Spinelli e Vaciago: uscire dal torpore attuale per ritrovare il senso morale di un grande progetto

 

europe_day1997_itE così su una scena usurata, davanti a un pubblico sempre meno interessato, si avvicendano protagonisti che si comportano da figuranti e recitano sempre la stessa parte. Ciò appare ancora più grottesco se si considera che, di fronte a un’analisi intellettuale compiuta, la politica è incapace di rendere chiaro lo scopo dei sacrifici che ha chiesto alla popolazione o, semplicemente, il valore dell’edificio costruito in cinquant’anni di compromessi. Una classe politica paralizzata dal terrore di oltrepassare i confini del noto, e che è stata solo in grado di ancorarsi al mantra del rigore e alla ritualità dei vertici, ha polverizzato il consenso di cui godeva l’Unione e il suo modello di potenza civile. Oggi l’agenda europea si aggiorna solo nell’attesa del vaglio di leggi finanziarie intercambiabili, e trema davanti a ogni starnuto borsistico. È probabile che un livello più intenso d’integrazione non sia praticabile in una situazione in cui percentuali di crescita simili ai vecchi prefissi telefonici sono acclamate come trionfi. Ed è altresì possibile che il sistema internazionale in cui prese avvio la costruzione europea fosse il non ripetibile luogo propizio per realizzare condizioni estinte con la fine del conflitto bipolare, e che la tensione verso la costruzione di un’area monetaria ideale sia stata equivocata con la prima tappa di una federazione. Ma se ciò è verosimile, e l’innesto di una crisi economica violentissima su un’illusione collettiva ha reso tutto più difficile, è anche vero che una classe dirigente genuflessa a ortodossie vissute come dogmi ha reso più ipocrita la ripetizione di lezioncine mal digerite.
Sono tutti problemi arcinoti ai quali si è reagito – si sa – con un conformismo alla meglio ammantato di slogan. Ciò dimostra che per affrontare un problema non basta sapere cosa fare. È necessario creare possibilità e metterle in pratica: questo dovrebbe essere il ruolo della politica europea che, invece, sopravvive a se stessa recitando un copione, la cui stesura attribuisce all’irresponsabile burocrate di turno cui – casualmente? – lei stessa ha attribuito un ruolo chiave.
Due libri recenti individuano questi problemi e, sebbene sviluppino un ragionamento segnato da sensibilità politiche diverse, suggeriscono un’unica soluzione: il coraggio di tornare a costruire qualcosa di inclusivo che generi fiducia nella costruzione europea. Barbara Spinelli e Giacomo Vaciago dicono molto di quello che serve sapere su quell’Unione della diffidenza che è l’Europa contemporanea: indicano con chiarezza i passaggi attraverso i quali si è giunti al punto attuale, cosa si dovrebbe fare per evitare il prolungarsi dello stallo, e perché ancora non è stato fatto ciò che è necessario per dare un senso alla costruzione di un’identità meno insidiata da patetici interessi nazionali.
Nel suo La sovranità assente, Barbara Spinelli racconta un continente dominato dall’autoconsumo di cliché, proteso a praticare il vangelo del libero mercato, le virtù taumaturgiche di una finanza miracolosa, e a evocare un equilibrio raggiungibile solo attraverso l’applicazione di un prontuario sempre uguale, fuori dal quale vige una scomunica senza appello. Una commistione di valori che sembra alludere a un’equiparazione fra il flagello del debito e un peccato capitale. Questa liturgia sembra ripetere la banale euforia dei primi anni Novanta del XX secolo, che fece piazza pulita delle lezioni di Keynes e Minsky sull’instabilità congenita del capitalismo, come se tutta l’elaborazione intellettuale di secoli di “Idea d’Europa” potesse essere soverchiata dal trionfo del liberal-capitalismo atlantico alla fine della Guerra fredda e dall’evocata fine della Storia. La sordità della politica europea davanti a un mondo privo di leadership ha trasformato il sogno europeo in un incubo, in un’estraneità sempre più marcata del corpo elettorale, in una contorsione dei ruoli in cui l’Euro è additato a divinità per la quale i cittadini dell’Unione devono essere disposti a qualunque sacrificio che tocchi financo le fondamenta democratiche dei Paesi che vi hanno aderito. Tutto ciò ha portato a quell’Europa priva di anima cui fa riferimento il titolo del libro di Giacomo Vaciago, Un’anima per l’Europa per l’appunto, che indica nella rivitalizzazione dell’economia sociale di mercato una possibile strada per rimettere in piedi una storia interrotta nel suo farsi. Vaciago è un economista di valore, e quindi è naturale che la sua analisi si sviluppi intorno ai tasselli che completerebbero l’Unione monetaria e la metterebbero in grado di agire con rapidità durante le emergenze. Tuttavia non gli sfugge che tale operazione, se sconnessa da un’opera tesa a includere e a occuparsi seriamente della dilagante diseguaglianza che ha segnato le sorti dei cittadini del continente, avrebbe poco senso. Entrambi gli autori evocano, dunque, il ritorno a un discorso politico solidale, in grado di sgombrare il campo dalla foresta di equivoci che avviluppa un’Europa divenuta il commissario liquidatore di sé stessa. Ciò che però entrambi più fortemente sembrano richiamare è quel che manca all’attuale classe politica: il coraggio morale. Ma, è noto, il coraggio viene facilmente meno quando si pensa che tutto sia inutile, che, se potremo ancora sottrarre al Moloch l’anima dei figli, non potremo farlo con quella dei nipoti, e che si è dei superstiti, i seguaci di una religione destinata a morire.

(Barbara Spinelli, La sovranità assente, Einaudi, Torino; Giacomo Vaciago, Un’anima per l’Europa, Il Mulino, Bologna)

Il Sole, Domenica 12 aprile 2015

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