Falso in bilancio, nodo non quotate, Pd diviso sul limite di 5 anni per l’archiviazione

 Milano Sanzioni fino a cinque anni nelle società non quotate e fino a 8 nelle quotate. Area di non punibilità dai confini un po’ incerti; sanzioni più leggere per i casi meno gravi; inasprimento delle misure a carico delle società e non solo dei manager. Il ministero della Giustizia scopre le carte e in tre paginette di emendamento alla legge anticorruzione in discussione al Senato riscrive il falso in bilancio. L’intenzione è quella di superare l’ostruzionismo di Forza Italia che sinora ha rallentato i lavori, presentando la proposta in Commissione e non in Aula, come invece fino all’altro giorno sostenuto. Ma a questo punto a spaccarsi è lo stesso Partito Democratico. Risultato? L’emendamento è fermo all’esame del ministro delle Riforme e dei Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, e, forse, verrà depositato oggi in una forma tutta da verificare.
 Intanto, nel testo circolato ieri, quattro articoli aggiuntivi al disegno di legge Grasso, la pietra dello scandalo è rappresentata dal nuovo limite di pena introdotto per il falso in bilancio commesso sui conti di una società non quotata. Il ministero della Giustizia rivede (parzialmente) al ribasso quanto messo nero su bianco a fine agosto e prevede un tetto massimo di pena a cinque anni, invece dei sei sino poco tempo fa decisi. Un anno che però fa la differenza. Perchè, se rende possibile l’applicazione della – futura – nuova ipotesi di archiviazione per particolare tenuità del fatto, che il Consiglio dei ministri si appresta ad approvare definitivamente, nello stesso tempo cancella il ricorso a intercettazioni nel corso delle indagini.
 Il capogruppo del Pd in commissione Giustizia, Giuseppe Lumia, chiede il ripristino dei sei anni, mentre l’ex magistrato Felice Casson, senatore Pd, sale sulle barricate e si dichiara indisponibile a votare il testo messo a punto dall’ufficio legislativo della Giustizia.
 Prova a buttare acqua sul fuoco, a sera, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che, nell’escludere ritocchi alla Legge Severino nelle misure anticorruzione, rivendica invece la sostanza dell’emendamento: «Abbiamo eliminato le soglie di non punibilità su cui c’erano state critiche e si terrà conto invece delle condotte di particolare tenuità, ma senza creare aree di impunità e lasciando al giudice la valutazione caso per caso: siamo comunque pronti al confronto».
Nel merito, l’emendamento, sul fronte delle sanzioni eleva sino a otto anni, con un minimo di tre, il falso nelle società quotate rendendo su questo piano l’ordinamento italiano il più severo dell’Unione europea sul punto e nello stesso tempo parifica alle quotate, ai fini della rilevanza penale, anche le società che fanno appello al risparmio pubblico o che comunque lo gestiscono, le controllanti di quotate, e chi emette strumenti finanziari per i quali è stata presentata richiesta di ammissione alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese Ue.
 Il più evidente nodo da sciogliere è relativo alla determinazione del perimetro della non punibilità o della diversa punibilità. Possibilità che, peraltro, è riservata alle sole società non quotate. Per loro, l’emendamento introduce due nuovi articoli nel Codice civile, il 2621 bis e il 2621 ter: con il primo si prevede l’applicazione della pena da 6 mesi a 3 anni se i fatti commessi sono «di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta».
Ma a venire prevista è anche una chance di non punibilità. Che potrà scattare per la particolare tenuità del fatto, secondo il progetto del Governo varato in prima lettura a dicembre. In questa prospettiva, nell’area dell’archiviazione verrebbe attratto anche il falso in bilancio commesso però in società (ma il testo non è affatto chiaro) che stanno al di sotto dei limiti di fallibilità e quindi di dimensione assai ridotta. Ferme resterebbero le condizioni e cioè la non abitualità della condotta e la sua limitata portata offensiva.
 Da Confindustria nessuna posizione ufficiale sul nuovo testo, ma trapela una profonda insoddisfazione su una serie di punti specifici: la scarsa tassatività della fattispecie penale che si traduce nell’indeterminatezza del concetto di «informazioni» oggetto del delitto, come pure in quello di «pubblico» destinatario delle informazioni stesse, nella mancanza di concretezza del pericolo posto in essere, nella difficile applicazione dell’archiviazione per tenuità del fatto a un reato che resta appunto di pericolo e non di danno.

Il Corriere della Sera

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