Leggi e leggine ma i diritti mai

Tirata d’’orecchie da parte della Corte di Strasburgo. Non è la prima volta, non sarà neppure l’’ultima. Ormai abbiamo le orecchie rosse come chi soffra d’’un febbrone permanente. In questo caso dipende dai fatti (o meglio dai misfatti) della Diaz: 63 feriti, 125 poliziotti sott’’accusa. Significa che anche in Italia pratichiamo (di rado, e meno male) la tortura; però non c’’è il reato, sicché l’’Europa mette sott’’accusa il nostro ordinamento.
Ma per l’’appunto l’’accusato è recidivo e per una lunga serie di delitti.
Qualche esempio, pescando un po’’ a casaccio. I nostri processi durano più di un’’era geologica; dal 1999 la Corte europea dei diritti dell’’uomo ci bastona, perfino con 24 sentenze di condanna pronunziate in un solo giorno (16 gennaio 2001). Nel febbraio 2012 la medesima Corte ci ha punito per i respingimenti in mare verso la Libia (15 mila euro a ciascuno dei 22 migranti che s’’erano appellati). Nel gennaio 2014 ha stabilito il diritto d’’attribuire ai figli il solo cognome della madre, formulando anche in quel caso l’’esigenza di correggere la legislazione italiana. Nell’’agosto 2000 fu la volta degli sfratti decretati e mai eseguiti: 69 milioni di vecchie lirette pagate dallo Stato italiano a un cittadino, che da 10 anni cercava invano di rimettere piede nel proprio appartamento. Un precedente poi bissato nel 2003, questa volta a beneficio di un’’anziana signora in attesa da 14 anni.
È tutto? No, è soltanto il frontespizio del librone dei nostri peccati. Nell’’ottobre 2008 la Corte di Strasburgo verga l’’ennesima sentenza di condanna: 80 mila euro a un padre accusato ingiustamente, cui per 10 anni le autorità italiane avevano impedito di rivedere la figlia. Nel novembre 2014 un’’altra randellata, stavolta perché il nostro Paese non offre sufficienti garanzie per i rifugiati. Infine la celebre sentenza contro il sovraffollamento carcerario (gennaio 2013: 100 mila euro a sette detenuti stipati in celle con meno di 3 metri quadrati a testa), cui seguì l’’altrettanto celebre messaggio di Napolitano al Parlamento. Senza dire degli interventi firmati da altri giudici europei: per esempio dalla Corte di giustizia, che nell’’aprile 2011 bocciò sonoramente il reato di clandestinità, introdotto due anni prima nel «pacchetto sicurezza». O senza citare i moniti dettati dallo stesso Parlamento dell’’Unione: nel luglio 2001 si pronunziò a favore del rientro dei Savoia, in nome della libertà di circolazione.
Diciamolo: non va affatto bene. Le nostre orecchie rosse sono anche orecchie d’’asino e per sovrapprezzo a bocciarci è un giudice straniero. Inoltre la bocciatura costa, in quattrini oltre che in reputazione. E le sentenze della Corte di Strasburgo sono direttamente vincolanti per gli Stati. Noi invece, per lo più, preferiamo svicolare. Oppure le traduciamo in chiacchiere di carta, usando la carta delle Gazzette ufficiali. Per esempio rispetto alla ragionevole durata dei processi: nel 1999 l’’abbiamo iscritta nell’art. 111 della Costituzione, ma l’’anno dopo il tempo medio dei giudizi penali è lievitato da 1451 a 1490 giorni. O altrimenti rispetto al sovraffollamento nelle carceri: una leggina addosso all’’altra, però ospitiamo ancora 4.000 detenuti di troppo.
E la tortura, che ci ha fatto guadagnare l’’ultima medaglia? Nel 1955 abbiamo ratificato la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’’uomo (che ne prescrive il divieto), nel 1988 la Convenzione contro la tortura. Ma ogni ratifica rimane per aria, come un prosciutto appeso al soffitto. Papa Francesco ha introdotto nuove figure criminose per contrastare il genocidio e l’’apartheid, noi ci teniamo sul groppone il codice Rocco del 1930, firmato dal Guardasigilli di Benito Mussolini. Intanto il reato di tortura giace da due anni in Parlamento e forse è pure meglio che riposi in pace. Venne già risvegliato il 22 aprile 2004, quando la Camera approvò un emendamento della Lega Nord. Con quali contenuti? Stabilendo che è vietato torturare per due volte, ma una volta sola no.
Da qui la conclusione: diamoci una mossa. Il nostro ritardo sul fronte dei diritti non è certo colpa del governo in carica; prima di Renzi ritardava Letta, e Monti, e Berlusconi. Però l’’esecutivo Renzi marcia con passo da bersagliere e tutti gli italiani dietro col fiatone. Ecco, se il bersaglio del bersagliere diventassero i diritti civili, saremmo tutti più contenti di sudare.

Il Corriere della Sera, 8 aprile 2015

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