Camusso-Taddei, scintille a sinistra

ROMA Pantaloni rossi lei, maglioncino blu simil-Marchionne lui. C’era una volta la Cgil cinghia di trasmissione del partito di sinistra più grande d’Europa. Stamattina, invece, anche il dress code dice che le trasmissioni sono finite da un pezzo e che piuttosto bisogna marcare la distanza.
Casa del jazz, villa confiscata alla banda della Magliana e trasformata in spazio eventi. Il confronto è fra Susanna Camusso, il segretario generale della Cgil, e Filippo Taddei, il responsabile economia del Pd tra i guru del Jobs act, la riforma del lavoro targata Renzi. Trattandosi di evento era difficile immaginare un lancio migliore: il segretario della Fiom Maurizio Landini ha detto che il sindacato deve pensare a una «coalizione sociale», Camusso ha già risposto che «noi dobbiamo fare il nostro mestiere di rappresentanza dei lavoratori»; Landini rilancia dicendo che la Fiom ha 350 mila iscritti, più del Pd, e dal Pd ribattono che i loro tesserati sono in realtà di più, 366 mila. Poi c’è pure l’ex segretario Pier Luigi Bersani: «Adesso puoi essere licenziato perché sei stato troppo al bagno», dice preparando il terreno per la convention della sinistra Pd di marzo. Mentre la presidente della Camera Laura Boldrini torna sull’uomo solo al comando di cui aveva parlato domenica: «Non credo Renzi se la sia presa» ma «da presidente era mio dovere difendere le commissioni parlamentari». Insomma, la sinistra è davvero una gioiosa macchina da guerra. E qui alla sala del jazz il dibattito è altrettanto frizzante.
«Il governo non ha nessuna idea dell’orizzonte verso il quale vuole andare ma solo una disperata voglia di propaganda» attacca Camusso che gioca in casa, perché la tavola rotonda è stata organizzata dalla Cgil. «Non si può guardare solo alle riforme del lavoro senza considerare quanto era grave la situazione del Paese. Si può discutere dell’efficacia del nostro intervento, non delle sue intenzioni» replica Taddei nella tana del lupo, con un brusio di dissenso che lo accompagna ad ogni intervento. Due analisi diverse, due ricette opposte. E due mondi lontani anche quando si scende nel tecnico.
Prendete il contratto a tutele crescenti, il cuore del Jobs act , che tra pochi giorni sostituirà di fatto il reintegro da parte del giudice con l’indennizzo economico. Il segretario della Cgil (che lo chiama sempre «a monetizzazione crescente») fa la sua previsione: «Fra tre o quattro mesi il governo dirà che ha avuto un successo straordinario. Solo che gran parte di quel lavoro non sarà aggiuntivo ma sostitutivo, lavoratori anche a tempo indeterminato che saranno spostati su questo contratto accettando tutele più basse». Taddei ribatte: «Ma come si fa a dire questo? Oggi un precario viene mandato via in 30 giorni, senza indennizzo subito e senza ammortizzatori sociali dopo. Con questo contratto avrà indennizzo e ammortizzatori». Il brusio sale di tono. «Segretario» lo chiama lei, reggendogli il microfono. «Non sono segretario, faccio parte della segreteria del partito», risponde lui. E la Camusso lo incalza ancora: «Nel sindacato tutti quelli che sono in segreteria sono segretari. Siamo democratici, non gerarchici». In sala qualcuno dice che sembrano Sandra e Raimondo in Casa Vianello . E per fortuna siamo ai titoli di coda.

Il Corriere della Sera

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