Scemo chi non legge

parlamento-italiano  Non è il massimo della vita fare ogni giorno le cassandre e i grilli parlanti, specie se tutto intorno è un concerto per violini, pifferi, tromboni, grancasse e tricchetracche. Sarebbe bello poter dire, una volta tanto, che va tutto bene, o almeno ci andrà. E risparmiarci i ritornelli del Farinetti di turno: “Ma voi vedete sempre il brutto dappertutto!”. Come se lo facessimo apposta, se ci fosse bisogno di scavare, per trovarlo. Per un anno, soli soletti, abbiamo scritto che l’Italicum e il nuovo Senato sono due schiforme perché espropriano un’altra volta i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti e consegnano le istituzioni (che sono di tutti) nelle mani di uno solo, il premier-padrone. Ora che forse è tardi (ma forse no, se chi dissente si decide a votare contro in Parlamento, anziché ciarlare in tv), lo dicono pure la minoranza Pd e persino i costituzionalisti Onida, Ainis e De Siervo, finalmente liberati dall’armatura corazziera dell’èra Napolitano. Qualcuno parla addirittura di rischio autoritario: peccato che quando noi rilanciammo l’allarme di Zagrebelsky e Rodotà nel famoso appello di Libertà e Giustizia di un anno fa, e l’estate scorsa raccogliemmo le firme di 350 mila lettori, venissimo guardati come marziani o come visionari.

Quante volte, in beata solitudine, abbiamo scritto che le decine di “fondazioni” di leader e sottoleader sono casseforti opache e antidemocratiche: aggirano la legge sul finanziamento ai partiti e nascondono ai cittadini i finanziatori con la scusa della privacy, esattamente come le cene elettorali di cui non si può sapere chi partecipa, e chi versa, e quanto, perché bisogna tutelarne la sacra riservatezza. L’abbiamo scritto sulla fondazione Fare Metropoli di Filippo Penati, l’abbiamo ripetuto sulla fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, l’abbiamo riscritto sulle collette gastronomiche e la fondazione Big Bang di Renzi & Carrai: attendiamo ancora risposte, intanto Penati è sotto processo (per i pochi reati scampati alla prescrizione regalata dalla legge Severino) e l’inchiesta napoletana di ieri cita anche finanziamenti e strane attività di Italianieuropei (che comprava libri e vini del Conte Max) e di BigBang (che pagava il cellulare a Renzi quand’era sindaco), come spiega Marco Lillo qui accanto. Renzi e il Pd, come già per Incalza (oggetto di numerosi articoli del Fatto in tempi non sospetti), non possono cadere dalle nuvole sui maneggi del sindaco di Ischia Giuseppe “Giosi” Ferrandino. Un anno fa, quando preparavano le liste per le Europee, pubblicammo vari articoli sugli inquisiti da non candidare.

Tra questi c’era Ferrandino, rinviato a giudizio per falso ideologico e abuso d’ufficio per aver disboscato una collina per costruire una caserma della Forestale, deputata proprio a combattere gli scempi ambientali. Il Pd se ne fregò e anziché chiedergli di dimettersi da sindaco, lo candidò al Parlamento europeo, per fare vetrina a Bruxelles e a Strasburgo assieme a Renato Soru, imputato per reati fiscali, e a un’altra infornata di inquisiti. Per fortuna, Ferrandino risultò primo dei non eletti. Da ieri è in galera e la vice-segretaria Serracchiani dice di non conoscerlo: possibile che non sappia chi candida il suo partito? Se ci avessero letti con più attenzione, e avessero provveduto di conseguenza, lorsignori non si ritroverebbero ora alle prese con candidati impresentabili tipo De Luca (alle Regionali in Campania) e Crisafulli (alle Comunali a Enna) e con i sottosegretari imbarazzanti Barracciu, Faraone, De Filippo, Castiglione (indagati), Nencini e De Caro (citati da Incalza come scelti da lui, ma inspiegabilmente al loro posto a differenza del ministro Lupi). Per non parlare della pantomima di Agrigento, dove le primarie del Pd le ha vinte un raro esemplare di forzista incensurato, ora annullate per candidare Angelo Capodicasa, il dinosauro pidino che governò la Sicilia dal 1998 al 2000, pappa e ciccia con Totò Cuffaro.

Certo, non è molto popolare scrivere ogni giorno ciò che gli altri non scrivono. E non è molto piacevole sentirsi insultare sia dai delinquenti, sia da chi dovrebbe combatterli. Quando Lillo scrisse che Renzi doveva scegliere fra Cantone e Incalza, quest’ultimo chiamò sua figlia e disse: “Sul Fatto Quotidiano c’era un articolo in cui dice ‘Cantone, Incalza è il tuo problema’, con la fotografia di Scajola e mia… Ma a uno come Marco Lillo, a questo punto, l’unica cosa che gli possiamo fare… del male fisico, non lo so”. Anche due uomini della coop Cpl Concordia indagata ieri a Napoli ci onorano di una citazione per esserci occupati di loro un anno fa: “Ma questo bollettino qua, il Fatto Quotidiano, è il bollettino della magistratura… di una corrente della magistratura, di Magistratura democratica!”. Per noi sono tutte medaglie. Ma sono anche la prova che tenere alla larga certi soggetti prima che arrivino i carabinieri non è poi così difficile. Purché lo si voglia. Il punto è proprio questo: è ancora possibile una politica senza delinquenti? A giudicare dalla nuova fregola di bavaglio alla stampa (proprio sulle intercettazioni) che pervade la maggioranza, da Renzi ad Alfano col solito soccorso azzurro, si direbbe di no. A vedere la piazza di sabato sotto il palco di Landini e le battaglie magari sgangherate ma pulite dei 5Stelle in Parlamento per una vera Anticorruzione, si direbbe di sì.

Forse un giorno lo stesso Renzi, che è tutto fuorché fesso, capirà che i gargarismi sulla presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva non hanno senso per chi fa politica, e tantomeno per chi governa. Bisogna arrivare prima della Cassazione. Si guardi 1992 per un ripasso. La rottamazione non basta sbandierarla, bisogna farla. Se no te la fanno i carabinieri. E prima o poi si portano via anche te.

Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2015

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