Napoleone, le sedute spiritiche e i cecchini del Quirinale

 In questi giorni la minoranza del Pd ostile a Matteo Renzi e la minoranza di Forza Italia in dissenso con Silvio Berlusconi (Fitto), e forse anche Beppe Grillo, riflettono sul seguente dilemma: è meglio giocare d’anticipo votando fin dai primi scrutini un candidato comune ostile al patto del Nazareno (Romano Prodi su tutti) o è meglio attendere che il prescelto dal suddetto patto da sabato venga progressivamente logorato dai (loro) plotoni di cecchini in agguato? E’ una vecchia questione che già si pose nel 1971, ai tempi del sesto presidente quando il leader dc, Amintore Fanfani, partì in quarta convinto di farcela, ma dopo un Vietnam durato 23 scrutini, dovette arrendersi all’outsider Giovanni Leone. In quell’occasione si registrò una pioggia di schede nulle che recavano i più variopinti insulti nei confronti dell’Aretino (celebre la più creativa: “Nano maledetto non sarai mai eletto”), segno che la somma di molte inimicizie personali può diventare nel segreto dell’urna un boomerang micidiale nei confronti di chi pensa di avere la vittoria in tasca (vero, Renzi?). Qualcosa di simile accadde pure nel maggio del 2006 a Massimo D’Alema, sul cui nome sembravano poter convergere i voti della sinistra (l’Ulivo) e quelli della destra del Cavaliere, che non aveva dimenticato l’entente cordiale nata in Bicamerale. Avvenne che la candidatura D’Alema, lanciata troppo in anticipo, finì per evaporare sui giornali prima ancora di arrivare nell’aula di Montecitorio. Fu eletto Giorgio Napolitano rimasto abilmente nell’ombra fino al giro decisivo. A dimostrazione che il candidato nascosto può vincere in volata se esce dal gruppo al momento giusto. Esiste naturalmente la strategia opposta. Francesco Cossiga, per esempio, eletto nel 1985 ottavo presidente della Repubblica al primo scrutinio. Così come Carlo Azeglio Ciampi divenuto subito il decimo inquilino del Quirinale nel 1999.
Da oggi, perciò, oltre agli schieramenti in campo si confrontano due strategie belliche. La prima, quella attendista, si richiama al generale russo Michail Illarionovi› Kutuzov, principe di Smolensk che davanti all’offensiva della Grande Armata napoleonica in un primo tempo ripiegò abbandonando Mosca per poi procedere a una guerra di logoramento che grazie alla vastità del territorio, al rigido inverno e alla resistenza popolare trasformò l’invasione francese in una rotta. Sul lato opposto gli strateghi dell’interventismo immediato convinti molto prosaicamente che, come dicono a Roma, chi mena per primo mena due volte. La versione più raffinata si rifà invece all’Arte della guerra di Sun Tzu, elaborata tra il VI e il V secolo a. C., che al paragrafo 17 del capitolo primo, così recita: “Con l’espressione creare le circostanze intendo che deve agire rapidamente secondo ciò che è vantaggioso e assumere il controllo dell’operazione militare nel suo insieme, organizzando le giuste mosse tattiche”. ( “Rapidamente”: Renzi prenda nota).

LA LINGUA DEI NUMERI

Franco Evangelisti, fedele scudiero di Giulio Andreotti, sosteneva di poter prevedere alla virgola i risultati delle assemblee democristiane degli anni 70, divise in molteplici correnti, fidandosi della sua personale conoscenza degli uomini. Qualcosa di analogo ha detto Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, convinto che i gruppi parlamentari democratici non abbiano segreti per lui. Più prudente, il suo principale, Matteo Renzi, ha chiesto ai grandi elettori del suo partito di votare scheda bianca nei primi tre scrutini con il quorum a quota irraggiungibile: 673 su 1009 aventi diritto. Ciò per evitare colpi di mano che potrebbero indirizzare l’elezione del nuovo capo dello Stato in una direzione incontrollabile: appunto i 200-300 voti che le fronde di sinistra e di destra potrebbero far confluire su Prodi. Se tuttavia il premier non riuscisse a piazzare subito il colpo annunciato da settimane (“sabato avremo il nuovo presidente”) per effetto di una prima massiccia incursione di franchi tiratori, la situazione potrebbe ingarbugliarsi e non poco. Partirebbe la caccia ai cecchini individuabili nelle aree di dissenso di Pd e Forza Italia con vari sistemi: dalle minacce (mancata ricandidatura alle prossime elezioni) alla blandizie (promesse di carriere e prebende) con effetti di nervosismo e incarognimento generale. Chiedere di “firmare” la scheda per autenticare agli occhi dei capi la propria disciplina di partito non servirebbe a granché. Nel 2013 il nome di Franco Marini fu scritto da chi voleva farsi riconoscere con le più svariate combinazioni, ma la trovata non evitò a Franco Marini, Marini Franco, F. Marini, Marini F. la solenne trombatura. “Stanotte ho partecipato a una seduta spiritica, ma non è uscito il nome di Pertini”. Sul momento non capii e pensai davvero che un gruppetto di cosiddetti grandi elettori si fosse ritrovato attorno a un tavolo ballonzolante.

MASSONERIE IN GIOCO

Poi mi fu chiaro che il senatore democristiano che avevo scelto come gola profonda (scrivevo allora per il Corriere della Sera) mi aveva fatto dono di un segreto massonico e che non c’erano medium da consultare, ma gran maestri. Mi voleva dire che le logge non avrebbero mai votato colui che non si era piegato al fascismo (sei condanne, due evasioni) e che certamente una volta sul Colle avrebbe mandato a quel paese grembiulini e compassi. Che in seguito Francesco Cossiga andasse dicendo il contrario, la massoneria sponsor di Pertini, non sembra argomento probante, anzi, vista la ruggine tra i due. Era l’estate del 1978, la P2 impazzava e il burattinaio Licio Gelli teneva saldamente i fili di tutte le trame di potere. Sandro Pertini alla fine la spuntò e fu eletto, al sedicesimo scrutinio, settimo presidente della Repubblica italiana. Tre anni dopo, la magistratura poté entrare nella villa di Castiglion Fibocchi acquisendo gli elenchi che sbaragliarono il complotto piduista. Tuttavia, le massonerie di vario conio (quella tradizionale è la più innocua se confrontata con le lobby finanziarie e le cricche mafiose) non hanno mai cessato di esercitare il loro peso sulle decisioni della politica e lo stanno facendo sicuramente anche in queste ore, brigando trasversalmente. Del resto, non è stato Ferruccio de Bortoli a evocare sul Corriere della Sera nel settembre scorso “lo stantio odore della Massoneria”, a proposito anche delle manovre avviate per trovare il successore di Napolitano? Molti, infine, s’interrogano sulle preferenze di Obama, della Merkel o di Putin, ma resta scolpito nel marmo ciò che disse Alcide De Gasperi agli albori della Repubblica quando (come ricorda Marco Damilano sull’Espresso) definì decisivo nella scelta per il Quirinale “il partito di coloro che dispongono del denaro e della forza economica”.

Il Fatto Quotidiano, 29.1.2015

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