Quel passo lento sui diritti civili

 IL PARLAMENTO francese ha appena adottato una legge sul fine vita attraverso una “sedazione profonda e continua” di malati in fase terminale che avevano lasciato precise indicazioni in merito. In Italia se ne parla da tempo ma nulla si muove. Il riformismo renziano sembra infatti procedere con due diverse velocità. Sul piano istituzionale e su alcuni aspetti socioeconomici esprime una forza propulsiva molto forte. Anzi, a volte si muove a passo di carica, usando ogni accorgimento, dal canguro alla tagliola, pur di arrivare in tempi brevi alla approvazione. Sul piano dei diritti civili, invece, si sconta una certa sedentarietà.
 Il matrimonio omosessuale, le adozioni monoparentali, un effettivo diritto all’’interruzione di gravidanza, il fine vita, la libera somministrazione della pillola del giorno dopo (Ru486) e di cinque giorni dopo (EllaOne), il diritto di cittadinanza rimangono indietro. Soprattutto non hanno centralità nel dibattito politico. Anche la questione del divorzio breve, approvato al Senato alcuni giorni fa, ha scontato una resistenza passiva al limite dell’’ostruzionismo da parte degli stessi esponenti del partito della maggioranza pur di evitare uno snellimento radicale delle procedure. La componente cattolica del Pd si è imputata a “difendere la famiglia”, utilizzando una espressione che si pensava appannaggio della destra tartufesca, quella che sfilava in piazza durante il family day, nonostante tutti i leader del centrodestra fossero divorziati. In questi casi viene invocata la libertà di coscienza, come se i diritti civili fossero un problema soggetto alla sensibilità etica. Ovviamente si possono avere opinioni diverse ma non le si può utilizzare per limitare i diritti di chi la pensa diversamente e chiede riconoscimenti che non violano la libertà di nessuno.
 Il problema rimanda alla cultura politica prevalente nella classe politica nazionale e alla sua sintonia con l’’opinione pubblica. Il caso Englaro fu una cartina di tornasole drammatica della distanza siderale che separava il “Paese legale da quello reale”, per usare una vecchia formula. In quella circostanza sembrava di essere tornati agli anni Settanta quando la Dc sfidava sicura e arrogante un tremebondo Pci sul referendum sul divorzio pensando di vivere in un Paese ancora clericale. E invece, come allora, anche nella drammatica vicenda Englaro, la maggioranza degli italiani stava dalla parte di coloro che vennero definiti in pieno Parlamento “assassini”.
Quelle punte esasperate ora non risuonano più ma la maggioranza di governo — anche, ma non solo, per la presenza dell’’Ncd — non sembra intenzionata ad imprimere un passo svelto a questa agenda. È di pochi giorni fa la restrizione imposta all’’assunzione della cosiddetta pillola dei cinque giorni: mentre la Commissione europea ha dato il via libera all’’acquisto senza prescrizione medica, il nostro ministro della Salute ha imposto l’’obbligo della ricetta «per evitare effetti collaterali ». Ottima precauzione, ma chissà perché negli altri Paesi non la considerino necessaria.
 Questo esempio, come gli altri ritardi — il 12 marzo il Parlamento europeo ha votato la relazione annuale sui diritti umani in cui si invitano tutti i Paesi, e quindi anche l’’Italia, a riconoscere le unioni civili tra persone dello stesso sesso — dimostrano un perdurante deficit di cultura politica laica nel Parlamento. Del resto, il Pd non ha mai brillato per posizioni avanzate su questo terreno. Risente ancora del peso sulle ali depositato dalla tradizione cattolica, prudente e a volte neghittosa sul fronte dei diritti civili, soprattutto se connessi alla sfera della sessualità, e da quella comunista, anch’’essa per lungo tempo estranea a questi temi.
 Così, è rimasto poco spazio per la promozione dei civil rights . Non per nulla sono i sindaci più sbilanciati verso posizioni laiche, da Ignazio Marino a Giuliano Pisapia, ad aver sfidato l’’inerzia legislativa celebrando nozze gay (e incorrendo nei fulmini del ministro dell’’Interno Angelino Alfano). Eppure, proprio la nuova classe dirigente oggi al timone del Pd, essendo, virtualmente, più in linea con la modernità e la postmodernità, non dovrebbe aver timori o remore ad aprire le finestre. In fondo, il presidente del Consiglio ha tenuto un profilo “laico”: non è corso in Vaticano appena nominato premier, non ha ostentato frequentazioni con prelati, non ha mai fatto riferimenti impropri alla religione. Abbandoni allora timidezze e imponga un altro ritmo a tutto il carnet dormiente dei diritti civili.

la Repubblica, 20 marzo 2015

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