Partito laburista supera i Tory nei sondaggi e punta su un programma di ridistribuzione della ricchezza

londra10 Londra.«Sono pronto. Sono pronto a scrivere la parola fine al vecchio adagio secondo il quale per stare bene bisogna occuparsi solo dei ricchie potenti…la verità è che quando i lavoratori vincono, vince la Gran Bretagna». Ed Miliband mette da parte lo sguardo un poco torvo, corregge la parlata a tratti incerta, afferra i vessilli della sinistra laburista e annuncia di aver finito l’allenamento sui banchi dell’opposizione. È “pronto”, dice, a governare. Guarda a Downing street accompagnato da sondaggi che gli alzano una metaforica Ola, attribuendo al Labour due punti e mezzo di vantaggio sul Tory party del premier uscente David Cameron. Troppo poco per sperare di guidare l’esecutivo da solo, ma abbastanza per immaginare una coabitazione, ancorchè acrobatica, con le forze minori. È, infatti, ancora testa a testa la corsa in vista del voto del 7 maggio, nel segno di un’incertezza assoluta, figlia di un mondo nuovo, liberato dalla regola del pendolo britannico, garantita dal bipolarismo assoluto. I partiti in campo, oggi, sono almeno sette e le uniche ipotesi realistiche immaginano coalizioni a tre, perchè a due non basterebbero.
Mentre gli esegeti del voto nei seggi marginali studiano i flussi degli elettori, Ed Miliband ha deciso di accelerare presentando sè stesso come uomo di governo del Paese e dell’economia del Paese. In 86 pagine di manifesto elettorale ad alto tasso ideologico ha spiegato come ridarà l’equlibrio sociale, a suo avviso perduto, al Regno. Descrive il “travaso” di risorse che imporrà ai ricchi per tutelare i poveri con pochi, efficaci concetti. Due miliardi e mezzo per la Sanità pubblica arriveranno da una nuova tassa sulle abitazioni di valore superiore ai 2 milioni di sterline; i contratti a zero ore, simbolo del lavoro precario, saranno in parte aboliti mentre il salario minimo sarà elevato del 20 per cento circa; i più rotondi assegni famigliari che promette saranno finanziati da un balzello sulle banche; l’aliquota marginale Irpef passerà dal 45 al 50% e aiuterà a ridurre di un terzo le tasse universitarie che Cameron triplicò in una notte.
Il catalogo è questo, ma ad aprirlo c’è un preambolo che il leader del Labour ha scandito dal palco di Manchester dove ha presentato il manifesto. «Questo – ha detto – è l’impegno a proteggere le nostre finanze. È l’impegno a presentare solo leggi che abbiano copertura garantita, senza nessuna nuova forma di indebitamento». Il partito laburista è ancora percepito come la forza che “sfondato” i bilanci dello Stato per gestire una crisi determinata anche dalle cattive politiche degli esecutivi Blair-Brown. Per risalire la china della sfiducia popolare, quindi, Ed Miliband ha dovuto insistere sulla sua capacità nel reggere con cautela il timone dell’economia.
Se questo era il primo messaggio, il secondo è stato altrettanto netto e piuttosto allarmante per la City. Ha riaffermato ieri, infatti, che cancellerà la condizione fiscale di «residente non domiciliato», bizzarro e secolare istituto del Regno che ha contribuito a fare di Londra una sorta di paradiso fiscale a beneficio dei Paperoni di mezzo mondo. L’extragettito aiuterà il teorico governo laburista a non ritoccare l’Iva.
In realtà la misura sui “residenti non domiciliati” rischia di aver un effetto a catena piuttosto perverso. Se le misure annunciate toglieranno a Londra l’appeal maturato in questri anni si metteranno in fuga molti investitori internazionali. L’effetto sulla City potrà essere doloroso, quello sul mercato immobiliare, a danno di stranieri ma anche di cittadini inglesi,ancor più pesante. Ed è sul mattone che poggia, in larga misura, l’economia di Londra e del Regno. Il rischio è che la delicata architettura su cui si regge un Paese che ha chiuso il 2014 con una crescita del 2,8%, primato d’Occidente, possa incrinarsi e cominciare a cedere.

Il Sole 24 Ore, 14 aprile 2015

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