Rai, ecco il piano di Renzi un manager al vertice nominato dal governo alle Camere solo il controllo

RaiROMA – Il cavallo di viale Mazzini avrà tra poco in groppa un solo cavaliere. Un vero  amministratore delegato, con poteri ampi, come in qualunque azienda privata. «Modello codice civile», spiegano nel governo. E nominato direttamente dall’esecutivo. È questa la principale innovazione della governance Rai immaginata da Renzi per superare la legge  Gasparri. Un modello che porta a rottamare l’attuale gestione mista Cda-direttore generale, nel  tentativo di allontanare i partiti dall’amministrazione diretta dell’azienda. Ma che, accentrando in capo al governo la scelta dell’amministratore unico, non mancherà di sollevare polemiche. In ogni caso ci siamo, la svolta è vicina. «In settimana – scrive Renzi nella sua enews – iniziamo  l’esame in consiglio dei ministri per chiuderlo velocemente. Poi la palla passa al Parlamento con lo  stesso metodo della scuola». Significa l’abbandono ufficiale del decreto a favore di un disegno di  legge.

Di cui, tuttavia, nella prossima riunione del governo saranno discusse soltanto le linee guida. E qui  sta l’altra novità, in fatto di metodo. Come avvenuto per “la buona scuola”, anche il progetto Rai  sarà oggetto di una consultazione. Stavolta non troppo allargata, ma limitata a una trentina di esperti del settore già individuati e preallertati: comunicatori, giornalisti, professori universitari, giuristi,  associazioni, economisti. Un processo di affinamento, tramite lo studio di questi «pareri», che porterà al disegno di legge definitivo.

Il modello, studiato da tempo a Palazzo Chigi fa perno sulla separazione netta tra la gestione e il controllo. «L’importante – anticipa Renzi – è affidare a un amministratore la responsabilità di guidare l’azienda senza continuamente mediare con il Cda sulle scelte operative. Se non porta risultati viene cacciato via, ma deve poter decidere come fanno tutti i manager». Resta ancora  aperto il problema di «quale equilibrio di potere tra chi nomina l’amministratore e chi controlla».  In sostanza il nodo non è stato ancora sciolto. Si capisce che il premier non intende rinunciare,  come invece suggeriscono i grillini, alla commissione di Vigilanza. Anche perché sarebbe inutile  cancellare la Vigilanza se comunque si intende affidare a un organismo parlamentare il controllo delle linee di indirizzo del servizio pubblico. Ma la Vigilanza (ovvero i partiti) sarà privata del  potere decisivo che le ha affidato la Gasparri, ovvero quello di indicare i nove membri del Consiglio  d’amministrazione. Allora a chi spetterà l’indicazione del Cda? Qui si entra in un terreno in parte ancora da definire. Uno di questi fili porta a un Consiglio di sorveglianza con membri nominati dal  governo e dall’Autorità di garanzia. Il quale, a sua volta, dovrebbe scegliere il Cda vero e proprio,  ridotto da nove a cinque componenti.

Un altro filo riporta invece tutto in capo al Parlamento (che non convince la presidenza del consiglio perché verrebbe meno la separazione tra gestione e controllo), al quale resterebbe l’elezione  del Cda come del resto elegge altri organi di garanzia quali i componenti della Consulta o del Csm.  I nomi dei cinque sarebbero però pescati in una “rosa” indicata da soggetti esterni come l’Agcom, la  Conferenza Stato-Regioni, il Consiglio dei rettori, la Corte Costituzionale. Mentre a palazzo Chigi  non trova ascolto l’idea del movimento cinque stelle di affidare a un sorteggio tra candidati con il  curriculum giusto la scelta del Cda. Per Renzi è «ridicolo» anche solo parlarne.  L’altro grande capitolo riguarda il contratto di servizio pubblico, che disciplina i rapporti tra lo  Stato e la più grande azienda culturale italiana. Quello attuale è scaduto nel 2012 e il governo ha intenzione di sfruttare l’occasione del rinnovo per ridefinire la «mission» della Rai e metterla in  linea con la riforma complessiva. Il presidente della Vigilanza, Roberto Fico, ne ha già discusso

con il sottosegretario Giacomelli e ha lanciato una campagna online («Firmerai.it») per sollecitare  il ministero a firmare il nuovo contratto. Che prevede «più protezione per i bambini, più lingue  straniere, più servizi per i disabili, più trasparenza». Per assicurare una programmazione di lungo  periodo, la durata del contratto da triennale viene reso decennale. Così la Rai conoscerà in anticipo  quanto incasserà dal gettito statale di anno in anno.

Ed è questo l’ultimo, importante capitolo della riforma. Dopo il decreto Irpef, che ha tagliato il bilancio di viale Mazzini di 150 milioni, il governo ha deciso che è arrivata l’ora di inserire il  canone nella bolletta elettrica già dal prossimo anno. In modo da azzerare la mostruosa evasione  dell’imposta. Il Sole24ore ha calcolato infatti che ci sono regioni, come la Campania, dove il  canone è un perfetto sconosciuto. In alcuni comuni del casertano come Casal di Principe o Parete  è in regola appena il 9% delle famiglie, mentre a Ferrara a pagare sono il 93,5% dei cittadini. Se  d’ora in avanti chi non paga il canone si vedrà staccare la luce, un sollievo per i contribuenti sarà l’importo dimezzato rispetto agli attuali 113 euro.

Renzi ha dunque deciso di rinunciare al decreto legge, in obbedienza alla nuova “dottrina Mattarella”, ma non è detto che il disegno di legge incontrerà un cammino facile in Parlamento.  Qualche punto di contatto con i grillini c’è stato, ma Forza Italia non intende cedere. E difende con le unghie la “sua” legge. Maurizio Gasparri parla di un «colpo di Stato» e chiede «il rispetto dei  vincoli ribaditi dalla Consulta che al Parlamento e non al governo ha affidato il ruolo di garante nella scelta del vertice aziendale». Renzi tira dritto per la sua strada. «Figuriamoci se mi faccio dare lezioni di democrazia da Gasparri».

la Repubblica  -  09 Marzo 2015

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