La nuova religione di Giordano Bruno

 IL 17 febbraio del 1600, per ordine del tribunale dell’Inquisizione, Giordano Bruno veniva arso vivo in Campo de’ Fiori. Ciò che nella sua persona bruciava era un frammento decisivo della filosofia europea e un simbolo della libertà del pensiero nei confronti di costrizioni e di dogmi. A lui è dedicata, per le Edizioni della Scuola Normale Superiore, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, un lessico di singolare rilievo scientifico, diretto da Michele Ciliberto, con il contributo di una serie di studiosi. Configurato come una costellazione, esso è costituito da un numero imponente di voci sulla vita, il contesto storico, l’opera, la fortuna di Bruno. Accanto ai nomi più consueti di Keplero, Spinoza, Leibniz, compaiono, a sorpresa, quelli di Nietzsche e di Joyce, di Gadda e di Calvino, quasi come raggi di una stella che nel corso dei secoli non ha mai smesso di brillare. Come suggerisce il curatore, la grande influenza di Bruno sulla cultura moderna si deve da un lato al suo martirio, che ne ha fatto un mito celebrato dovunque si è voluto difendere la libertà di pensiero; dall’altro alla collocazione della sua opera alla giuntura tra il sapere rinascimentale, aperto ai linguaggi dell’ermetismo, della mnemotecnica, dell’alchimia, e quello moderno, rivolto a protocolli di tipo scientifico. Situato troppo in fretta dalla tradizione illuministica all’origine della cultura moderna, Bruno è stato poi spinto fuori dai suoi confini, in un “mondo di maghi” immaturo ed esaurito, incapace di rapportarsi a paradigmi filosofici e scientifici adeguati.
 Solo recentemente il pendolo dell’interpretazione si è stabilizzato, restituendo a Bruno la straordinaria originalità del suo pensiero. La difficoltà a riconoscerne i lineamenti sta nell’inadeguatezza di un approccio strettamente concettuale rispetto ad un autore che, adoperando la lingua delle immagini, ha allargato i confini del lessico filosofico, aprendolo a una dimensione inedita in cui elementi diversi, e anche contrari, interagiscono tra loro. Al centro di questa complessa trama, che sembra collegare quanto precede il sapere il moderno a ciò che lo segue, vi è la figura, insieme immaginifica e concettuale, della Vita infinita. In essa si radica quella rete di differenze che restituiscono il senso profondo della realtà, articolando tra loro il mondo della natura e le varie specie viventi, compresa quella umana. L’unica capace di attingere il sapere dell’intero attraverso quell’itinerario ascendente mirabilmente percorso nel dialogo degli Eroici furori.
 In esso l’uomo sperimenta il limite che lo vincola a una misura di finitezza e l’impulso continuamente rinascente a forzarlo fin quasi ad oltrepassarsi, entrando così in rapporto con il movimento in cui ciascun mondo viene a contatto con altri, collegati nel principio vibrante della materia vivente. C’è qualcosa, in questo straordinario disegno che sporge non solo verso i vertici del pensiero moderno — in particolare di Spinoza e di Leibniz — ma anche verso quella svolta della filosofia contemporanea che ha posto la riflessione sulla vita, cosmologica, antropologica, politica, al centro del dibattito. La battaglia di Bruno a favore di una nuova religione, libera dalle catene della superstizione e della violenza, acquista rilievo. Soltanto se connessa a un sapere complessivo della vita, intesa in tutta la sua potenza, materiale e spirituale, la filosofia può acquisire una valenza che va al di là dei propri confini, per farsi liberazione del corpo, sviluppo della mente, fondazione di civiltà.
 IL LIBRO  Giordano Bruno. Parole, concetti, immagini, a cura di Michele Ciliberto, Edizioni della Normale, 3 voll., pagg. 2.400, euro 180

La Repubblica, 17.2.2015

 

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