Il concetto di democrazia messo in crisi dall’assenza di dialogo

 Sembra che i tweet, i messaggini, i cinguettii, le battute simili ai bigliettini che i ragazzi di una volta (o ancora oggi) si scambiavano di nascosto sotto il banco di scuola siano diventati la politica che conta, quando scivolano giù dagli alti palazzi. Sono le gazzette ufficiali della nuova era o «terza Repubblica». Problemi gravi, di difficile soluzione — la scuola, la Rai, il lavoro, la giustizia — che possono condizionare la vita di generazioni arrivano alla comunità racchiusi in 140 caratteri. Quel che conta è fare presto, il modello è la velocità futurista o anche uno degli slogan cari al duce, «Chi si ferma è perduto». (Il partito della nazione non suscita amare memorie?).
 Si ha purtroppo spesso il sospetto che la politica sia morta sostituita dall’attenzione ai problemi e agli incroci della finanza di cui sono al corrente pochi oligarchi. Uno sceicco del Qatar, una piccola fetta del mondo miliardario prodiga di finanziamenti per i Fratelli Musulmani, ha comprato i grattacieli plurigemellati di Porta Nuova a Milano dimostrando anche come sia priva di iniziative e di coraggio la famosa imprenditoria meneghina. Mediaset vuol comprare invece le Torri di Rai Way, le infrastrutture tv; la Mondadori manifesta interesse (non vincolante) per il 99,99% della Rcs Libri.
 Le larghe intese non hanno di certo impoverito Berlusconi risuscitato da Renzi: non gli ha nuociuto per nulla l’affidamento ai servizi sociali (per frode fiscale) all’istituto Sacra famiglia di Cesano Boscone. Il conflitto di interessi è davvero morto e sepolto? Le berlusconiane azioni parallele imprenditoriali non riguardano il delicato e fondamentale settore della comunicazione? Non minacciano mortalmente il pluralismo?
 Il discutere un tempo poteva essere noioso, interminabile, persino ossessivo, ma era spesso proficuo, il sale della politica, la pratica della libertà. I partiti hanno cambiato natura, sono diventati battaglioni personali dove le minoranze tremebonde e inascoltate sono soltanto una palla al piede. Il Parlamento conta poco o nulla, i decreti legge, i voti di fiducia pesano come cappe di piombo e «i casi straordinari di necessità e urgenza» sembrano invenzioni linguistiche. Nel Pd guai a disturbare il manovratore e i garzoncelli scherzosi che lo attorniano. Chi ricorda il romanzo di Alfredo Panzini, Il padrone sono me! (1922)? La presidente della Camera Laura Boldrini con quel suo no all’uomo solo al comando ha rappresentato il popolo escluso (tra balcanizzazione e caporalato politico).
 Non ci si deve stupire, poi, dell’incolmabile e sempre maggiore lontananza tra politica e società. L’ha fatto ben notare il costituzionalista Michele Ainis ( Corriere , 15 gennaio): «Adesso alla partecipazione è subentrata l’astensione».
Decisioni di importanza gravissima come la cancellazione del Senato elettivo non sono state veramente discusse e l’opinione pubblica non è stata messa in grado di giudicare le ragioni di quel che si cerca di portare a compimento. In quale Paese l’abolizione della Camera alta, la Suprema Corte della politica, viene tolta praticamente di mezzo senza spiegarne ragioni credibili? Quante volte il passaggio delle leggi da una Camera all’altra — il regolamento è sicuramente da riformare — ha rimediato leggi sbagliate, ha messo in luce astrusità, ha corretto errori magari contenuti in un minuscolo codicillo che può segnare però il destino di una società. Non è stata certo la troika a chiedere l’abolizione del Senato, ma semplicemente la volontà di accentrare una ulteriore quantità di potere senza controllo nelle mani dell’Esecutivo.
 Della «dittatura della maggioranza» scrisse tra il 1835 e il 1840 Alexis de Tocqueville nel suo La democrazia in America. L’ha ricordato Gustavo Zagrebelsky, giudice costituzionale dal 1995, presidente della Consulta nel 2004, in un recente convegno fiorentino di «Libertà e Giustizia». Ha concluso il suo intervento parlando proprio della Costituzione, la Carta «nemica» dei nuovi governanti ( e, prima, dei «maestri» berlusconiani) che cercano di intaccare i principi costituzionali usando poteri costituenti che non posseggono. Ha detto dunque Zagrebelsky: la Costituzione «delinea una forma politica che si basa sulla democrazia di partecipazione, dove le decisioni collettive procedono attraverso contributi dal basso, cioè dai bisogni sociali, dalle convinzioni della giustizia e della libertà che si formano nella società, si organizzano in forme associative, si esprimono negli organi rappresentativi e si sintetizzano e si traducono in pratica attraverso l’opera del governo» .
Esattamente il contrario di quel che sta avvenendo. Le riforme, certe riforme, sono naturalmente necessarie. Quella economico-finanziaria, anzitutto, e bisognerebbe fare un monumento a Mario Draghi, allievo di Federico Caffè. Ma la crisi, oltre che politica e culturale, è anche di costume. Per ricominciare è indispensabile creare un clima differente, aprire un dialogo, coi sindacati, per esempio, trasmettere passione, fervore, non ordini da caserma senz’appello.
 La vera crisi è nel concetto di democrazia. Che i governanti, tra un tweet e l’altro, leggano almeno il discorso che Pericle fece nel 431 a.C. in onore dei caduti nella guerra del Peloponneso: l’elogio della democrazia e delle sue leggi.

Il Corriere della sera, 5 marzo 2015


Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

 caratteri massimo. Il testo eccedente verrà troncato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>