Anni di piombo. Stagione (e strascichi) del terrorismo

 Sarà anche vero, come scrive Monica Galfré, che «la dialettica tra vittime e carnefici diventa una gabbia se assunta come un criterio univoco nella ricostruzione storica». Però il suo libro sull’’Italia e la tormentata uscita dagli anni di piombo suscita nel lettore sentimenti contrastanti.
 Da un lato, non si può non apprezzare l’’acribia dell’autrice nel lumeggiare questo delicato passaggio d’’epoca: la crisi e la dissoluzione del terrorismo di sinistra (smantellato nel 1982, dopo il fallito sequestro Dozier, anche se i sopravvissuti continueranno a sparare a lungo), l’’esplosione del pentitismo e il lento affiorare di un movimento di «dissociati», l’’annoso dibattito sul superamento dell’’«emergenza», l’’attivismo del mondo cattolico nel «rieducare» le pecorelle smarrite (succose le carte rintracciate negli archivi privati di Ernesto Balducci e Mario Gozzini). Senza dimenticare il logoramento dello Stato di diritto indotto dalle leggi speciali, l’’inferno carcerario e, soprattutto, le torture praticate sistematicamente contro i brigatisti arrestati, per costringerli a vuotare il sacco. Quest’’ultimo è un tema particolarmente scabroso, perché ci costringe a contemplare il cuore di tenebra di una democrazia incattivita dalla minaccia eversiva. Del resto, a quel tempo il garantismo era una dottrina negletta, abbracciata solo da sparuti giuristi (Rodotà) e giornalisti (Bocca), oltre che dai radicali di Pannella.
 D’’altro canto, desta qualche perplessità l’’eccessiva umanizzazione dei carnefici operata da Monica Galfré. D’’accordo, il terrorismo rosso fu un fenomeno rilevante (circa 6 mila detenuti politici nell’’arco di un ventennio), profondamente radicato nell’’album di famiglia (sessantottesco) della sinistra italiana e spesso fronteggiato con norme e metodi sin troppo sbrigativi. Ma accettare quest’’amara verità non significa affatto nobilitare quanti impugnarono le armi. In democrazia, il delitto politico non è un’’attenuante, bensì un’’aggravante. Per questo, nel 1984, Antonio Gambino giudicò «francamente disgustoso sentir parlare di “valori della vita” e di “ripresa del dialogo”, da persone nel cui recente passato vi sono numerose esecuzioni a sangue freddo di individui inermi». Gambino era indispettito dall’’eccessivo spazio già allora tributato dai mass media ai guerriglieri più o meno «pentiti», mentre le loro compagne recluse partorivano un figlio dietro l’’altro, come teenager innamorate. Il tutto con la benedizione di sacerdoti e porporati. Tanto che Nello Ajello firmerà nel ’95 un articolo intitolato «Patria nostra perdonòpoli», nel quale lamentava quanto fosse «difficile, oggi, in Italia, essere laici» sull’’argomento .

 Monica Galfré, La guerra è finita. L’’Italia e l’’uscita dal terrorismo 1980-1987, Laterza, Roma-Bari, pagg. XVI-254, € 22,00

Il Sole 24Ore , 22 febbraio 2015

 

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