Recensione: “La felicità al potere” su José “Pepe” Mujica

jose mujicaCorro a sentire la presentazione del libro “La felicità al potere” (Editori Riuniti) perché  parla di uno dei politici che più m’incuriosiscono, José “Pepe” Mujica,  Presidente dell’Uruguay, fino al primo marzo scorso.

Quello che ne ha fatto un caso internazionale è la sua resistenza alla ricchezza.
Sempre allontanata perché vista come un peso nel suo contatto con il popolo.
Appena eletto rifiuta di vivere nel palazzo presidenziale, pur di rimanere nella sua piccola chakra (casetta) di famiglia in campagna, alla periferia di Montevideo. E’ li che da bambino, figlio di una donna di origini liguri,  impara a coltivare i fiori e a venderli, scoprendo nuove varietà grazie ad un contadino giapponese, che ha il campo confinante.
Non ha mai voluto cambiare il suo vecchio maggiolino, e se gli chiedono perché, risponde perché funziona ancora bene. Parla usando parole semplici, per essere compreso da tutti. Dona il 90% del suo stipendio ad una fondazione, che ha creato per aiutare i poveri.
L’attaccamento alla sua gente viene da lontano.
La povertà che  circonda  la sua vita di ragazzo della piccola borghesia e la dittatura che lo opprime, lo portano ad unirsi ai guerriglieri Tupamaros, fino ad essere catturato, torturato e imprigionato per 14 anni.
Di quel periodo si porta 4 pallottole in pancia, che lo hanno gravemente ferito alla vescica. Quando la madre sa che il figlio è in carcere  e pur con la vescica danneggiata può andare al bagno solo una volta al giorno, vuole  fargli avere un vaso da notte di plastica, ma glielo impediscono sempre. Finché non escogita una mossa clamorosa. S’introduce in un ballo degli alti ufficiali e nel bel mezzo della festa urla in mezzo al salone fino a fermare la musica, che suo figlio soffre ma lei non può portagli un semplice vaso di plastica, Chiede e ottiene la solidarietà delle mogli e madri presenti e un generale l’autorizza.
Mujica è imprigionato negli anni del “Piano Condor”, voluto dagli Usa per debellare il pericolo rosso nel Sud America, senza risparmiare torture e carcere disumano. Pepe viene spostato in varie prigioni insieme ai suoi compagni, ma sempre con incappucciati, per evitare che si potessero fare segni facciali tra loro, per aggirare il divieto di parlarsi. Solo l’ultimo spostamento – quando ormai la dittatura si è allentata – lo fanno senza cappuccio né divieto di parlare. E Mujica ricorda come tutto il gruppo di ex guerriglieri – sempre detenuti in celle diverse – si mette  a ridere, perché insieme scoprono – guardandosi dopo 14 anni per la prima volta – di essere diventati più vecchi e più brutti.
Torna libero e viene eletto. Va in parlamento in motorino e una guardia gli urla di toglierlo, perché quello è il parcheggio dei deputati. E lui ridendo, dice che allora dovranno sopportare anche lui per qualche anno.
C’è un momento imbarazzante, quando – da parlamentare – deve rivolgersi ai vertici dell’esercito, che sono ancora gli stessi che avevano ordinato il suo carcere duro. Come un Mandela sudamericano tratta con gentilezza e comprensione i generali, e ne conquista la fiducia. Dice che la sofferenza del passato deve servire a costruire la felicità del futuro. Anzi, in un suo famoso discorso, dice che il potere e la politica devono servire a far diventare più felici le persone.
Pepe – come lo chiama sempre la gente – quando finisce il suo mandato, riconsegna la fascia presidenziale e invece di tornare al suo posto d’onore nella sala della cerimonia, prende la porta e se ne va. I giornalisti lo seguono, gli chiedono il perché di quel gesto. Qualcuno gli dice che è rischioso. “Un giorno o l’altro – risponde ridendo con la sua nota allegria – potrei morire di un attacco di forfora”. Ora è tornato nella sua chakra a produrre e vendere fiori.
“Perché sei libero – dice – non se hai tanti soldi, ma solo se hai il tempo di fare quello che più ti piace”.
*Massimo Marnetto è coordinatore del Circolo LeG di Roma

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