La Treccani pubblica un’enciclopedia in tre volumi per raccontare il pensiero del grande Segretario

Nel 2013 Il Principe di Niccolò Machiavelli ha compiuto cinquecento anni. Le vicende relative all’’ideazione e composizione di questa colossale operetta sono sostanzialmente note. Machiavelli, fedele servitore della Repubblica fiorentina quale Segretario della seconda cancelleria, nel 1512, al ritorno dei Medici in Firenze, viene allontanato dai suoi incarichi e, anzi, per un sospetto di congiura, imprigionato e sottoposto a tortura. Liberato, si ritira in un suo possedimento presso San Casciano, detto l’’Albergaccio.
E lì, secondo le congetture più attendibili, compone Il Principe, quasi certamente fra il luglio e il dicembre del 1513 (ne dà notizia lui stesso in una famosa, splendida lettera a uno dei pochi amici superstiti, il diplomatico Francesco Vettori, ambasciatore di Firenze presso il Pontefice). Quasi a segnalare con un atto di operoso risarcimento il cinquecentenario dell’’operetta, è apparsa, un anno appena dopo la scadenza, un’’imponente Enciclopedia machiavelliana , presso il benemerito Istituto dell’’Enciclopedia italiana, a cura di due dei massimi machiavellisti contemporanei, Gennaro Sasso e Giorgio Inglese. L’’opera è in tre volumi, di cui il terzo raccoglie i principali testi di Niccolò, introdotto da una Breve storia di Machiavelli e delle sue opere di Gennaro Sasso.
La vera e propria «enciclopedia » occupa dunque i primi due volumi dell’’opera. Confesso in esordio che è sempre molto difficile giudicare uno strumento scientifico come quello di natura enciclopedica. In primo luogo, perché non se ne può pretendere su due piedi dal modesto recensore una lettura e conoscenza completa; in secondo, perché per sua natura una enciclopedia fortemente «autoriale» come questa (dove, cioè, ogni singola voce ha un autore diverso, e ognuno con una sua propria, e assai consistente, caratterizzazione scientifica) è sottoposta agli inevitabili sbalzi di dottrina e di scrittura, che tale procedura comporta.
Una lettura il più possibile attenta mi porta però a concludere che con questa Enciclopedia machiavelliana siamo di fronte ad un’’opera di grande completezza e di enorme perizia: sicché, oltre a essere uno strumento indispensabile per chiunque voglia accostarsi per la prima o seconda volta allo studio del Segretario, può diventare (e forse ancora di più) un ausilio di grande momento anche per chi ne pratichi lo studio da anni, in Italia e fuori d’’Italia.
Io penso che le virtù, maggiori o minori, di una «enciclopedia» si misurino soprattutto dall’’ampiezza e ricchezza dei lemmi presentati. E in quest’’opera c’’è da sbizzarrirsi, e talvolta da entusiasmarsi. Cerco di dare un’’idea di tale «vocabolario». Oltre a tutti i titoli delle opere di Machiavelli (alla sommità delle quali si collocano due splendidi saggi: Il Principe di Gian Mario Anselmi e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Gennaro Sasso), noi troviamo: i grandi fatti storici relativi (es., la battaglia di Agnadello); i grandi personaggi storici relativi (Massimiliano d’’Asburgo, Cesare Borgia, Leone X, Carlo V, Carlo VIII, Giampaolo Baglioni, ecc. ecc.); i temi ricorrenti («antichi e moderni», «grandi e popolo»); gli aspetti fondamentali del lessico («apparire», «imitazione», «ruina », «virtù», «fortuna», ecc. ecc.); i prosecutori, in qualche modo (Bodin, Bacon, Spinoza); i grandi studiosi e interpreti (Harrington, Hegel, De Sanctis, Mosca, Pareto, ovviamente Gramsci, ecc.
ecc.); i grandi personaggi del passato e del presente con cui Machiavelli abbia avuto a che fare oppure che abbiano avuto a che fare con lui (Aristotele, Agostino, Alighieri, Boccaccio, ecc. ecc.); le città che in un qualsiasi modo abbiano attraversato la sua vita (Atene, Bologna, Arezzo, Imola, ovviamente Firenze, ecc. ecc.); le zone di diffusione del machiavellismo nel mondo (Inghilterra, Francia, America latina, ecc. ecc.).
Se poi si aggiunge che in coda al secondo volume troviamo quattro saggi di sintesi di gran valore: Vita e opere ( Giorgio Inglese), Lingua ( Giovanna Frosini), Stile ( Giuseppe Patota), Iconografia (Alessandro Campi), si avrà un’’idea più precisa della ricchezza di suggestioni e motivi, che l’’opera presenta. Siccome sono ben consapevole di quanto sia fastidioso, e per giunta inane, puntare il dito sulle eventuali assenze, potrei, e forse dovrei, rinunciare a parlarne. Una, tuttavia, vorrei esprimerla. E in seguito aggiungerei non una lacuna, ma una mia curiosità non soddisfatta.
Confesso di non capire perché fra i molti pensatori politici qui richiamati e convenientemente illustrati non figuri Hobbes. Ammesso che richiami diretti non vi siano (e io questo non sono in grado di dirlo), ho sempre pensato che fra Il Principe e il Leviatano corra una segreta corrispondenza, forse una implicita a profonda vocazione analogica: quella che consiste nell’’affermare l’’esigenza imprescindibile del potere assoluto quando ogn’’altro potere si è dimostrato impotente e vano. Forse su questo si poteva fare un ragionamento.
La curiosità è questa. Anche in questo caso ho sempre pensato che nel comunismo terzinternazionalista, ovvero nel leninstalinismo, ad onda delle negazioni e scomuniche ufficiali, scorresse una potente suggestione machiavelliana (meglio: machiavellica): la «ragion di Stato», il primato indiscutibile del Partito, la supremazia inattaccabile e indiscussa del Segretario-Principe, ecc. ecc.. Questa curiosità non è colmata dalla voce Russia (Mark Youssin), che vi accenna, ma in maniera troppo sintetica. D’altra parte, se la bella voce Gramsci (Guido Liguori), soddisfa, per quanto riguarda il versante teoretico della questione, il versante più specificamente italiano, (resta da chiedersi se una componente machiavelliana (machiavellica) non entri decisamente anche nella delineazione della togliattiana «via italiana al socialismo». Questo, bene o male, è il «moderno Principe», che noi abbiamo conosciuto (con i suoi limiti e i suoi difetti, lo sappiamo fin troppo bene, ma anche con una sua sapiente commistione di forza e di consenso). Ma è del tutto evidente che con questo entriamo senza riserva in un altro ambito.

la Repubblica, 23 aprile 2015

 

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