Cantone: “Le fondazioni hanno sostituito le correnti”

 È in carica dal 28 aprile scorso, il presidente dell’’Autorità nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone. Un viaggio iniziato un anno fa tra Expo, Mose, Grandi Appalti, Mafia capitale, Coop e metanizzazione.
 Qual è il rapporto oggi tra la corruzione e la politica?
«La corruzione fotografa il disfacimento dei partiti che avrebbero potuto rappresentare un anticorpo alla corruzione stessa. Prima il politico corrotto piuttosto che da un Tribunale veniva processato ed espulso dal partito di appartenenza. Oggi, purtroppo, la politica non è in grado di imporre sanzioni».
In «Il male italiano», scritto col giornalista Gianluca Di Feo, accenna a questa degenerazione.
«Il politico corrotto espulso dal partito, soprattutto a livello locale, trasmigra in altri partiti che poi lo candidano».
L’’inchiesta sulla coop Cpl Concordia e la metanizzazione di Ischia ipotizza che il finanziamento alla politica passi ormai attraverso le Fondazioni.
«Oggi i partiti non sono più i terminali della politica, sostituiti dalle iniziative individuali o dalle Fondazioni che hanno, in parte, sostituito le vecchie correnti, e non per questo vanno demonizzate. Ma proprio perché sono i nuovi strumenti della politica devono diventare case di vetro trasparenti».
E oggi non lo sono?
«Le Fondazioni hanno una regolamentazione assolutamente inadeguata. Va imposta una trasparenza che deve consentire di individuare quanto entra e quanto esce dalle casse di una Fondazione perché possono determinarsi delle criticità, fenomeni illeciti».
Sospetta flussi di finanziamento irregolari?
«Guardo in positivo alla necessità di introdurre un sistema di garanzie che consenta di tracciare tutti i soldi che arrivano nelle Fondazioni e di rendicontarli».
Quanto è diffusa la corruzione nel nostro Paese?
«Molto. Ed è particolarmente innervata nel sistema economico. Guardiamo con preoccupazione alla grande corruzione, ma quella diffusa è ancora più pericolosa perché coinvolge la società nel suo complesso. Ed è quella che impera negli uffici, nelle Asl, quella delle liste d’’attesa, della motorizzazione, delle patenti facili».
Un anno di inchieste sulla corruzione. Da Milano a Roma e Napoli. È la cronaca di una disfatta. C’’è una trama comune che lega tutte queste inchieste?
«Non sono d’’accordo che le inchieste raccontano una disfatta. Anzi, al contrario, sono l’’inizio di una rivincita dello Stato e della legalità. Ben vengano queste indagini e anche le prossime. Ciò che tiene unite queste inchieste è il meccanismo affaristico in cui la politica sembra essere sempre di più sullo sfondo, cioè un autobus per fare affari. È evidentissimo in Mafia capitale ma anche in parte nelle inchieste sul Mose di Venezia, su Expo 2015 e anche sulla Cpl Concordia».
Se fossimo nella Palermo degli Anni Ottanta potremmo parlare di borghesia mafiosa. Oggi, invece, quello che colpisce è la presenza di una élite criminale dei colletti bianchi composta da tecnocrati, alti burocrati, capi dipartimento delle amministrazioni comunali. È questa élite che tiene insieme politica e impresa e in alcune aree anche la criminalità mafiosa.
«Sono assolutamente d’’accordo. Ci sono soggetti, vere e proprie camarille, che fanno affari utilizzando la politica nella logica della mafia e non della corruzione classica. Il politico viene comprato a prescindere dall’’atto che deve compiere, come ci racconta l’’inchiesta su Mafia capitale. Ma la novità rilevante è che anche la mafia classica sta utilizzando la corruzione come strumento principale della sua attività».
La politica di oggi è sempre più debole, povera. È una nave che i corsari corruttori possono facilmente conquistare?
«Nella periferia, negli enti locali, nelle amministrazioni di frontiera il pubblico ufficiale viene asservito a queste lobbies criminali. Come una sorta di affiliato che si paga indipendentemente da quello che fa».

La Stampa,  10 aprile 2015

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