RaiWay strategica, c’è il diritto di veto

 Roma. Per difendere le sue torri tv dall’’assalto aggressivo di Mediaset, la Rai gioca la carta del “golden power”. Rivelano fonti vicine al ministero dell’’Economia che – nella sua lettera alla Consob – la televisione di Stato chiama in causa la legge 56 del 2012. E cioè le norme che mettono sotto speciale protezione i settori di «rilevanza strategica » del Paese come l’’energia, i trasporti e appunto le comunicazioni.
 Matteo Renzi – ricorda la Rai – il 26 febbraio ha confermato che la televisione di Stato non deve scendere sotto il 51% nella sua società delle antenne (RaiWay), da conservare dunque il pieno controllo pubblico. Queste parole hanno un forte valore politico, simbolico. Ma assumono anche rilievo istituzionale perché la legge 56 del 2012 assegna al presidente del Consiglio un potere di veto su operazioni (come «fusioni, cessioni di diritti reali, assunzioni di vincoli») che investano imprese di Stato dal rilievo strategico, come è appunto RaiWay. In linea teorica, la casa madre Rai potrebbe anche vendere la sua società dei ripetitori; ma la delibera andrebbe notificata alla Presidenza del Consiglio che avrebbe il potere di imporre delle condizioni alla cessione oppure di bocciarla. E le parole di Renzi lasciano intendere che il veto verrebbe esercitato senza se e senza ma.
 Nella sua missiva alla Consob, la Rai precisa subito che una cessione dei ripetitori a Mediaset – pronta a comprarli al 100 per cento – sarebbe un esercizio solo teorico e virtuale, appunto. Perché un ostacolo alla vendita è già scritto nero su bianco nel decreto del 2 settembre 2014 che condiziona la quotazione di RaiWay al mantenimento del 51 per cento in capo a Viale Mazzini. Ora questo decreto del Presidente del Consiglio (un “dpcm”) non ha la forza di una norma primaria, essendo atto amministrativo con valore di norma secondaria. Ma il suo vigore giuridico – osserva la televisione di Stato – deriva anche dalla legge 89 del 2014 (questa sì, primaria) che le sta sopra. E che ha autorizzato, in via generale, la cessione di quote delle aziende controllate dalla Rai, per fare cassa.
 Infine la televisione pubblica ricorda il Contratto di Servizio che fissa i suoi doveri verso gli italiani e lo Stato. All’’articolo 6 il Contratto impone alla Rai di governare la sua rete di ripetitori nel solo interesse della collettività nazionale, secondo standard che sono in contrasto con una gestione privatistica.
 La legge sul “golden power”. Poi le leggi e i dpcm del 2014. Quindi il Contratto di Servizio in vigore. Per questo insieme di ragioni, Viale Mazzini ritiene che l’’offerta Mediaset per le sue antenne (Opas) «non possa essere valutata», ed è dunque irricevibile.
 Ma il gruppo Berlusconi non si arrende e, in attesa di leggere la risposta di Rai alla Consob, affida al presidente Confalonieri il compito di spiegare ai più influenti esponenti del governo il senso della mossa di Mediaset.
 Sullo sfondo della partita delle torri tv, i partiti trattano sulla possibile riforma della Rai. Intervistato da Lucia Annunziata a In mezz’ora, Roberto Fico spiega come i grillini immaginano l’’assetto della televisione di Stato, che dovrebbe avere intanto 5 soli consiglieri di amministrazione (contro i 9 di oggi, nove). I consiglieri andrebbero scelti dal Garante per le Comunicazioni sulla base del loro curriculum professionale, mentre verrebbe semplicemente abolita la commissione di deputati e senatori che oggi vigila su Viale Mazzini.
 E il Pd continua ad aprire alle idee grilline. Il deputato Michele Anzaldi esprime dubbi solo su un punto: «Non sono convinto sulla cabina di regìa al Garante, perché lì siedono ex parlamentari di Berlusconi», spiega via Twitter.

la Repubblica, 2 marzo 2015

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