Per un populismo democratico

image Nella sua critica al populismo di Salvini, Nadia Urbinati (Repubblica, 5 Marzo 2015) bacchetta duramente anche quegli “entusiasti del populismo” che, da posizioni non di destra, cercano di difendere ed elaborare un populismo democratico. Quali sono i motivi di questa critica? I populismi interpretano la politica a partire dal conflitto fra gli interessi della gente comune e gli interessi dei potentati economici e politici. Per alcuni populismi contemporanei, i nemici da combattere sono la finanza, le banche, l’1%, i super-ricchi, e quei burocrati, tecnocrati, e politici che stanno alle dipendenze (anche ideologiche) di queste oligarchie. I critici meno accorti ritengono che il populismo sia sempre e necessariamente eversivo, esclusivista, e manipolatorio. Nadia Urbinati ammette invece che il populismo possa in alcuni casi essere emancipatorio, e che lo sia stato in alcune occasioni storiche e aree geografiche. Ritiene però che, anche per il modo in cui Salvini lo interpreta, non possa esserlo nell’Italia e nell’Europa di oggi.

 Urbinati usa Salvini per fare, se così si può dire, di tutti i populismi un fascio. Il populismo, anche in Italia e in Europa, può essere genuinamente democratico. Il populismo democratico cerca di combattere la cattura oligarchica delle istituzioni politiche e della cooperazione sociale, cattura che da sempre minaccia la pace e la prosperità delle società umane. Il populismo democratico non vuole andare eversivamente al di là delle regole del gioco democratico, ma vuole invece riformare la democrazia in modo che essa non sia solo superficialmente imparziale, ma lo sia in modo coerente, profondo e non meramente formale, in modo che non favorisca i piccoli gruppi di potere e non si faccia beffe dell’uguaglianza politica.

 Il rischio – a cui Urbinati fa riferimento – che le “masse” vengano usate da leader senza scrupoli come semplice mezzo per scalzare dal potere altre élite politiche non riguarda soltanto i leader di movimenti populisti, ma riguarda invece tutti i leader politici, anche nei regimi democratici rappresentativi moderni (basta leggersi Schumpeter). La sfiducia e la diffidenza paternalistica che i critici del populismo dimostrano verso i cittadini costituiscono esse stesse un rischio importante per i sistemi genuinamente democratici, in quanto sono preludio e giustificazione di teorie e attitudini che lasciano ben poco spazio alla reale partecipazione dei cittadini. A questa sfiducia e diffidenza andrebbe invece contrapposto l’ottimismo sulle capacità di giudizio politico e morale della gente, e un sospettoso e attivo atteggiamento di “sorveglianza” verso i potentati economici e politici.

Il populismo democratico può e deve essere inclusivistico e solidaristico, e dunque deve rifiutare fermamente ogni forma di razzismo, xenofobia, e discriminazione. Certo, è inutile negare che esistono quelli che affiancano il razzismo e la xenofobia al linguaggio democratico a favore della gente e contro le oligarchie, ed è molto preoccupante che questo avvenga. Ma la colpa, a nostro avviso, si deve anche alle tragiche mancanze degli eredi di quelle forze che tradizionalmente tentavano di difendere il popolo dagli istinti predatori delle oligarchie stesse. Questi eredi hanno purtroppo sposato la deriva tecnocratica, succube degli interessi dei potentati economici, lasciando così spazio alle derive xenofobe.

 Per evitare strumentalizzazioni, il legame tra il populismo anti-elitario e la xenofobia va dunque smantellato, sia nella teoria che nella pratica. Quanto spesso nella storia, in nome di minoranze veramente vulnerabili, si sono difesi surrettiziamente gli interessi dell’unica minoranza non vulnerabile, quella delle élite economiche e politiche! Imbrigliare la democrazia nel nome delle minoranze vulnerabili per fare scudo ai potenti è un uso delle minoranze altrettanto strumentale di quello che fanno coloro che mischiano proclami anti-oligarchici e proclami xenofobi.

 Come anche stanno provando a fare Syriza e Podemos in questi mesi – e come è avvenuto in alcuni periodi della storia dell’America Latina – gli stessi appelli patriottici alla solidarietà nazionale possono avere un importante ruolo emancipatorio in contesti come quello attuale, in cui le decisioni politiche vanno spesso contro gli interessi della gente comune e sono determinate dall’alleanza tra élite politiche ed economiche, locali ed estere.

 Un populismo democratico, anti-oligarchico, antirazzista e anche capace di fare appello (nel modo giusto) a ideali patriottici e alla solidarietà nazionale è possibile. Il populismo democratico è forse l’unica strada per uscire collettivamente dall’attuale crisi delle istituzioni, e dalla devastazione economica e sociale a cui tale crisi ha contribuito in maniera cruciale, sia in Italia che in Europa.

Matteo Mameli è professore nel Dipartimento di Filosofia dell’Università londinese King’s College London

* Lorenzo Del Savio collabora con Matteo Mameli presso il King’s College London

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