I riflettori spenti sull’ Aquila

aquila 2009Soldi! Soldi! Soldi! Dopo la Pasqua di Resurrezione e le polemiche sull’assenza di figure di governo alla marcia per le vittime del terremoto del 6 aprile 2009, Matteo Renzi giura via Facebook che risorgerà anche L’Aquila. E via coi numeri: cinque miliardi nella legge di Stabilità, un’accelerazione per il miliardo deliberato dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) subito dopo il suo giuramento, un altro centinaio di milioni per gli edifici pubblici… Insomma: «Dopo troppe promesse, siamo finalmente passati all’azione».
Reazioni freddine. A dir poco. Con insulti, sberleffi e sarcasmi sugli appalti Coop. Non può stupirsi. Gli aquilani faticano a dimenticare come in più di un anno il premier, nel suo vortice di viaggi e incontri e vertici qua e là (compreso il raduno scout a San Rossore) non sia riuscito a trovare il tempo per venire nella città distrutta dal sisma e farsi un’idea di come ancora oggi il centro storico agonizzi. Nonostante la visita sia stata data per imminente, dicono gli archivi, mese dopo mese.
Il punto è che gli abruzzesi, di soldi, se ne sono visti garantire a pacchi di fantastilioni di triliardi. Cominciò Berlusconi, invitando a portar pazienza gli sfollati «mandati in crociera» e garantendo che nell’attesa c’era «grande contentezza in tutti». Hanno proseguito Monti, Letta, Renzi… Poi sono piovute, nei fatti, soprattutto leggi, leggine, delibere. Per un totale, nei primi quattro anni, di 1.109 pacchetti di regole. Il solo decreto Monti, per dire, era di 139 pagine più allegati. Una gabbia burocratica ancora più angosciante delle gabbie di ponteggi.
Sei anni dopo il terremoto del ’76 in Friuli (il triplo dei morti aquilani, 45 comuni rasi al suolo, 40 gravemente danneggiati, centomila sfollati) la ricostruzione era completata, dicono i giornali dell’epoca e ricorda documenti alla mano l’autore del piano Luciano Di Sopra, per il 74%. Sei anni dopo quello del 2009, nei comuni dei dintorni del capoluogo il tempo pare essersi fermato e nel centro storico dell’Aquila i grandi cantieri aperti sarebbero 180 su 1.600. Poco più di uno su dieci.
Tutto intorno, inchieste sulle case «belle e salubri» costate più di un restauro in pietra ed evacuate per le condizioni igieniche terrificanti, inchieste sugli isolatori «antisismici» che antisismici non sono e si spaccano alla prima botta, inchieste sulle infiltrazioni nei subappalti dei casalesi e della ‘ndrangheta, inchieste sulle mazzette con il coinvolgimento prima del vicesindaco e poi di un comandante dei carabinieri…
Dice il sindaco Massimo Cialente, dopo qualche sfogo a effetto («Avanti così finiremo fra decenni!») che i soldi final mente ci sono davvero ma le domande son 75 mila e le procedure per sbloccare i progetti così complesse che con gli uomini che ha non potrà farcela mai. Vuole uomini, uomini, uomini. E si torna al tema: non è solo una questione di soldi.
Certo, al di là delle ironie sulle illusioni iniziali (resta su YouTube l’ingenua esultanza di un tizio: «Siamo terremotati di lusso!») sarebbe ingiusto negare gli sforzi enormi compiuti dopo il sisma per dare a tutti gli sfollati una sistemazione per l’inverno e non meno ingiusto negare il lavoro di tanti uomini, come l’ex ministro Fabrizio Barca, per restituire all’Aquila la sua bellezza, la sua storia, la sua dimensione culturale.
Ma oggi, spenti i riflettori che si riaccendono solo di tanto in tanto e accumulati sei anni di fatiche, delusioni e stanchezza, pare che il Grande Sforzo Nazionale per ricostruire L’Aquila sia passato un po’ in secondo piano. Come se fossero altre, oggi, le priorità. E gli aquilani, tra le macerie qua e là ancora da portar via, si sentono ogni giorno un po’ più orfani…

Il Corriere della Sera, 7 aprile 2015

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