Stefano Rodotà, Fare massa critica per decidere

rodotàIo sono molto felice di essere qui anche invalido (…). C’è un fatto nuovo, un fatto che inquieta molto coloro i quali in questo periodo non sanno confrontarsi con la realtà dei problemi che stanno vivendo. Qui non stiamo disturbando un manovratore (…). Giovanna Cavallo, poco fa, riportava una frase incauta che ha ripetuto il ministro del Lavoro. Cioè “ciò che va bene per l’azienda va bene anche per i lavoratori”. Non so se fosse consapevole Poletti, pronunciando questa frase, che questo è un modo di dire che negli Stati Uniti c’era molti anni fa. E si diceva: “Quello che va bene per la General motors va bene per gli Stati Uniti d’America”. Noi dobbiamo dire una cosa: era sbagliata questa frase negli Stati Uniti di anni lontani. È ancor più sbagliata nell’Italia di oggi. Quello che va bene per i lavoratori è altro. Per i lavoratori va bene il riconoscimento della dignità del lavoro. Per i lavoratori va bene il riconoscimento della pienezza dei loro diritti. (…). Allora invertiamo quelle frasi pronunciate negli Stati Uniti e ripetute in Italia: “Ciò che va bene per i lavoratori va bene per l’Italia”. Questa è la frase che dobbiamo dire oggi (…). Perchè quando soffrono le persone nella loro vita quotidiana un Paese sa che la democrazia è in discussione. Questo è ciò che noi dobbiamo ricordare. Ma senza alzare troppo i toni. Io sono convinto che questa non è né demagogia, né retorica: è nient’altro che la riflessione sulla situazione italiana (…).
IN QUESTO MOMENTO non c’è soltanto una linea di rinnovamento incarnata dal presidente del Consiglio alla quale si oppongono persone arretrate, gufi e via dicendo. Ci sono due linee che sono venute emergendo con molta chiarezza, e una di queste è proprio incarnata da questa piazza. E questa linea, attenzione, a mio giudizio, è quella che bisogna far emergere pienamente.
Perchè se oggi c’è una frase che dovrebbe inquietare tutti. È quel dire “non ci sono alternative”. Quando si dice questo in realtà si dice che la democrazia è in qualche modo mutilata. (…)
Il discorso pubblico della democrazia italiana è povero in questo momento. È povero perchè una serie di voci sono state escluse. “Io non parlo con tutti gli organismi intermedi e quindi in primo luogo con il sindacato”; “io non parlo con la società organizzata”; “io sto smembrandola società”; “salto tutti”; “parlo con i singoli”; “e come parlo? Parlo attraverso i tweet”, che non è la buona comunicazione democratica. E allora noi dobbiamo ricostruire il discorso pubblico che significa anche ricostruire l’agenda.
I veri problemi del Paese non sono soltanto quelli indicati da Renzi. (…) L’obiettivo di questa che si è chiamata “coalizione sociale” è esattamente questo: contribuire all’agenda politica del Paese. E questa non è una forzatura, perchè quando in un Paese si rattrappisce l’elenco delle grandi questioni, qualcosa non funziona (…)
Forse Renzi che respinge con una certa sufficienza attribuendo questa maniera di guardare alle cose a qualche “professorone pigro”, io sono così poco pigro che sono venuto con le stampelle. Ma forse lui allude alla pigrizia delle idee. Ma allora la pigrizia delle idee è la sua. (…) E poi permettetemi di dire una cosa: è abbastanza patetica questa storia che ogni volta tira fuori i professoroni. O non ha altri argomenti, o ha una sorta di complesso di inferiorità. (…)
Perchè (…) se lui fosse stato attento, l’occasione della riforma elettorale e della riforma costituzionale ci avrebbe potuto dare davvero un risultato moderno, avanzato, al quale avrebbero guardato altri Paesi. Non si è voluto fare o non si è avuta la cultura per capire le proposte che arrivavano. (…) Oggi abbiamo il problema di far sì che questa disattenzione non permanga. (…) Davanti alla situazione che noi ormai conosciamo dobbiamo creare una massa critica sociale che è nello stesso tempo una massa critica politica. Ma non nel senso della politica partitica. Della politica che dà voce alla società e alimenta la politica. E alimenta io credo anche coloro i quali nei partiti non accettano più questo modo di vivere. Soprattutto nei partiti della sinistra. (…)
UNA SERIE DI IDEE diventano forti quando si può registrare un sostegno nella società. In quel momento anche la politica dei partiti diventa più forte. (…) Siamo in ritardo. (…) Ma non è vero che la partita sia perduta. (…) La decisione è importante ma la decisione è tanto più significativa (…) quando esistono i pesi e contrappesi dei controlli parlamentari, giudiziari e sociali (…) Il controllo parlamentare da alcuni anni è del tutto inesistente, il controllo giudiziario si cerca di azzerarlo, il controllo dei giornali si va sfarinando (…) E allora questa è la strada, una strada che non separa la società dalla politica. Dà alla politica la sua pienezza. Che non è polemica con chi nella politica ufficiale vogliono uscire da questa strettoia (…). È un lavoro difficile ma questa giornata ci dice che è un lavoro possibile. Vorrei aggiungere obbligatorio. La disillusione non deve produrre passività. La passività è l’anticamera della resa. E non mi pare che qui ci siano persone disposte ad arrendersi.

Il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2015

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