Nella testa di Putin

 C’era una volta un Putin che citava Kant e il suo Trattato per la pace perpetua; c’è ora un Putin che si annette la Crimea e combatte nel Donbass per affermare l’«unità spirituale con gli ucraini».
Quel liberale che, pur combattendo una feroce guerra in Cecenia (sulla quale l’Occidente, Stati Uniti compresi, non ha mai detto una parola), si voleva modernizzatore del magmatico caos postosvietico, si è ora incarnato nella «guida» panslavista che celebra la Santa Russia e attizza il vecchio sentimento antiamericano, di nuovo vivo nell’80% dell’opinione pubblica.
 Giusto un anno fa i più alti funzionari dell’amministrazione presidenziale hanno ricevuto in omaggio i libri di tre filosofi: Ivan Ilin, Nikolaj Berdiaiev e Vladimir Soloviev. Più che un messaggio, un ordine: leggere e imparare. C’è da sorridere a immaginare la caricatura che ne avrebbe fatto una scrittore come Gogol: questi ormai ricchi e grassi funzionari, abituati alla vita feroce ma luccicante della nuova Mosca, costretti a curvarsi come studentelli su libri di filosofia per un ukaze dello zar.


 Il filosofo antisovietico
 Ma a leggere cosa c’è in quei libri si capiscono molte cose del «nuovo» Putin, e non c’è niente da ridere.
 Ivan Ilin, per esempio, diventato il filosofo di riferimento che Putin cita in quasi tutti i discorsi più importanti. È stato uno specialista di Hegel, antisovietico e anticomunista, espulso dalla Russia da Lenin nel 1922, esponente della tradizione di pensiero religioso influenzato dall’idealismo tedesco. Riparato in Germania, saluta l’arrivo al potere dei nazisti nel 1933 con queste parole: «Il patriottismo, la fede nell’identità del popolo tedesco, la forza del genio germanico, il sentimento dell’onore, il fatto di essere pronti al sacrificio di sé, la disciplina, la giustizia sociale… basta vedere la fede nei loro volti per chiedersi: c’è un popolo che rifiuterebbe di creare per sé un movimento di questa dimensione e di questo spirito?».


Da Syriza a Salvini
 Cosa c’è dunque nel cervello di Vladimir Vladimirovic Putin per andare a recuperare un filosofo morto nel 1954 e tutto sommato marginale nella stessa storia della filosofia russa in esilio? Michel Eltchaninoff, redattore capo di Philosophie Magazine, ha pubblicato in questi giorni una meticolosa ricognizione dentro i discorsi e i contesti del capo del Cremlino. Il suo libro, didascalicamente intitolato Dans la tête de Vladimir Poutine (ed. Actes Sud) sta facendo discutere in Francia per i riferimenti all’attualità ucraina e le letture che fornisce delle ultime mosse di Putin sulla politica europea, in particolare il finanziamento di Marine Le Pen, il ponte aperto con Syriza e Podemos, l’apertura fatta alla Lega di Matteo Salvini. Da notare che anche Nicolas Sarkozy ha portato domenica scorsa il suo sostegno al putinismo definendo legittima l’annessione della Crimea.
 Il giornale online francese Mediapart ha scovato e pubblicato il video di un incontro che si sarebbe detto inimmaginabile fino a non molto tempo fa. Philippe De Villiers, il politico monarchico-vandeano-ultrareazionario, a colloquio con Putin al quale si rivolge come al salvatore della cristianità: «Presidente, i popoli d’Europa confidano in lei…». Ora si capisce meglio perché due anni fa una delle manifestazioni francesi contro il matrimonio gay fece tappa davanti all’ambasciata russa di Parigi invocando la solidarietà del Cremlino contro la Francia «americanizzata». Commenta Eltchaninoff: «Putin conta sull’arrivo al potere dei partiti populisti o d’estrema destra per diventare il leader dell’Europa».


L’idea base del judo
 Ma chi sono gli intellettuali del presidente? Si sapeva che la sua azione politica, sempre ispirata a un crudo pragmatismo, si fondava sull’idea base del judo: far forza sui punti deboli dell’avversario. Nessuno ha mai pensato che conoscesse i testi di Ilin o Berdjaiev. Secondo Eltchaninoff i pilastri della testa di Putin erano i seguenti: il patriottismo, nel senso della patria da difendere dallo straniero; il militarismo, la società sovietica era una società militarizzata (Svetlana Aleksievic, nel suo straordinario memoir Tempo di seconda mano edito da Bompiani, parla di «militarizzazione nella carne e negli spiriti»); il Kgb, non inteso come l’agente della repressione, ma la punta di lancia della patria sovietica. Infine un’alleanza solida con la Chiesa ortodossa.
 Putin è un «sovietico di base», dice Eltchaninoff, non comunista ma rispettoso dei valori cardinali della società sovietica. È un conservatore con un’idea del mondo che afferma una «Via russa» e che coltiva il tradizionale sogno imperiale ispirato dai pensatori euroasiatici. Ivan Ilin gliel’ha «presentato» Nikita Mikhalkov, il regista di Oci Ciornie e del Sole ingannatore, diventato da un po’ di anni il leader di una Russia bianca nostalgica e imperiale.


 Una «Guida» per il Paese
 Dal 2005 le citazioni di Ilin sono un crescendo inarrestabile nei discorsi di Putin. «Alla caduta del comunismo – profetizzava Ilin – si dovrà costruire una nuova idea russa, religiosa e spirituale…». Bisognerà essere sempre pronti a una potenziale aggressione dall’esterno. Ilin sognava una «dittatura democratica» e/o una «dittatura nazionale» confidando nell’arrivo di una «Guida», capace di dirigere il paese e non di venderlo agli stranieri. Ecco il modello putiniano della «verticale del potere», la «democrazia sovrana» che dovrà lottare contro le potenze occidentali e la loro «ipocrita promozione di valori come la libertà» e in difesa dei «piccoli fratelli». Per esempio? Gli ucraini.

La Stampa, 12 febbraio 2015

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