Dio è morto, Marx è morto e anche la psicanalisi sta poco bene

Sigmund Freud

«Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene». Se a questa battuta rubata a Eugene Ionescu ci aggiungiamo che la stessa psicanalisi se la passa piuttosto male, incalzata da surrogati più abbordabili tipo lo yoga, la meditazione e persino l’iPhone, è lecito supporre che Woody Allen sia disperato. Eppure i numeri non mentono. Secondo uno studio Usa citato dal New York Post, dal 2003 ad oggi l’età media dei 3.109 analisti membri dell’American Psychoanalytic  Association è salita di 4 anni, arrivando a quota 66. Significa che stanno diventando più vecchi, perché diminuiscono i giovani interessati a seguire le loro orme professionali. Ciò accade per un motivo molto pratico: stanno sparendo i pazienti. Tra il 1950 e il 1960, infatti, ogni terapista americano vedeva in media fra 8 e 10 clienti al giorno. Ora sono scesi a 2,75, quando va bene, perché molti di loro non hanno neppure un paziente da seguire.

Le critiche – I motivi di questa crisi, e la sua stessa esistenza, sono molto dibattuti. Jacques Lacan ne discuteva già negli Anni 70, per negarla. Siccome si tratta della salute di parecchie persone, e le opinioni variano, dobbiamo riconoscere dal principio che per molti pazienti e molti analisti la critiche sono semplicemente infondate. Poi c’è da tenere presente che la disputa è anche ideologica, con gli intellettuali di destra più inclini di quelli di sinistra a demolire Freud.  Nello stesso tempo, però, la letteratura che mette in discussione la credibilità della disciplina nata con Sigmund Freud è piuttosto vasta. Alcuni dicono che non ha vero fondamento scientifico; altri che ha cercato inutilmente di sostituirsi alla religione, in particolare al sacramento della confessione; altri ancora che non ha ottenuto risultati terapeutici dimostrabili.

La crisi – Lo studio citato dal Post sostiene che la crisi, almeno in America, è frutto di vari fattori. Da una parte, la psicanalisi non ha mantenuto le promesse sul piano della capacità di risolvere i problemi dei pazienti, spesso vincolati a cicli infiniti di sedute che non hanno mai un punto d’arrivo. Dall’altra, la nostra società sempre più individualistica è diventata difficile da trattare, e le alternative alla riflessione sul lettino si sono moltiplicate, valide o infondate che siano.

Di questi problemi ha parlato Sebastian Zimmermann, noto psichiatra dell’Upper West Side di Manhattan, che ha appena pubblicato un curioso libro fotografico intitolato Fifty Shrinks. Contiene le immagini di cinquanta famosi colleghi, a partire dal mito Martin Bergmann, perché «volevo catturare la vecchia guardia, prima che fosse troppo tardi». Secondo Zimmermann, «oggi viviamo nell’era del narcisismo. Pensiamo di essere così unici, speciali, di sapere tutto, ci scattiamo i selfie. Questo è un mondo molto diverso da quello con cui aveva a che fare Freud».

I narcisisti – L’emergenza è evidente: «I narcisisti sono le persone più difficili da trattare. Generalmente non vengono mai in cura di loro spontanea volontà. Tutti gli altri sono il problema, mai loro». Secondo Zimmermann, «la gente che oggi va alle classi di yoga, o ai ritiri di meditazione, era quella che un tempo veniva in analisi». Adesso invece persino l’iPhone è diventato una minaccia che allontana dal lettino, non perché offra la stessa possibilità di riflettere su se stessi, ma perché ci travolge con la sua continua richiesta di attenzione, e quindi ci distrae dai problemi che invece dovremmo discutere con uno «strizzacervelli».

 

La Stampa  -  04 Marzo 2015

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