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Da anni ci battiamo per eliminare la distinzione tra politici e società civile.

Ma poi, basta una legge che pone un filtro agli amministratori pubblici condannati in primo grado per reati contro la pubblica amministrazione e subito civili e politici  si ritrovano su sponde opposte.

Ovviamente il riferimento è alla legge Severino, che ha fatto danni cavillando sulla concussione, ma almeno ha affermato il sacrosanto principio che chi è in condizione di dubbia onestà, non può ricoprire incarichi pubblici.
Sembra una condizione ovvia di salvaguardia; come dire che un condannato per furto di galline non possa fare il guardiano di un pollaio. Eppure, appena la rete ferma le prime volpi, la politica si ribella.
Non esiste più destra e sinistra quando gli onorevoli insorgono contro l’assurda pretesa di opporre la legge al consenso. Uomo votato, uomo condonato.
Tutto il resto è ipocrisia, dicono. Perché si sa che in Italia onestà e ideali si devono lasciare negli appositi armadietti dello spogliatoio, prima di “scendere in campo” per potere e privilegi. Così si sono levate proteste per l’allontanamento di Berlusconi dalle aule, come ora il candidato PD alla presidenza della Campania, De Luca, dà sfoggio di infastidita arroganza invitando i moralisti a “incartare la legge Severino nella stagnola e metterla nel frigo”.
Allora qui – noi della vituperata “società civile” – ne facciamo un punto di resistenza. Chi allarga le maglie della Severino si mette contro di noi. Perché chiediamo agli amministratori esattamente quello che prescrive la Costituzione: disciplina e onore (art. 54).
Molto di più di una presunzione di non colpevolezza.
Massimo Marnetto, Coordinatore LeG Roma

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