Don Ciotti: “Ci hanno rubato le parole antimafia e legalità”

imagesDon Ciotti, oggi Libera festeggia un compleanno importante. Qual è stato il momento più difficile in questi vent’anni contro le mafie?
«Potrei ricordare minacce, incendi, distruzioni sui terreni confiscati, la condanna a morte di Riina nei miei riguardi. Ma io credo sia peggiore un altro tipo di minaccia».
Quale?
«Continuare a non fare politiche giuste. Questa è la ferita più grande. Vedere l’Italia trascinarsi dentro meccanismi che spolpano continuamente i provvedimenti legislativi. Penso alla legge sulla corruzione: dovrebbe essere chiara, netta, senza compromessi, e invece…».
Sempre più spesso vengono arrestati dei «paladini» dell’antimafia, come nel caso recente di Roberto Helg a Palermo. Cosa significa?
«Sento una ferita dentro. Il rischio è che qualcuno semplifichi e etichetti. L’antimafia è innanzitutto un problema di coscienza, non una carta d’identità che si tira fuori a seconda delle circostanze. E’ una parola che non mi piace più, perché ci è stata rubata. Come legalità».
Anche legalità è una parola ormai priva del suo significato?
«Sì, tutti la usano. Ma intanto sono state fatte leggi che hanno favorito i furbi e garantito i potenti. Non può esserci legalità senza uguaglianza sociale. Nessuna legalità senza rispetto della nostra Costituzione».
E’ contrario alle modifiche alla Carta?
«Certamente è giusto aggiornarla, ma i principi fondanti devono restare tali. La spina dorsale della nostra Costituzione si chiama responsabilità. È ciò che chiediamo alla politica, è ciò che dobbiamo chiedere a noi stessi».
A proposito di politica. Cosa ne pensa della chiamata a raccolta fatta dal segretario della Fiom Maurizio Landini?
«Ben venga una coesione sociale dal basso. Che possa servire da stimolo e proposta. Io ho grande stima del lavoro di Landini e Gino Strada».
Libera aderisce?
«No, perché Libera è un coordinamento di 1600 associazioni, che comprende da sempre anche tutti i sindacati. Quindi, ogni realtà deciderà per sé».
Lei ha lanciato l’allarme sui beni sequestrati che molto spesso restano, in realtà, nella mani dei mafiosi. A che punto siamo?
«Le modifiche legislative della devono diventare concrete. Lo studio fatto da alcuni bravi magistrati spiega che 55 mila beni potrebbero essere restituiti alla collettività. Abbiamo fatto tanto, ma dobbiamo fare di più».
In Italia sembra esserci un clima di intimidazione generalizzato. Cosa pensa di quello che sta passando il suo amico e compagno di battaglie, l’ex procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli?
«Soffro profondamente. Caselli ha speso la sua vita per il bene comune, cercando sempre di rispettare le regole. C’è chi dimentica la storia. C’è chi semplifica. C’è chi vive da miopie. Non è possibile etichettare in questo maniera. Ho letto quei volantini contro di lui: dietro ci sono menti molto adulte. Si può essere in disaccordo, ma non si può impedire a nessuno di parlare. Non c’è dignità in un comportamento del genere».
Chi ci sarà oggi in corteo a Bologna?
«Un mondo. Tutti i famigliari delle vittime. Più di 150 mila giovani. Ricorderemo Marco Biagi».
Una vittima della mafia che ci tiene a ricordare?
«A me sono care tutte. Non c’era un registro, lo stiamo componendo, anno per anno. Il primo diritto delle persone è essere chiamate per nome».
Può dirme uno?
«Margherita Asta. L’unica sopravvissuta della strage di Pizzolungo. Doveva essere un attentato contro il magistrato Carlo Palermo, ma su quella strada passò una macchinetta con a bordo una mamma e due bambini. Margherita ha voluto che fossi io ad accompagnarla all’altare. E dopo, sono andato in sacrestia a mettere i paramenti per celebrare il suo matrimonio».
Lei ha ricevuto recentemente nuove minacce di morte. Ha paura?
«Dicono che devo fare la fine di Don Puglisi, ma lui era un santo, io mi arrampico sui vetri tutti i giorni. Il servizio di scorta è molto aumentato, mi pongo qualche domanda in più, evidentemente. Ma allo smarrimento e alla fragilità, subentra la consapevolezza. Io ho sempre creduto nel “noi”. Possono colpire me, ma non possono fermare una realtà fatta da migliaia di persone».

La Stampa, 21 marzo 2015

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