A proposito di Umberto Terracini. E di Costituzione.

letterapertaLETTERA APERTA

Al senatore Stefano Collina

All’onorevole Enzo Lattuca

Al PD di Ravenna

 Vorrei avere la creatività linguistica di papa/fratello Francesco.

E trovare un termine che si attagli all’improvvisazione istituzionale che abbia la stessa efficacia del verbo “spuzzare”, splendidamente usato da Francesco  in merito alla corruzione.

Aveva già detto in una precedente occasione – rivolto ai corrotti – “non date pane sporco ai vostri figli”. “Spuzza”, sporcizia: una volta tanto non ne sono destinatari peccati di natura sessuale.

Vorrei quindi dire qualcosa di altrettanto efficace a chi, di nuovo, gioca “pesante” con la Costituzione.

Il bisogno di scrivere una lettera aperta al PD di Ravenna è nato dopo avere partecipato a un incontro promosso dal PD venerdì 20 marzo scorso, dedicato al tema della riforme in corso d’opera.

Non trovo nulla di meglio da dire che: “Andate piano, con la Costituzione non si scherza, non si improvvisa. Si cambia con ponderazione e amplissima condivisione”. Invece, si sta procedendo in modo pesante.

Un argomento ascoltato venerdì scorso. Sono riforme urgenti, necessarie, molto attese. Attese da chi? L’altro argomento – non ascoltato venerdì scorso ma spesso in questi mesi – è “abbassare i costi della politica”. Poche lire rispetto alle montagne di denaro bruciate in modo crescente dalla corruzione, il baco più tremendo che corrode la nostra democrazia. Un argomento – quello dei costi  della politica – “populistico” e pericoloso.

Comunque, pochi giorni fa ricevo l’invito – sms e email – dal PD di Ravenna ad un incontro pubblico con due parlamentari PD, il senatore Stefano Collina e l’on. Enzo Lattuca, delle Commissioni Affari Costituzionali di Senato e Camera.

Il tema mi interessa. Riforma costituzionale e riforma elettorale.

Non vorrei sbagliare. Mi pare sia il primo convegno che il PD dedica al tema, a“riforma” costituzionale ormai quasi compiuta. Alcuni militanti del PD – fra i pochi intervenuti nel dibattito, non uno si è detto d’accordo con le riforme, anzi – hanno con rabbia protestato. “Venite ora che è tutto fatto? Chi vi ha autorizzato a fare queste riforme? E chi vi ha autorizzato a fare il patto del Nazareno?”. Negli anni – prima del Referendum vinto nel 2006, e a seguire – i Comitati in difesa della Costituzione della provincia di Ravenna hanno promosso molti incontri, di studio, di approfondimento, di dibattito pubblico. In alcuni casi invitando anche parlamentari di varie forze politiche. Qualche volta alcuni parlamentari hanno accettato, altre volte non si sono visti. Li abbiamo sempre cercati noi, chiedendo incontri a Mercatali, a Albonetti, a Violante. Se la Montagna non si muove, ci muoviamo noi. Siamo stati naif, come sempre. Quasi ogni volta, grandi rassicurazioni. Ci risentiamo, ci confronteremo ancora. Mai accaduto.  Che dire? Quale è – oggi – il valore della parola, dell’impegno preso?

Nel corso dell’incontro  del PD a Porta Adriana, venerdì scorso, è stata distribuita ai presenti una intervista rilasciata a “l’Espresso” nel 1975 da Umberto Terracini. Non la conoscevo, e l’ho trovata molto interessante. E’ un importante documento storico. Nel leggerlo, si respira l’aria di una certa epoca, quando la politica godeva ancora, pur con mille imperfezioni, di discreta fama. Figure come Terracini, comunista sempre autonomamente pensante, erano un punto di riferimento per varie generazioni. Peccato che chi ha distribuito questo importante documento non lo abbia commentato  con uno sguardo storico. Ma solo dicendo: “Vedete, anche Terracini voleva il superamento del bicameralismo”. Vogliamo guardare la cosa più da vicino, nel rispetto di chi ascolta e di chi – poi – legge? Terracini, che precedentemente non aveva dubbi sul bicameralismo, ritiene che ormai – siamo appunto nel 1975 – la Costituzione sia migliorabile con una riforma che introduca il monocameralismo. Un sola camera – dice – non importa se Camera o Senato. La Costituzione è modificabile, e i Costituenti non a caso hanno predisposto l’art.138 che contiene le procedure da seguire per le modifiche.  Erano i primi anni Settanta, l’età d’oro dell’azione collettiva. Gli anni di piombo erano di là da venire. Era la stagione delle grandi riforme sostenute, appunto, dall’azione collettiva. Statuto dei diritti dei lavoratori, divorzio, sistema sanitario nazionale, diritto di famiglia. La DC frenava su tutto. Moro apriva e molti DC chiudevano.  Berlinguer era al massimo della sua creatività politica. La società, allora, era più avanti dei partiti. Pensava Terracini. Oggi non so se sia così. Lo pensa senza dubbio, e lo dice, il senatore Collina, convinto che il popolo voglia un Senato di nominati. Non mi è facile capire da dove lo deduca. Vedo nella società italiana molta frantumazione in ordine sparso, con difficoltà di coesione sociale e con una atavica carenza di spirito pubblico. Fra “società” e istituzioni vi è una certa circolarità che autoalimenta convinzioni antipolitiche diffuse, che sono in realtà molto più antipartitiche che antipolitiche. Molto di ciò che accade nelle istituzioni è ossigeno per l’antipolitica. Ultimo atto, Lupi e dintorni. Altro che Senato elettivo.

Terracini si trovava invece in anni di grande fermento e di crescita civile. Un monocameralismo sarebbe stato in sintonia con l’espansione democratica in atto, l’unica che l’Italia abbia avuto, dopo gli anni cruciali della Resistenza e i primi anni della Repubblica.  Terracini vedeva anche – fra l’altro e laicamente – l’inutilità del Cnel. Sempre laicamente Terracini dice : “ In realtà la nostra vita politica non ha mostrato particolari carenze per la scarsa attività del Cnel”. Anche noi “conservatori costituzionali” – questa è la definizione con la quale siamo descritti – non ci saremmo certamente stracciate le vesti per questa modifica costituzionale, l’abolizione del Cnel.

Anzi, perché non è  stato abolito? Chi lo ha mantenuto e perché?

Riteneva inoltre – Terracini – che si dovesse rendere esplicito in Costituzione il divieto di rinnovo del mandato presidenziale. A proposito del recente prolungamento del mandato di Napolitano, evento non anticostituzionale,  ma sicuramente border line, che ha segnato un punto molto basso nella storia parlamentare italiana.

Terracini era convinto – come quasi tutti noi allora, prima che comparissero il terrorismo, il delitto Moro e Craxi – che la democrazia in Italia fosse ormai solida, che pericoli come la “legge truffa”, che si era arenata anche per la forte e determinata opposizione, aiutata dal bicameralismo, del PCI, fosse ormai alle spalle. Ma cosa si evince dall’intervista del laico Terracini, uomo di parole chiare e non sfumate? Che una Camera basta – anche molti costituzionalisti ( condivido)  non si oppongono al monocameralismo, purché eletto come si deve -, che il presidente della Repubblica non deve diventare un potere “forte” e che una riforma costituzionale va fatta -  e va confortata, un termine bello – “da un’ampia maggioranza che comprenda tutto l’arco costituzionale”. “Un’ampia maggioranza che nessun gruppo, a sé stante, è in grado di fornire”. Parole testuali di Terracini, memore della grandiosa e unitaria stagione della Costituente, da lui intensamente vissuta.  L’arco costituzionale. Parole per noi – allora – sacre. Parole che veramente ci confortavano. Erano una sicurezza, come le buone fondamenta di una casa. L’arco costituzionale era ampio. Ne era fuori solo l’estrema destra. Per quanto fosse già allora una Repubblica molto imperfetta, la sentivamo come casa politica dove ci si poteva abitare con una certa fiducia. Almeno per quanto riguardava i “fondamenti” che, guarda caso, stavano proprio scritti in Costituzione. Divisione dei poteri, contrappesi, autonomia dell’ordine giudiziario, che in realtà Terracini, nell’intervista, giudica un po’ troppo – di fatto – condizionato dall’esecutivo. Non a caso la Costituzione ha cominciato ad essere indigesta quando è comparsa, fra gli anni Ottanta e Novanta, una nuova generazione di magistrati, figlie e figli degli anni della azione collettiva, e fedeli alla Costituzione. Che hanno preteso di esercitare il proprio potere costituzionale con la Costituzione in mano. Questo era forse troppo, anche per parti consistenti dell’arco costituzionale.

Oggi quasi nulla  – di quella storia – è sopravvissuto, se proprio si vuole fare un parallelo storico con il 1975. Intanto, perché Terracini pensava a una sola Camera, ovviamente tutta eletta direttamente dal popolo. Non c’è traccia, nelle sue parole, di una Camera di serie a, elettiva, e una di serie b, un Senato di nominati. Da pochi anni erano state istituite, con grande ritardo costituzionale, le Regioni. E’ probabile  che pensasse che qui si trovasse il cuore “federale” che i Costituenti avevano disegnato. Aveva in mente un vero monocameralismo, con elezioni che, allora, era ancora scontato che avvenissero con un sistema elettorale proporzionale.

Oggi le riforme del PdR (Partito di Renzi, secondo l’acronimo di Ilvo Diamanti) sono state pensate da un governo che della cultura dell’arco costituzionale di un tempo non ha più quasi nulla. Anzi, nulla. Solo sporadicamente alcuni partiti si rifanno a quella storia, dando a volte  l’impressione che sia per dovere d’ufficio, un ufficio poco sentito. Una retorica, un rito, una captatio benevolentiae che non mi convince. I 5 Stelle si rifanno alla Costituzione a corrente alternata. La Lega poi non parliamone, anche se, per un rituale gioco delle parti, è “naturalmente” in disaccordo con tutto ciò che viene da un governo che non la contiene. Ora non vuole questa riforma – per vendetta – neppure uno dei contraenti del patto del Nazareno. Con chi dovrebbe essere fatta, allora, questa storica e urgente riforma? L’unico partito con cui il PdR si è confrontato a tu per tu ha un leader che poco tempo fa diceva “governare con questa Costituzione è un inferno”. Cioè, governare democraticamente è lento e faticoso, e c’è troppo da discutere. Lo pensa probabilmente anche il PdR. Mi pare di capire – però – che non pochi, nel PdR, siano dubbiosi,  per quanto con mille  sfumature non sempre chiare.

L’on. Lattuca, per esempio.

L’on. Lattuca, l’altra sera, ha fatto presente che non si può cambiare la Costituzione solo attraverso il patto del Nazareno, peraltro “scaduto”, e che la Costituzione va comunque sempre maneggiata con cura. E’ quello che molti costituzionalisti e “professoroni” – il culturame di scelbiana memoria? – dicono da tempo. Soprattutto, non si può pensare a una modifica costituzionale poco convincente, che indebolisce fortemente il valore della rappresentanza, abbinandola ad una legge elettorale con evidenti vizi di costituzionalità – non inferiori al Porcellum – e che non garantisce la rappresentanza e l’uguaglianza del voto. Il senatore Collina  ha risposto all’on. Lattuca con i seguenti argomenti. Intanto – premessa – bisogna “semplificare”. Il senato non elettivo “è atteso” ( da chi?) e questa è la volta buona, dice il senatore Collina. D’altra parte, una legge elettorale a cosa deve servire? Deve legittimare con un voto una maggioranza che possa governare dalla sera stessa del giorno in cui le urne si chiudono. Esattamente il contrario delle indicazioni della Corte costituzionale. Argomenti – questi – in sintonia con la legge Acerbo e la “legge truffa”,  decisamente migliore dell’Italicum 2. Almeno, il premio di maggioranza previsto dalla “legge truffa” sarebbe andato a chi avesse superato il 50%, cioè a una maggioranza. Con l’Italicum 2 una minoranza può diventare maggioranza, tanto più grave se fosse la seconda lista ad avere successo. Se incrociamo questa legge elettorale con un Senato non elettivo, la nostra sarebbe una Repubblica espressa da pochi ceti partitici, sempre più separati dal resto della società, e con un astensionismo crescente. Renzi, commentando il 37% di votanti alle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna, ha detto: “Non importa che a votare siano andati in pochi, importa che abbiamo vinto”. Agghiacciante.

L’on. Lattuca non ha nascosto, in merito, forti preoccupazioni e, mi pare, un netto dissenso.

La mia personale preoccupazione è la seguente.

Ripenso ad un incontro di giovani ravennati con Oscar Luigi Scalfaro. Accolse giovani liceali di Ravenna e Lugo ai quali avevamo proposto la lettura del suo libro autobiografico “La mia Costituzione”. “Sua” perché aveva contribuito, quale giovane Padre Costituente, a scriverla.  Disse alle/ai giovani, durante un dialogo intenso, lungo e molto bello, di alta densità civile e democratica: “Avete, voi giovani, una grande responsabilità. Conoscere la Costituzione, per potere esigere che sia rispettata e applicata. E può modificarla solo chi la conosce e la apprezza. Sapete? Più della metà dei parlamentari la Costituzione non l’ha mai letta”.

Se non rimettiamo in piedi la politica con parlamentari degni di questo nome e funzione, affidare a nominati obbedienti la revisione costituzionale è come giocare con il fuoco.

Siamo in Italia, non dimentichiamolo mai. E sento molta “spuzza”.

Se il governo non avrà i due terzi in parlamento- è comunque sperabile e prevedibile – intravedo un  Renzi che si appella direttamente al popolo con un referendum che avrebbe il sapore del plebiscito sulla sua persona.

Non male, per la salute democratica di un paese – ironizzo -, un governo che si appella direttamente al popolo con enfasi plebiscitaria. “Fatemi governare!”.

In un’Italia dove – in modo intermittente – in momenti di crisi compaiono capi “affascinanti”, che, purtroppo, affascinano, favoriti dalla prevalente ignoranza storica di una parte consistente della opinione pubblica.

In Italia, dove la fiducia nelle Istituzioni e nella “politica” dei partiti è esile e sottile come una carta velina.

Un plebiscito. Questo mi “spuzza”. In Italia. Non vorrei che ricominciasse un altro ventennio.

Se ci arriviamo – al referendum -  faremo di tutto perché non sia un plebiscito ma un referendum vero. Con un NO trasversale.  Si tratterà di andare controcorrente e di scalare una salita assai ripida. Ma dovremo farlo, come nel 2006.

E chissà che un nuovo arco costituzionale non possa, da questo passaggio, ricostruirsi.

Rivolgo queste preoccupate riflessioni al PD, quale contributo ad un dialogo mai nato.

Maria Paola Patuelli

Ravenna, 25 marzo 2015

*Maria Paola Patuelli è socia storica del Circolo LeG di Ravenna e animatrice dei Comitati per la Costituzione

 

1 commento

  • Io penso che affidarsi al referendum non sia sufficiente. Si devono richiamare i parlamentari dei partiti che sostengono queste riforme a riflettere sulla grave responsabilità che si assumono nel modificare la costituzione secondo il progetto definito da Renzi. I nostri padri e i nostri nonni hanno combattuto per la libertà che ora viene svenduta per paura di disobbedire, per conquistare una poltrona nel futuro parlamento di nominati. Se dovessero andare in porto le riforme saremmo una eccezione nel panorama delle democrazie avanzate dove il parlamento trae la sua legittimazione dai cittadini e non dal leader di turno e un presidente, anche forte deve fare i conti con un parlamento che rappresenta veramente il paese.
    Pensare che basti poter decidere per far funzionare un paese è un’illusione pericolosissima. Un paese funziona se si condividono le regole di base se tutti si sentono parte di un tutto che vogliono contribuire a far crescere. Queste riforme spezzano il paese.
    Referendum o non referendum i parlamentari che pigeranno sul bottone del si avranno interamente la responsabilità del futuro di questo paese, l’avranno sulle loro spalle tanto più saranno stati coscienti dei pericoli e dubbiosi di stare agendo per il meglio.

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