La ragionevole follia del bene comune

Stefano RodotàDa anni, stretti tra cattiva amministrazione e impoverimento delle risorse finanziarie, molti Comuni hanno sempre più considerato i loro beni immobili come una sorta di bancomat al quale attingere per colmare buchi di bilancio, con vendite più o meno corrette, o hanno deciso di piegarsi alla logica del disinteresse, abbandonandoli al degrado e pure all’illegalità. Gli effetti sono davanti a noi, e trovano continue conferme. Ultime quelle venute dalla proposta di vendere immobili importanti di proprietà dell’Eur; dalla denuncia di registi e attori sulla “riconversione” di quarantadue sale romane già sede di cinema; dall’inchiesta di Gad Lerner sulla gestione di un insieme di case popolari a Milano. Casi né nuovi né isolati, nei quali si manifestano inaccettabili orientamenti di politica comunale, e non solo: abbandono di ogni programma di edilizia popolare; riduzione di qualsiasi edificio a pura merce, indipendentemente dal suo significato artistico e dalla sua rilevanza sociale; inadeguatezza di un quadro istituzionale che non è stato aggiornato in forme tali da riflettere nel loro insieme il nuovo senso assunto dai beni pubblici e da tutti quelli che si presentano con forti legami con interessi della collettività.
Molte sono state le spinte in questa direzione. Vi è stato un massiccio ritorno di una ideologia proprietaria affermata in un suo totale distacco da interessi più generali e concretamente tradotta nel considerare la privatizzazione una idea guida da seguire sempre e comunque. Questo risulta con chiarezza anche da norme apparentemente settoriali, come quelle che hanno incentivato i Comuni ad approvvigionarsi di risorse finanziarie concedendo ai privati il diritto di edificare, spingendo così anche verso un dissennato consumo del suolo. Tutto questo ha dato origine ad una esaltazione della proprietà solitaria dell’abitazione, in sé non censurabile, ma che ha finito con il legittimare la speculazione edilizia e l’abbandono delle politiche di edilizia popolare, in altri tempi assai importanti. Se l’aspirazione da soddisfare era solo quella della “proprietà della casa”, intorno a ciò è stata costruita una sorta di mistica, una legittimazione molecolare dello spirito di un microcapitalismo, usata alla fine per favorire la grande proprietà immobiliare. Benedetti da Dio, o dal mercato, i singoli proprietari, diveniva coerente con questa premessa il disinteresse per tutti quelli che si erano dimostrati privi della virtù di farsi proprietari. Non è un discorso astratto o tutto ideologico. Dovremmo sempre avere ben presenti le conseguenze distruttive sul governo Letta della pretesa di subordinare ogni altra iniziativa a una particolare soluzione delle imposte sugli immobili.
Tornando ai casi ricordati all’inizio, merita attenzione la decisione del ministro Franceschini di bloccare la vendita di alcuni immobili dell’Eur, ritenendola “non praticabile” per motivi tecnici, per il loro valore storico e artistico, e perché lì si “condensa” un significativo patrimonio culturale. Con queste motivazioni non si respinge soltanto la riduzione a merce di particolari categorie di beni pubblici. Si istituisce una relazione diretta tra questi beni e il diritto alla cultura, e si riconosce l’essenzialità del rapporto tra la città nel suo insieme e i beni che la compongono.
È proprio questa l’impostazione che ormai da tempo accompagna la discussione sul tema generale del ruolo sociale dei beni e del contesto istituzionale nel quale devono essere collocati. Ed è proprio questa l’ispirazione che sta alla base del documento di registi e attori che critica gli orientamenti espressi dal Comune di Roma per “riattivare” le sale cinematografiche chiuse da anni. Orientamenti che appaiono in contrasto con la garanzia prevista dal piano regolatore perché la città sia dotata di adeguati spazi sociali e culturali. Così, il problema non riguarda soltanto il modo in cui vengono trattati singoli beni, ma l’idea stessa di città.
Se si considerano alcune significative esperienze italiane, e molte analoghe straniere, si coglie una connessione sempre più marcata tra diritti fondamentali, beni e soggetti che devono gestirli. Così, per riattivare beni inutilizzati, si prevedono procedure volte a favorire la partecipazione e la gestione dei cittadini o, comunque, incentivi perché l’uso di quei beni possa essere indirizzato verso la soddisfazione di bisogni sociali e culturali. Vi sono già molti esempi, che vanno da forme di collaborazione tra cittadini e municipalità «per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani» fino alla stipulazione di convenzioni per la gestione partecipata di beni del patrimonio comunale inutilizzati e che, invece, sono idonei a soddisfare rilevanti interessi collettivi. Una politica attiva da parte dei Comuni, dunque, essenziale per contrastare il degrado e l’abbandono: altrimenti l’inerzia diventa il pretesto o l’alibi per cedere alla logica della privatizzazione, ipocritamente presentata come l’unica praticabile. Questo aspetto è colto bene dal documento di registi e attori che si oppone all’accettazione dell’esistente e che, al posto di una “riconversione” che permetta di destinare a usi commerciali le sale cinematografiche di proprietà privata, indica una strategia di incentivi mirata a rilanciarne l’attività, accompagnata e integrata da altre funzioni sociali e culturali.
I diversi casi specifici individuano una questione generale, e ormai ineludibile. Non si tratta soltanto di considerare l’intero contesto urbano, senza frammentarlo in spezzoni e interessi settoriali, ma di guardare alla città come “bene comune”. Parole, queste, che immediatamente, nel nostro depresso ambiente culturale, eccitano gli istinti di chi vede ovunque proposte eversive. Ma, visto che lo stesso presidente del Consiglio ha definito «l’informazione come bene comune», vale la pena di cercar di andare più a fondo dei significati assunti da questa espressione, sperando che qualcuno si ricordi che questo è da anni tema discusso ovunque nel mondo (e che ha procurato il premio Nobel ad Elinor Ostrom) e magari legga qualche libro invece di fermarsi a citazioni casuali.
Si parla ormai di bene comune a proposito del paesaggio e della conoscenza, del welfare e dell’acqua, e via elencando. Per un verso, questo è un uso retorico di una formula entrata nell’uso corrente. Ma, con un significato più forte, si indica sinteticamente l’esistenza di trame costituite da un insieme di connessioni tra beni, soggetti, diritti. In questi casi sono indispensabili procedure di decisione che tengano di questa molteplicità e che, in situazioni come quelle ricordate, consentano partecipazione e considerazione effettiva di tutti gli interessi in gioco. Per sottolineare l’irriducibilità di questa dimensione agli schemi abituali si è detto che bisogna andare oltre lo Stato e il mercato. Chi parla di rinnovamento culturale deve seriamente fare i conti con questa prospettiva, che esige quella “ragionevole follia dei beni comuni” di cui ha parlato anni fa Franco Cassano, dunque una razionalità adeguata ai mutamenti che hanno investito l’intera categoria dei beni e che incidono profondamente sull’idea stessa di cittadinanza. Un processo che, se abbandonato a un ingannevole spontaneismo, è destinato a consolidare quei pericolosi effetti di negazione dei diritti e di disgregazione sociale che già si stanno manifestando.
In realtà, la forza delle cose sta ridisegnando il rapporto tra mondo dei diritti e mondo dei beni. Partendo da questa constatazione, i beni comuni vengono definiti come quelli necessari per “l’esercizio dei diritti fondamentali” e per il “libero svolgimento della personalità”. La razionalità è quella costituzionale e il riferimento ai diritti fondamentali corrisponde esattamente al ruolo ad essi assegnato dal costituzionalismo dei nostri tempi.
Una impostazione astratta? Si dia, allora, un’occhiata alle proposte di legge che, proprio su questo tema, esistono già nella Commissione Giustizia del Senato. Perché non cogliere l’occasione per una seria discussione che congiunga azione parlamentare e esigenze profonde della società?

La Repubblica – 24 Febbraio 2015

1 commento

  • Stupenda questa definizione di ‘ beni comuni ‘: quelli necessari per l’ esercizio dei diritti fondamentali e per il libero svolgimento della personalità. E’ la cultura che si respira in ogni riga della Costituzione e che dovrebbe farci indignare davanti ai quotidiani tentativi di privatizzare anche l’ aria che respiriamo. Ed invece ? Tolleriamo che questa cultura della bellezza e della condivisione, della sobrietà e della partecipazione, sia ridotta in un angolo, mortificata ed umiliata dallo strapotere del mercato e della sua logica anti-democratica, anti-costituzionale, anti…umana. Verrebbe da dire – chiedendo venia ai non credenti – che urge un nuovo patto, non ‘ del ‘ Nazzareno ma ‘ con ‘ il Nazzareno. Con quel Nazzareno che Francesco d’ Assisi ha mostrato di aver così ben compreso, proprio con quel suo radicale rifiuto di ogni logica mercantile.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

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