Claudio Pavone, Le mie speranze perdute dopo la Liberazione

«La memoria fornisce materiali alla storia, e la storia fornisce interpretazioni alla memoria». Claudio Pavone, il resistente divenuto storico che con il celebre saggio Una guerra civile innovò l’intera storiografia sulla Resistenza, stavolta ha scritto di memoria. «Nel libro del 1991 non avevo voluto usare le mie memorie personali, tenendo distinti i ricordi dalla ricerca e dalla valutazione storica.
«Così, stavolta mi sono proposto di tenere la politica sullo sfondo. C’era il rischio, poiché il caso vuole che di mestiere io faccia lo storico, che vi potesse essere la tentazione di inzepparlo di riflessioni e giudizi storici e politici». Eppure la politica e la storia, per chi legge La mia Resistenza (appena uscito per Donzelli), ci sono eccome, e sono il senso ultimo di un racconto quasi intimo, in prima persona, in cui si viene portati per mano in eventi storici che hanno determinato tutti gli anni a seguire, delineando i profili della Repubblica nella quale ancora viviamo. Ma se il senso ultimo per chi legge è politico, se la politica traspare, ride Pavone, «è perché io sono finito in galera, ma mica perché avessi rubato galline!».
«Ma è grottesco!»
È il pomeriggio di un bellissimo aprile, di quelli che a Roma non se ne vedono più e come invece deve esser stato quel 25 di Liberazione, che gli archivi della meteorologia tramandano di alta pressione su tutta l’Italia. Pavone vive in cima a un piccolo palazzo che sembra un meteorite piacentiniano, geometrie moderniste e marmi perfettamente preservati. «Siamo giusto accanto a quello che era il commissariato di polizia nel quale venni portato, prima di essere trasferito nell’ottobre del ’43 a Regina Coeli e poi in dicembre nel carcere di Castelfranco dell’Emilia. Quando mia moglie ereditò questa casa e venimmo a vivere qui, all’inizio passandoci davanti avevo un po’ un tuffo al cuore. Ma insieme pensavo ai buffi incroci della vita, Roma è tanto grande e vivo proprio qui… A Regina Coeli, del resto, insieme con Leone Ginzburg, Saragat e tanti altri, conobbi anche quello che non sapevo sarebbe poi diventato mio suocero, Manlio Rossi-Doria».
Alla moglie Anna, a sua volta storica, «che mi ha aiutato a dare forma a questi ricordi», è dedicato il libro. Il 22 ottobre del ’43 Claudio Pavone, poco più che ventenne socialista cui Eugenio Colorni aveva affidato il compito di diffondere copie dell’Avanti!, s’era improvvisamente accorto che stava per arrivare l’ora del coprifuoco e, per sbarazzarsene, aveva gettato volantini e materiale antifascista in una grossa auto nera che aveva trovata parcheggiata. Quell’auto era del capo dell’Ovra, Guido Leto, che gli sguinzagliò subito alle calcagna i suoi sgherri. «Il mio amico Marc Ferro poi commentò: “Ma questo non è eroico, è grottesco!”». E comincia così la prigionia, protrattasi fino all’agosto del 1944, quando decide di andare a Milano dove riprende l’attività clandestina e dove rimane fino alla Liberazione. La meravigliosa levità che riveste la profondità del pensiero, che Pavone deve avere ben affinato durante quelli che il prossimo 30 novembre saranno 95 anni all’onore del mondo, traspare anche nel libro.
Le prime amarezze
Quando arriva a Roma, la consapevolezza è amara, «io guardavo uomini e cose e cercavo di cogliervi i segni della mutazione che speravo si fosse verificata dopo la Liberazione», ed è in parte una disillusione. C’è chiara traccia delle speranze perdute a pagina 96: «Il momento della Liberazione non poteva coincidere con quello della rivoluzione, e si sarebbe dovuto fare una politica di quadri per il futuro». Ragiona adesso Pavone che «allora, come tanti giovani benpensanti, ero un estremista, e mi dispiacque il confluire nella nascente nuova Repubblica del personale fascista. In seguito Parri cercò di convincermi che sarebbe stato difficile fare diversamente. Che si faceva, si mandava a casa tutto il ministero dell’Interno? Chi avrebbe portato avanti lo Stato?».
Eppure nel libro c’è un piccolo aneddoto, nei giorni di Regina Coeli un secondino le sussurrò: voi siete i ministri di domani… «E invece nell’unico momento in cui si sarebbe potuto avere un cambiamento di classe dirigente, quello in cui Parri fu presidente del Consiglio, i funzionari non solo gli erano ostili ma, per dimostrarne l’inettitudine, arrivarono al punto di confezionare una finta circolare, che faceva riferimento a inesistenti leggi, da fargli firmare… E pensi che ancora molti anni dopo, a Sassari, Parri si sentì dire da uno spazzino, “mi raccomando senatore, tenga duro…”».
E i conti col fascismo? Lei racconta che vide un’ultima volta Mussolini in auto quando a Milano si recò al Lirico, e che poi accorse come tanti a piazzale Loreto. Qui la levità che è il tono di tutto il libro si fa quasi distacco, eppure Parri quando vide Mussolini e la Petacci a testa in giù commentò «macelleria messicana», la stessa espressione usata oggi per i torturatori della Diaz…
In piazzale Loreto
«Non vidi Parri in piazzale Loreto, stipati come eravamo in una folla enorme non incontrai nessuno di tutti quelli che conoscevo. Ma lei mi chiede di aggiungere qualcosa a quello che ho scritto, il sentimento che ho provato. Ebbene io, che all’epoca ero un estremista, pensai che gli italiani, quel popolo che non aveva saputo ribellarsi, non erano all’altezza della tragicità di piazzale Loreto. Il Pci, e anche Parri, invitavano continuamente alla calma, e io pensavo “ma dobbiamo davvero avere paura del popolo?”. Ma il punto è cos’era l’Italia fascista, cos’era il consenso al fascismo. Vede, mio padre lavorava alla Confederazione Fascista degli Industriali, ma la sera a cena diceva “quel porco di Mussolini, ci porterà alla rovina, come può pensare di mettersi contro l’Inghilterra?”. Discorsi dei padri che potevano rischiare di far diventare, per reazione, fascisti i figli, ma per fortuna fu invece proprio questa contraddizione tra il pubblico e il privato a spingere molti di noi a combattere».
Perché «bastava un nulla e ci si ritrovava dall’altra parte», come scrisse Calvino… «Perché l’atteggiamento corrente era analogo a quello che teneva mio padre. Il consenso al fascismo era scettico. Gli italiani in maggioranza erano fascisti perché convinti che tutto quello che aveva preceduto il fascismo non andasse, che gli antifascisti e i liberali avessero fallito, e che non rimanesse in campo che la possibilità di accettare il fascismo, ma non per questo credevano che avrebbe portato l’Italia nel futuro».

La Stampa, 20 aprile 2015

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