Se i partiti sono fuorilegge

  I partiti sono fuorilegge? Si sono adeguati alle norme sulla loro organizzazione e sulle loro attività che sono state introdotte proprio un anno fa? In questi giorni sarà possibile verificarlo. Infatti, il 21 febbraio scadevano i termini per la presentazione degli statuti delle formazioni politiche alla “Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici”, l’’organismo istituito con la legge del febbraio 2014 sull’’abolizione del finanziamento pubblico diretto e sulla trasparenza e democraticità dei partiti. Ai cinque alti magistrati della Commissione la legge affida il compito di vagliare, oltre i conti, le regole interne e i comportamenti dei partiti, al fine di consentire loro di accedere ai benefici previsti dalle nuove regole sul finanziamento. L’’aspetto curioso è che la revisione della normativa sui contributi statali ai partiti, richiesta a gran voce dal clima antipolitico ed anti-casta degli ultimi anni, è stata utilizzata per introdurre anche alcune misure sulle modalità organizzative dei partiti: invece di varare una vera e propria legge organica sui partiti politici, come hanno ormai tutti i Paesi europei sulla scia del battistrada tedesco, che la adottò nel 1967, si è presa la scorciatoia della revisione del finanziamento pubblico.


Comunque, buoni ultimi siamo arrivati anche noi a definire qualche linea guida. Ma quanto sono incisive — e quanta probabilità hanno di essere rispettate — le prescrizioni di questa legge? Se guardiamo alle questioni legate al finanziamento, ancora una volta, come di regola in terra italica, troviamo controlli e sanzioni molto carenti. Quelli che vengono indicati hanno tutta l’’aria di essere dei pannicelli caldi: sono infatti previste solo lievi ammende, attraverso la decurtazione dei contributi volontari. Nulla di paragonabile alla possibilità di comminare una super multa come quella affibbiata a Nicolas Sarkozy dalla analoga commissione francese (la CNCCFP), che lo ha giudicato colpevole di avere inserito nelle spese presidenziali, durante la campagna elettorale del 2012, un’’iniziativa di carattere politico. L’’ex presidente francese ha così pagato 363.615 euro, una somma che oggi farebbe traballare i conti delle formazioni politiche italiane. Per ricordare lo stato delle finanze dei nostri partiti, Forza Italia sta decimando i suoi funzionari dopo che già aveva messo in cassa integrazione 43 dipendenti del Pdl. E può procedere tranquillamente al licenziamento perché gode del paracadute garantito dalla nuova normativa sul finanziamento pubblico, che mette a disposizione per questa eventualità 15 milioni per il 2014, 8,5 per il 2015 e 11,25 per il 2016. Poi vedremo quanto la sostituzione del finanziamento pubblico con la contribuzione volontaria, sia nella forma della donazione (detassata al 26 per cento) che della detrazione Irpef del 2 per mille, darà i frutti previsti. Pensando all’’esito fallimentare di un meccanismo simile, introdotto e rapidamente abbandonato alla fine degli anni Novanta, c’’è da temere il peggio. In sintesi: questa legge con una mano toglie (progressivo azzeramento dei contributi diretti), ma con l’altra dà (cassa integrazione per i dipendenti, e generose agevolazioni fiscali per i contributi volontari). Dunque, seppure in forma più mascherata, e limitata, i cittadini continueranno a sostenere le attività dei partiti. Cosa, a parere di chi scrive, sacrosanta, benché la ventata iconoclasta dell’’antipolitica abbia costretto il legislatore a questi contorcimenti.


Se le norme del finanziamento lasciano perplessi sia in merito al meccanismo delle entrate che all’efficacia dei controlli, lo scetticismo aumenta analizzando le norme che dovrebbero garantire trasparenza e democraticità. La legge, pur nella sua schematicità, indica alcune regole che i partiti devono rispettare se vogliono essere inseriti nel nuovo Registro ufficiale ed accedere ai benefici finanziari connessi. Il problema è che, finora, i partiti non si sono curati molto di quanto precisato dalla normativa da loro stessi approvata. Ad esempio, le indicazioni che obbligano ad indicare nei loro statuti “la cadenza delle assemblee congressuali nazionali o generali” (art. 3b), “i criteri con i quali è promossa la presenza delle minoranze, ove presenti, negli organismi collegiali non esecutivi” (art. 3e), e le modalità di selezione delle candidature per tutte le assemblee rappresentative e le cariche monocratiche (art. 3l) sembrano essere rimaste lettera morta. Uno sguardo agli statuti disponibili mostra infatti grande vaghezza e imprecisione su questi aspetti. Vedremo se i partiti correranno presto ai ripari e adotteranno regole precise e cogenti. Altrimenti saranno da considerarsi “fuorilegge”.

La Repubblica  -  24 Febbraio 2015

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