Il Papa. Anche negli atei c’è la presenza di Dio

 

 

La Chiesa non condanna eternamente nessuno «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno», ciò che conta «è salvare i lontani, reintegrare tutti» anche se questo oggi come duemila anni fa «scandalizza qualcuno».  C’è la logica «dei dottori della legge», che è quella di «emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata»; e «la logica di Dio, che con la sua misericordia, abbraccia e accoglie».

Un Dio che «è presente anche in coloro che hanno perso la fede, o che si dichiarano atei». Perciò i cristiani non devono isolarsi «in una casta» senza «voler stare con gli emarginati».

Lo sguardo del pastore

Francesco ieri mattina in San Pietro, davanti ai nuovi e vecchi cardinali, ha pronunciato una delle omelie più importanti del pontificato, che esprime in profondità il suo sguardo di pastore ed è destinata a marcare anche il percorso verso il Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre.

Il Papa come sempre ha predicato a partire dalle Letture del giorno, in particolare l’episodio evangelico della guarigione del lebbroso, che secondo la legge mosaica andava emarginato dalla città e isolato. «Gesù, nuovo Mosè – dice Francesco – ha voluto guarire il lebbroso, l’ha voluto toccare, l’ha voluto reintegrare nella comunità», senza pregiudizi, senza preoccuparsi del contagio, e senza «i soliti rimandi per studiare la situazione e tutte le eventuali conseguenze!». Gesù, spiega Bergoglio, non fa caso «alle persone chiuse che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica».

No al pregiudizio

La finalità della norma mosaica era di «salvare i sani, proteggere i giusti e, per salvaguardarli da

ogni rischio, emarginare “il pericolo” trattando senza pietà il contagiato». Ma Gesù «rivoluziona e scuote con forza» quella mentalità «chiusa nella paura e autolimitata dai pregiudizi». Non abolisce la legge di Mosè ma «la porta a compimento». La strada della Chiesa, sottolinea con forza il Papa, «è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire – precisa – sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo.

La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza».

La carità

La carità, aggiunge Francesco, «non può essere neutra, indifferente, tiepida o imparziale!  La carità contagia, appassiona, rischia e coinvolge! Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! La carità è creativa nel trovare il linguaggio giusto per comunicare con tutti coloro che vengono ritenuti inguaribili e quindi intoccabili».

«Cari nuovi cardinali – è l’appello del Papa – questa è la strada della Chiesa: andare a cercare, senza pregiudizi e senza paura, i lontani manifestando loro gratuitamente ciò che noi abbiamo gratuitamente ricevuto». I  cristiani non devono essere tentati di isolarsi «in una casta che nulla ha di autenticamente ecclesiale». «Vi esorto – conclude – a vedere il Signore in ogni persona esclusa che ha fame, che ha sete, che è nuda; il Signore che è presente anche in coloro che hanno perso la fede, o che si sono allontanati dal vivere la propria fede, o che si dichiarano atei… Sul vangelo degli emarginati, si scopre e si rivela la nostra credibilità!».

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