tutta la notte, automezzi di ogni tipo carichi di uomini e di refurtiva. Vanno verso Brescia. Alle 2 comincia una leggera sparatoria isolata. La gente fugge. C’è una battaglia alla Pirelli. Si odono gli spari secchi. Fino alle 5 la situazione è tesa. Dalle 5 alle 8 pare subentri una certa distensione. Facciamo un giro, io e la compagna Pina Usuelli, per la città. Raccogliamo informazioni importanti. Ore 7 – All’Assistenza Vaticana in via Parini ci dicono che in questo momento al palazzo dell’Arcivescovado sono riuniti tedeschi, partigiani e fascisti a discutere l’accordo. Alle 8 spirerebbe il termine. Stanotte ci dovrebbe essere il passaggio di poteri. Alle 8 tutto è silenzio. I telefoni sono bloccati. Alle 2 vivace sparatoria sul Corso, forse per difendere l’esodo del famigerato gruppo Oberdan. Dopo le 2 silenzio profondo.

26 aprile. Così, quasi senza accorgercene perché nessuno sa dell’altro, siamo scivolati in piena insurrezione. (…) Nel pomeriggio facciamo un giro per riprendere contatto coi compagni. […] Quanti visi noti e amici […] tutti trafelati coi segni della stanchezza e della gioia sul volto. (…) – 28 aprile. Oggi veramente è festa senza restrizioni. Ancora sparatorie qua e là per snidare qualche fascista asserragliato nelle case. Una pallottola mi sfiora l’orecchio in Viale Regina Elena. 29 aprile. Stamani alle quattro sento parlottare in strada, nessun veicolo ancora, le voci suonano rade e strane a quest’ora. Forse sono gli spazzini. Mi affaccio dentro i vetri e vedo gruppi di due tre persone che si comunicano qualcosa di misterioso e accennano verso Loreto . Le voci si fanno chiare nel mattino limpido, ma il vento porta via il suono esatto e non distinguo le parole. Forse arrivano gli Alleati, qualche pattuglia di punta sarà già in vista. Ritorno a letto fino alle sette e mezza; un’amica mi telefona disdicendomi un appuntamento perché va in Piazzale Loreto dove sono esposti i corpi dei fucilati, Mussolini coi maggiori gerarchi fascisti. Ci vestiamo. Ernesto mi prende sotto braccio e c’incamminiamo a piedi. Una folla enorme con flusso continuo e crescente si riversa come un fiume verso la mèta. Il Piazzale è gremito, le biciclette ostacolano il passo. Presso il muro dove furono già fucilati quindici Martiri e dove ora sono ammucchiati i cadaveri degli sconci assassini c’è un altro muro di folla piantata lì, impenetrabile. Nessuno vuol cedere il posto. Mi avvicino, ma non troppo perché non sopporto la soffocazione della folla. Sto a sentire, guardo questo immenso tripudio, calmo e naturale come sono naturali il tuono e la tempesta, ma questa gioia popolare che non ha nulla di frenetico e di selvaggio ha veramente qualcosa della “quiete dopo la tempesta” come se a tutti fosse uscito un macigno dal petto. Occhi chiari e ridenti, chi ha visto informa i meno fortunati che non hanno potuto vedere, nessuno è raccapricciato, nessuno è commosso. Salgono le ore, il sole scotta e il vento fresco eccita. Ma la calma di questa marea che va, che viene, che ritorna, non è turbata. Solo qualche grido: “Al palo, al palo, vogliamo vederli tutti!”. Una donna che torna dall’aver veduto dice, tirando un gran sospiro profondo: “Che sudisfasion… ien pro-pi mort”. Un’altra specifica la posa dei cadaveri. Tutti sono d’accordo nel dire che la Petacci è una bella “tosa”. Io non li ho visti, né ho insistito per vederli. Mi basta sentire e leggere su tutti i volti un senso di liberazione. Piano piano mi sgancio dalla folla, risalgo verso il corso dove tutto il flusso che sale è ancora più forte di quello che scende. Così fino alle 2. Dopo mi dicono che i cadaveri sono stati appesi uno in fila all’altro, quello di Mussolini gonfio e tumefatto che dondola sconciamente vicino a quello della sua amante, suprema derisione al tiranno che insanguinò questo pezzo d’Italia dall’alcova e, come atto finale, tentò di fuggire con l’oggetto della sua libidine e con l’oro rubato. Lei lo amava davvero. Il pomeriggio della domenica è festoso ma turbato da un vento pazzo quale solo si scatena quando le anime dei delinquenti s’incontrano con Satana.

BRESCIA

“Il comitato è sciolto Non pare vero che, finalmente, si sia in pace”    DINO DELIRATE   Testimone dello sbarco alleato in Sicilia, un giovane nato in provincia di Brescia fugge attraverso la Calabria, risale la penisola per rientrare, dopo l’8 settembre, nella sua città. Qui rimarrà fino alla Liberazione.   24/25 aprile. Gli eventi precipitano. Gli alleati sono vicini. Una colonna di fascisti piazza una mitraglia davanti alla nostra Caserma e una di fronte al portone della Questura. Esce il Capitano De Petris e chiede spiegazioni al comandante della colonna, un S.Ten. della G.N.G., che vorrebbe la resa degli agenti perché sono amici dei partigiani. Il Capitano allora gli dice: “Caro mio, la guerra stà per finire, l’abbiamo persa, gli alleati sono a nove km da Brescia”. Al sentire questa notizia la colonna fascista si sfascia. In quel momento si sentono diversi spari a nord, verso il Castello. Formazioni di Fiamme Verdi avevano attaccato la guarnigione fascista. In Brescia si combatte già prima che arrivino i carri armati americani. Un plotone di arditi […] è salito verso il castello a dare man forte ai partigiani. Ci sono stati dei morti, qui e lungo le strade della città.   26 aprile. Nostri Agenti “fidati” scortano le Autorità al Palazzo della Loggia e restano di guardia all’ingresso. Pioviggina. Viene eletto il Prefetto della Liberazione: l’Avv.Bulloni. […] Sul corso Zanardelli un tiratore ci ha sparato, ma non ha replicato perché l’avremmo individuato e fatto fuori. A mezzanotte arriva il cambio e, finalmente si va a dormire; parola d’ordine: “Libero-Libertà”.   27/28 aprile. […] I carri armati americani entreranno in Brescia il 28 aprile. Gruppi di nostri agenti intervengono ovunque per ricuperare materiali di casermaggio, coperte, lenzuola, materassi, ecc. presso i vari magazzini, che sono stati presi d’assalto dalla folla. Molti di questi materiali verranno portati nell’ex casa del balilla e consegnati a Don Vender che, ad acque calmate, distribuirà pacchi di roba alle famiglie dei caduti combattenti e partigiani.   30 aprile. In Piazza Loggia è stato installato il Comando Militare Provinciale e gli viene assegnato un nucleo di polizia […].   Io faccio parte di questo gruppo di agenti. […] Siamo continuamente chiamati a intervenire per sedare liti, evitare soprusi, effettuare arresti. Il nostro gruppo, composto solo da 12 agenti, ha arrestato circa 150 fascisti. […]Intanto la vita riprende il suo normale giro. La guerra è finita. Il Corpo Volontari della Libertà viene sciolto. La gente ritorna alle sue case e al suo lavoro. Non pare vero che, finalmente, si sia in pace! Il Comando Militare, assolto il suo compito, è smobilitato.

BOLZANO

Corsa verso ponte Druso: “Ci sentiamo un po’ disorientati ma felici” –    ADA VITA   Una diciottenne vive a Bolzano durante la guerra e racconta nel suo diario disagi, fame, bombardamenti e la difficile condizione di una città di lingua tedesca con i tedeschi come nemici, dopo l’armistizio.   2 maggio. È FINITA LA GUERRA   Lo hanno comunicato alle 20:00.  L’ho sentito dalla radio della V Armata.   3 maggio. Scrivo mentre c’è una grande sparatoria, è incominciata dalle 7:00. […] Una signora […] ci avverte che ci sono i partigiani che disarmano i tedeschi. Noi ci avviamo, attraverso i vicoli di via Giardini. Arrivati in via S. Quirino vediamo due camion messi in mezzo alla strada in modo da fare da “trincea”; da quella postazione i partigiani chiamano i militari e i ferrovieri tedeschi affinché consegnino le armi; i tedeschi sono esitanti e non sanno cosa fare. Vista questa situazione, noi attraversiamo di corsa (da incoscienti!) la strada e ci infiliamo nel vicoletto parallelo al Ristorante   S. Quirino, appena in tempo! Incomincia una sparatoria coi fiocchi […].   Nel primo pomeriggio “si circola” per Bolzano, c’è molta confusione, ci sentiamo un po’ disorientati ma felici, Radio Bolzano è presieduta dal C.N.L. e trasmette in italiano. […] Intanto per le strade c’è grande confusione, si parla dell’arrivo dei militari Inglesi. Tutti girano con nastrini e bandiere tricolori, è uno spettacolo strano ma gioioso. I nostri partigiani girano armati “fino ai denti” e con una fascia al braccio, ci sono anche delle ragazze […]. Nel pomeriggio, usciamo alla “ricerca” degli americani, ne vediamo uno solo ma anche ubriaco!! Alle 18, mentre l’Antonia mi racconta che ha visto dei giornalisti americani, sentiamo un rumore come di motore d’aereo, o forse c’è rimasta dentro la psicosi, ci affacciamo, tutti corrono verso il Ponte Druso; dalla finestra vedo passare, finalmente, i carri armati americani. Papà e alcuni dei i militari- reduci presenti scendono immediatamente, io stavo friggendo un omelette (che riesco a bruciare!!) finisco e scappo, con gli altri reduci, verso il Ponte Druso. Arrivo a veder passare gli ultimi, alcuni sorridono ma altri hanno proprio facce da prendere a pugni, ce ne sono di tutte le razze, distribuiscono caramelle e sigarette.

BERGAMO

“Col mitra e una granata, quello era il mio biglietto di presentazione” –   SEVERINA ROSSI   Una contadina cremonese entrata nella Resistenza viene imprigionata e umiliata. Quando viene scarcerata, partecipa alla liberazione di Bergamo, diventando una nuova eroina agli occhi dei suoi compaesani.   Il direttore del carcere aveva ricevuto un messaggio radiofonico dal C.D.L. Con l’ordine della nostra scarcerazione, un funzionario ci strinse la mano e ci disse che eravamo liberi, di andarsene pure, ma in silenzio senza dare nell’occhio. Bergamo non era ancora libera. […] Bergamo era in fermento, ma la gente stava chiusa nelle case. Camminavamo con circospezione perché era in atto l’insurrezione armata. I tedeschi avevano piazzato carri armati e autoblinde agli incroci strategici delle strade. Criminali fascisti e responsabili di misfatti, resistevano asserragliati nelle loro abitazioni con i seguaci fanatici, con la foga di chi sta per perire. Sparavano dai tetti, dalle finestre, dalle cantine, e si udiva nell’aria un crepitare lugubre di raffiche a ripetizione. Un fascista, da uno scantinato sparava all’impazzata e l’eco dello scoppio si moltiplicava perdendosi tra le valli. […] Dall’altro capo della strada, i tedeschi chiedevano i documenti a chiunque e controllavano le borse. […] Fu il comando di Piazza di Bergamo a chiedere l’aiuto degli ex detenuti, in appoggio ai partigiani impegnati nell’insurrezione. A me fu affidato un mitra e una bomba a mano, che mi servì come biglietto di presentazione. Con quel mitra portai a dormire i detenuti che man mano venivano dal carcere, sfiniti, febbricitanti, affamati. Decisa a trovare un tetto a quei disgraziati, per collocarli al riparo dagli spari, tutti in gruppo, sempre rasentando i muri, correndo qua e là come potevamo, ci recammo presso un istituto religioso.   Un partigiano, a breve distanza, per sicurezza ci seguiva. Il tempo lasciava andare qualche goccia ma nessuno se ne curava. Suonai il campanello e una suorina mise fuori appena la testa. […] Sembravamo l’Armata Brancaleone. Ci coricammo sul pavimento ormai al sicuro. […] Anche Bergamo scrisse le sue pagine di storia conclusa con la fuga dei tedeschi e dei fascisti. Era il 26 aprile ’45. Noi non ci fermammo a cantar gloria, partimmo diretti a casa per prendere contatto con le nostre formazioni.

TORINO

L’ultimo carrarmato che fece paura ai partigiani in città –    MARIA ASSUNTA FONDA   Cresciuta in una famiglia agiata e rispettosa delle tradizioni, una ragazza si ritrova per aggregarsi a formazioni partigiane negli anni bui della Seconda guerra mondiale.   25 aprile. Passammo la giornata lì ai Doks (Docks Torino-Dora, un vecchio complesso di magazzini generali in periferia), dapprima aspettando, poi guardando passare la fila interminabile dei partigiani che arrivavano a Torino da tutto il Piemonte. Per via Nizza passarono quelli che giungevano dalla pianura di Pancalieri, Carignano, Racconigi. Venivano avanti lentamente ai lati della strada, con il fucile imbracciato, procedendo con lo sguardo fisso ai piani più alti ed alle soffitte delle case di fronte, perché ogni tanto si facevano vivi i cecchini che cercavano di uccidere dall’alto delle case.   Si sentivano spari in tutta la città e noi eravamo sempre in ansia, in attesa che ci fosse qualche ragazzo che avesse bisogno della nostra opera. Per fortuna, durante quella giornata non ci accadde nulla di particolare. […] Verso sera venne a rifugiarsi da noi un gruppo di partigiani. Erano bene armati, avevano perfino un bazooka. […] Mi sembra di ricordare che fossero di “Giustizia e Libertà”. Uno dei capi era una donna, di circa 25 anni […]. Al mattino dopo era il 26 aprile, i Partigiani ci lasciarono ed andarono a rastrellare le case verso il centro. […] Giunse anche una staffetta per me per avvisarmi di presentarmi ad una riunione in una casa di corso Francia […]. Giunta in corso Francia, vi trovai riuniti tutti i segretari delle sezioni giovanili dei diversi partiti che mi accolsero con grida di giubilo: “Viva Torino libera!”. Si presentarono con il loro vero nome, ci stringemmo cordialmente la mano, bevemmo un bicchiere inneggiando alla Resistenza, ognuno raccontò le sue ultime avventure, poi ci lasciammo per riprendere il nostro compito attuale.   Verso le quattro del mattino del 27 venni svegliata dal trillo del telefono. […]Ai Doks era accaduto un fatto gravissimo, era necessaria la mia presenza. […] Si era presentato un carro armato. Aveva una stella garibaldina dipinta su di un fianco e dalla torretta sventolavano due bandiere rosse […] Il carro armato avanzò oltre il cancello e quando fu dentro, sparò un colpo con il cannoncino […]. Seppi poi che quel carro armato era riuscito ad ingannare anche altri partigiani che occupavano dei posti chiave ed aveva ferito, dopo i nostri due giovani, ancora altri combattenti, finché la voce era corsa e da una postazione in centro era partita una squadra alla sua caccia. L’avevano trovato che continuava la sua marcia distruttrice lungo un corso centrale e l’avevano fatto saltare con delle bombe a mano inglesi ben lanciate.

Il Fatto Quotidiano 25 Aprile 2015

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