Gotor: fu lui a chiederne le dimissioni, non si possono usare due pesi e due misure

image«Dimissioni? Lupi non è indagato, è chiaro che ci sono valutazioni politiche che si faranno ma ci vuole un po’’ più di contezza delle carte. Poi c’’è una decisione che spetta al singolo e credo che sia in corso una valutazione da parte del ministro», ammette Graziano Delrio durante la presentazione del suo libro «Cambiando l’’Italia» alla Camera. Che la situazione sia difficile da reggere per il governo diventa sempre più evidente col passar delle ore, anche sul piano parlamentare le cose si complicano. Le facce e le battute degli anti-renziani del Pd in Transatlantico danno l’’idea del clima. E al di là delle garanzie verbali di lealtà al premier-segretario, prefigurano sicure tensioni se si dovesse arrivare ad una resa dei conti in aula. Le opposizioni infatti sfornano già una mozione di sfiducia individuale al ministro firmata da Sel e 5 Stelle e nessuno nel Pd vuole che si arrivi ad uno sbocco parlamentare.
Il premier atteso al varco.
Dunque le varie minoranze Pd, cioè le truppe di Bersani, Cuperlo e Civati, attendono Renzi sulla riva del fiume per vedere come se la caverà, avvertendolo che «non si possono accettare due pesi e due misure. Quando era segretario del Pd con Letta premier, fu lui a chiedere le dimissioni della Cancellieri per un motivo di opportunità politica», fa notare Miguel Gotor. Anche se nel caso Cancellieri il Pd, malgrado i maldipancia, votò compatto contro la mozione di sfiducia dei 5Stelle.
«Dimissioni? Decideranno Renzi e Lupi», allarga le braccia Bersani. Il quale, al pari di Luigi Zanda, sostiene la tesi della prevenzione del danno, «ci sono leggi da cambiare, come la legge obiettivo che prevede un cumulo di potere sbagliato poiché affida alle imprese appaltatrici anche la progettazione delle opere e la direzione dei lavori», dice il capogruppo al Senato. Ma l’’ex segretario, come i «compagni» della ditta, non intende spaccare il Pd, è Renzi che ha l’’onere di sbrogliare una matassa che certo non fa bene all’’immagine del governo. «Noi faremo quello che deciderà il segretario», rispondono i vari Gotor, Stumpo e Zoggia. Ben sapendo che si farà in modo di non arrivare ad un voto che metterebbe in imbarazzo la maggioranza.
Il nodo di un voto in aula
Non è passata infatti inosservata ai vertici del partito la richiesta di un passo indietro avanzata ieri dal civatiano Walter Tocci all’’assemblea del gruppo Pd in Senato. Dove la Lega ha ottenuto un placet unanime dei capigruppo alla richiesta di chiamare il ministro a riferire in aula sulla vicenda. Anche alla Camera la tensione si taglia a fette. «Tira una brutta aria nel Pd, Renzi con la Cancellieri ci ha fatto penare assai e questa vicenda è uguale», dice un ex Ds della corrente del capogruppo Speranza. Ma il timore sui numeri casomai il caso Lupi precipitasse fino ad un voto in aula non si pone, anche perché Forza Italia conferma la sua matrice garantista e dunque il soccorso azzurro non mancherà, specie per un ministro di centrodestra come Lupi. «Che non è neanche indagato», fa notare Brunetta, «e noi siamo garantisti anche con chi è colpito da un avviso di garanzia. Piuttosto siamo molto perplessi del modo che ha Renzi di trattare i suoi alleati di governo, senza spendere neanche una parola, mentre ci sono altri membri del governo indagati, un sindaco che vince le primarie e si parla di cambiare la Severino. Insomma ci sono troppi pesi e troppe misure».
La tenuta del governo
Il premier sa bene quale sia il quadro, sa che comunque un voto su Lupi si trasformerebbe in un voto di fiducia al governo su una vicenda sgradevole e per questo va in pressing per accelerare la pratica. La minoranza è sicura che verrà risolta prima di un voto in aula, «la vicenda è imbarazzante, siamo su un piano inclinato che porterà alle dimissioni ed è bene che il Pd ci arrivi unito», dice Gotor.

La Stampa

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