La nuova Italia nata dalla guerra civile

 Dobbiamo giudicare i risultati di un’azione dagli scopi che questa azione si era proposta. Poiché gli scopi del movimento di liberazione erano molteplici, dobbiamo giudicare i risultati della Resistenza tenendo conto di questi diversi piani su cui si dispose l’azione di coloro che vi parteciparono, cioè, ripeto, come guerra patriottica, come guerra per la libertà politica e come lotta per il rinnovamento sociale. Nel suo primo aspetto, la Resistenza mirò a liberare l’Italia dal dominio straniero, e fu un anello della lotta impegnata dagli eserciti alleati per la sconfitta della Germania e il crollo definitivo del nazismo. Sotto questo aspetto, il principale scopo della Resistenza fu quello di staccare le sorti dell’Italia da quelle della Germania e di evitare le tragiche conseguenze di una sconfitta che sarebbe stata, come infatti fu per la Germania, terribile. [...]
 Conseguenze decisive
 Come guerra antifascista, cioè nel suo secondo aspetto, le conseguenze della lotta di liberazione sono state ancor più decisive e risolutive. Il fascismo è stato debellato, e gli Stati fascisti, che negli anni intorno al ’40 dominavano quasi tutta l’Europa, sono scomparsi (sopravvivono nella Penisola Iberica, che si sottrasse al conflitto mondiale). Non diciamo che sia stato merito soltanto della guerra di liberazione: la Resistenza italiana ebbe il merito di inserirsi nella direzione giusta della lotta al momento giusto. Questo risultato è, per quel che riguarda l’Italia, definitivo: la storia non torna indietro, nonostante la sopravvivenza di gruppi fascisti politicamente attivi ancor oggi in alcune città italiane, soprattutto nella capitale. Che vi siano gruppi politici che si ricollegano sentimentalmente e passionalmente a un regime che ha dominato per vent’anni, non deve sorprendere. Ci sarebbe da restar sorpresi se non ce ne fossero più. Che esistano non vuol dire che abbiano un peso politico. Ci furono per tanti anni in Italia, dopo l’Unità, nostalgici del Regno borbonico o dello Stato pontificio: poi furono sommersi dalle ondate della storia che spazzano via i relitti dei naufragi. Il problema più interessante che nasce sul terreno storico è quello che riguarda il terzo aspetto della Resistenza, la Resistenza come moto tendente alla trasformazione radicale della società italiana (e dei rapporti di forza tra le classi). Qui i giudizi sono disparati. Coloro che avevano riposto speranze rivoluzionarie nella guerra di liberazione sostengono che la Resistenza è fallita, e i morti sono morti invano. Al lato opposto, ci sono coloro che, trascinati volenti o nolenti dalla retorica celebrativa, si lasciano andare a panegirici senza limiti, quasi che attraverso la Resistenza sia sorta una nuova Italia. La verità, come sempre, sta nel mezzo: la Resistenza è stata una riscossa, non una rivoluzione; un risveglio da un cattivo sonno popolato da incubi, non una completa metamorfosi. Ha creato una macchina in gran parte nuova; ma il funzionamento di una macchina dipende dall’abilità e dalla audacia dei manovratori.
 La Costituzione
 Usciamo dalle metafore: sul piano delle strutture politiche e sociali, il grande risultato della Resistenza è stata la Costituzione. La Costituzione è stato il risultato di un compromesso democraticamente raggiunto tra le nuove forze politiche, nate o rinate dopo lo sfacelo del fascismo, di due grandi forze, soprattutto, quella del movimento operaio (diviso tra il Partito comunista e il Partito socialista che ebbero alle prime elezioni del ’46, congiuntamente, circa il 40% dei voti) e quella del movimento cattolico (il cui partito, il partito della Democrazia cristiana, ebbe, nelle stesse elezioni, da solo, il 35%dei voti). Fu un grande risultato perché portò la democrazia italiana molto più innanzi di quella che era stata prima del fascismo: repubblica invece di monarchia; anche la seconda Camera democraticamente eletta e non più nominata dall’alto; il suffragio esteso alle donne; il riconoscimento dei partiti, senza i quali nessuno Stato democratico è in grado di funzionare; l’affermazione dei più ampi diritti sociali accanto alla riaffermazione dei tradizionali diritti di libertà (ammessi nella loro accezione più ampia); l’istituzione di una Corte costituzionale chiamata a garantire anche contro il Parlamento i diritti dei cittadini dichiarati nella Costituzione. Dallo Statuto Albertino alla Costituzione repubblicana del 1948 il passo è stato lungo: non è stato un rovesciamento radicale, perché la nostra Costituzione resta pur sempre nel solco delle Costituzioni ispirate ai principi della democrazia parlamentare, ma non è stata neppure una restaurazione dell’antico, come pur da molte parti si chiedeva.
 Un punto di partenza
 La nuova Costituzione ha rappresentato un avanzamento decisivo pur nel rispetto della tradizione, in una parola rinnovamento nella continuità. Dalla Costituzione è cominciata una nuova storia civile d’Italia. Anche per questo terzo aspetto, dunque, il significato storico della Resistenza è stato importante. Come movimento patriottico, come movimento antifascista, come rivoluzione democratica, dobbiamo riconoscere che la Resistenza ha vinto. Questa è storia, la nostra storia, piaccia o non piaccia. Chi rifiuta la Resistenza, rifiuta questa storia: si mette fuori dell’Italia vivente, invoca un’Italia di fantasmi o peggio di spettri.
 La Costituzione non è solo un punto di arrivo; è anche un punto di partenza. Dalla Costituzione in poi, poste le basi del nuovo Stato, la nostra storia non appartiene più se non indirettamente alla Resistenza: è la storia della nuova democrazia italiana, di cui la Resistenza ha posto le basi, e tracciato a grandi linee il cammino. Il merito della Resistenza è stato di gettare le basi di una nuova piattaforma su cui si sarebbe dovuto erigere l’edificio della nuova democrazia italiana. Nonostante le crisi di sviluppo la piattaforma è solida; ha dimostrato di saper resistere all’usura del tempo e al logorio delle forze avverse. È avvenuto della Resistenza quel che avvenne del Risorgimento all’indomani dell’Unità: si disse anche allora che il Risorgimento era fallito perché l’Italia non era quella che i suoi padri avevano sognato: eppure il Risorgimento aveva raggiunto il suo scopo che era l’Unità, e l’Unità era una piattaforma su cui si sarebbe sviluppata la futura storia d’Italia. Il Risorgimento, come la Resistenza, che è stata spesso chiamata il secondo Risorgimento, aveva posto le premesse per la nuova storia: l’Unità d’allora, come la riconquistata unità della nuova Costituzione, non era soltanto un punto d’arrivo; sarebbe stata anche un punto di partenza per una nuova storia che non era più, allora, quella del Risorgimento, così come non è più, ora, negli anni trascorsi dalla Costituzione, quella della Resistenza. A mio parere – ma qui esprimo un’opinione personale – il modo più giusto di considerare il significato storico della guerra di liberazione è quello di vederla come una mediazione tra l’Italia prefascista e l’Italia di oggi e di domani, l’anello di congiunzione che permette di stabilire una continuità tra la storia passata e quella futura oltre la rottura operata dal fascismo: una saldatura, là dove la catena era stata interrotta. Il Risorgimento finì e si esaurì con la Prima guerra mondiale che ricongiunse all’Italia Trento e Trieste. Alla fine della Prima guerra mondiale, le prime elezioni politiche del 1919 furono dominate dai due partiti che rappresentavano le forze sociali, rimaste al di fuori del processo di formazione dello Stato unitario italiano: i socialisti e i cattolici. Uniti, avrebbero avuto la maggioranza in Parlamento; divisi, lasciarono aperta la strada a combinazioni anacronistiche, ad alleanze labili, a giochi parlamentari effimeri che spianarono la strada al fascismo.
 La storia ricomincia
 Tra coloro che volevano un ordine nuovo, e coloro che volevano ripristinare l’ordine antico, vinsero coloro che volevano puramente e semplicemente l’ordine (e finirono per gettare il Paese nel disordine di una sconfitta e di una guerra civile). La Resistenza ha permesso all’Italia di riprendere la propria storia là dove era stata bruscamente interrotta: ha rimesso la storia d’Italia nella storia del mondo, ci ha fatto di nuovo procedere all’unisono col ritmo con cui procede la storia delle nazioni civili. Rispetto al fascismo è stata una svolta, rispetto all’Italia prefascista, un ricominciamento su un piano più alto: insieme frattura e rinnovamento.
© 2015 Bollati Boringhieri

(La Stampa)

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