Damiano: “No a forzature e a un bis della legge truffa o il voto finale è a rischio”

ROMA «Di fronte a una fiducia sull’’Italicum diventerebbe problematico poi dare un voto finale a sostegno del provvedimento, dal momento che si nega la possibilità dell’’esercizio della dialettica parlamentare». Cesare Damiano, presidente della commissione lavoro di Montecitorio, ex sindacalista Fiom, mette le mani avanti.
L’’appello della sua corrente “Area riformista” a Renzi per modifiche alla legge elettorale è stato del tutto inutile? Si aspettava questa chiusura totale da parte del governo?
«Mi sarei aspettato una maggiore disponibilità al dialogo, come è avvenuto in altre circostanze. Invece c’’è stata una chiusura ribadita dalla ministra Boschi».
La sinistra del Pd cosa farà adesso?
«Intanto penso che il governo compia un errore politico a non coltivare il dialogo in un partito composito come il nostro che obbliga a considerare il pluralismo come una ricchezza. Lo stesso errore è stato compiuto sul Jobs Act: accanto al negoziato che ha portato risultati importanti c’’è stata una incomprensibile chiusura addirittura di fronte ai pareri contrari sul tema dei licenziamenti collettivi formulati dalle commissioni lavoro di Camera e Senato».
E quindi come prosegue la vostra battaglia sull’’Italicum?
«Se non c’’è un terremo di dialogo, come noi abbiamo proposto, rimane la strada della battaglia parlamentare».
Presenterete molti emendamenti?
«Per quanto riguarda la nostra area abbiamo sollevato un solo punto che per noi è prioritario: ridurre il numero dei parlamentari nominati per i partiti che non prendono il premio di maggioranza. Penso che su questo argomento dobbiamo presentare un emendamento per correggere la legge elettorale, prima in commissione e successivamente in aula nel caso non fosse approvato».
In commissione i deputati della minoranza potrebbero farsi sostituire?
«Le tecniche parlamentari sono molte per non arrivare a degli strappi. Naturalmente faremo questa valutazione e la faranno i singoli parlamentari».
Boschi non esclude la fiducia, lei la voterà?
«Dio non voglia che si metta la fiducia…, anche perché stiamo parlando di una legge di rango costituzionale e le cronache ci dicono che l’’unico precedente risale al 1953, al tempo della legge truffa. Per quello che mi riguarda non ho mai mancato di votare la fiducia quando noi dem eravamo in qualche modo associati al governo, anche con l’’esecutivo Monti. Certo di fronte a una fiducia diventa problematico dare poi il voto finale a sostegno del provvedimento, nel momento in cui si nega la possibilità dell’’esercizio della dialettica parlamentare».
I vostri sono veti?
«Assolutamente no».
Si è pentito di essere stato “trattativista” sul Jobs Act?
«No, per la mia natura di riformista di sinistra, punto a migliorare un testo legislativo quando il mio partito è al governo».
La tensione nel Pd porterà a una scissione?
«Come area riformista non pronunciamo mai la parola scissione, non abbiamo progetti di rottura».

la Repubblica, 10 aprile 2015



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