L’idea per festeggiare il 25 Aprile

«Il sole indugiava ancora all’’orizzonte e le rondini garrivano nel cielo del Castello che già le avanguardie del pubblico affluivano verso i viali del Parco ad assicurarvisi posizioni di favore….». Comincia così l’’articolo del Corriere d’’Informazione del 15 luglio 1945, un minuscolo colonnino (ma tutto il quotidiano, per scarsità di carta, usciva con due sole pagine in quell’’anno di pace appena ritrovata dopo cinque anni di guerra), dedicato al grande ballo collettivo organizzato il giorno prima al Castello Sforzesco di Milano per festeggiare la fine delle ostilità.
L’’iniziativa ebbe un successo strepitoso, tanto da restare incisa nella memoria della città. Ed è per questo che, per celebrare il 70° anniversario della Liberazione, Radio Popolare ha avuto l’’idea di replicare la festa di allora allargandola però a tutta l’Italia (case, piazze, strade, teatri, ovunque ci sia la voglia di ballare e cantare). «Abbiamo chiesto la collaborazione di Arci, Anpi (l’’associazione partigiani) e Insmli (gli istituti di storia della resistenza) — spiega Danilo De Biasio a nome dell’’emittente milanese — per lanciare l’’idea: tra un mese esatto, nella notte tra il 24 e il 25 aprile, dalle 10 in poi, cercheremo di far ballare più gente possibile in tutte le città e i paesi, fino a intonare, tutti insieme, allo scoccare della mezzanotte, un canto collettivo. L’’iniziativa, che si chiama “Liberi anche di cantare e ballare”, ci è sembrata un modo non scontato per celebrare tutti coloro che hanno lottato per la nostra libertà. Non abbiamo ancora scelto la canzone, ma probabilmente sarà Bella ciao che in tutto il mondo è identificata con la resistenza italiana al nazifascismo».
Settant’anni fa l’’idea di far ballare la città dopo i lutti e gli odi della dittatura e della guerra civile fu di Antonio Greppi, il primo sindaco socialista della Milano liberata. Noi oggi festeggiamo la liberazione il 25 aprile, ma, per chi la visse, quella giornata di 70 anni fa tutt’’altro che una festa: per le strade si sparava ancora, era in corso la caccia a nazisti e fascisti, ci furono allora e nei giorni successivi giustizia e vendetta che culminarono in piazzale Loreto con i corpi di Mussolini, di Claretta Petacci e di altri gerarchi appesi a testa in giù alla longarina di un distributore di benzina. Greppi decise quindi che in qualche modo era ora di chiudere la stagione dell’’odio e di festeggiare, nel vero senso della parola, il ritorno alla libertà. Come luogo delle danze fu scelto il Parco Sempione e come giorno il 14 luglio, la festa nazionale francese per la presa della Bastiglia, in segno di solidarietà e amicizia con i maquisards , i partigiani francesi che avevano combattuto contro tedeschi e collaborazionisti del governo di Vichy.
L’’organizzazione della «Festa della fraternità e del popolo» (questo il nome completo, un po’’ magniloquente ma l’’epoca lo esigeva) fu affidata da Greppi a Paolo Grassi (in quel momento critico teatrale del quotidiano socialista l’’Avanti ) e Giorgio Strehler, che poi con il Piccolo Teatro sarebbero diventati due giganti della cultura italiana. Le poche foto dell’’epoca mostrano l’’Arco della Pace imbandierato con i vessilli delle Nazioni alleate (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Unione Sovietica) e con il tricolore italiano. La celebrazione partì con gli inni nazionali, poi la Canzone del Piave, quindi l’’Inno dei lavoratori (vietato da anni e le cui parole erano di Filippo Turati). Poi iniziò la festa «vera», cui parteciparono migliaia di persone. Così la descriveva un articolo dell’’Europeo : «Al Parco sette piste da ballo, nove orchestre, tre palloni frenati e fuochi d’’artificio. Ma lo spettacolo più vivo fu in periferia, con decine di orchestre e di bande che percorrevano la città in autocarro. Fisarmoniche, violini, chitarre, grammofoni suonavano nelle piazze. E la gente ballava. Ballavano ricchi e poveri, vecchi e bambini. Tutta Milano ballò nelle strade, fino oltre l’’alba, sotto i lampioncini e le bandiere…».
Chissà se tra un mese succederà lo stesso. A Radio Popolare ci sperano. In sedici città (per ora), da Milano a Lecce e da Reggio Emilia a Barletta, i circoli Arci si stanno muovendo per organizzare le danze. «Abbiamo aderito — spiega Francesca Chiavacci, presidente dell’’Arci — perché ci sembra una bella iniziativa che riporta tra noi in modo un po’’ più fresco l’’ora della Liberazione». E anche la macchina organizzativa dell’’Anpi è in azione. «È un’’iniziativa simbolicamente forte — dice Carlo Smuraglia, numero uno dell’’Associazione — che si aggiunge a quelle tradizionali e che dà il senso di una comunità viva e vivace che vuole andare avanti con fiducia e coraggio».

Il Corriere della Sera, 25 marzo 2015

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