Il Gip Ezia Maccora “È incostituzionale, mina la nostra indipendenza”

ROMA Ezia Maccora, il gip del caso Yara, toga storica di Md ed ex Csm, sulla legge non fa sconti alla politica.
A questo punto non è troppo debole il no allo sciopero?
«La decisione dell’Anm è stata di grande responsabilità. Non aver scelto forme estreme di protesta nulla toglie al giudizio fortemente negativo sulla riforma della responsabilità civile».
Preoccupati ma responsabili?
«Assolutamente. Alla incomunicabilità dello scontro e alla logica degli slogan preferiamo la forza delle argomentazioni e del ragionamento in grado di far comprendere ai cittadini la vera posta in gioco: permangono criticità che minano l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati e, quindi, il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge».
Legge incostituzionale: dove?
«Nel 1990 la Consulta ha sottolineato l’importanza del filtro di ammissibilità dell’azione civile di responsabilità per escludere azioni temerarie e intimidatorie. Oggi quel filtro viene eliminato, senza alcun studio sull’impatto della legge e in controtendenza rispetto a leggi deflative varate dal legislatore. Da domani potrà essere più facile arginare i magistrati “scomodi”, con azioni pretestuose che faranno proliferare incompatibilità».
Avete paura di fare i magistrati?
«La riforma coinvolge direttamente l’attività valutativa e interpretativa del giudice, cioè il cuore della giurisdizione, in contrasto con le pronunce della Consulta».
Che pericoli vede?
«Il mestiere del giudice è dare ragione a una parte e torto all’altra. E quindi ci sarà sempre una parte, quella a cui il giudice ha dato torto, che potrebbe valutare utile intraprendere strumentalmente un giudizio contro il giudice che l’ha condannata ».
Se così fosse i ricorsi sarebbero migliaia…
«Certamente e se questa parte è economicamente forte, l’azione contro il giudice sarà la regola. C’è il rischio che in futuro i magistrati, soprattutto i più giovani, non privilegeranno interpretazioni innovative e saranno molto “timidi” nei confronti dei «poteri forti» se dovranno discostarsi da una consolidata giurisprudenza».

la Repubblica

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