II Quirinale tassello cruciale del puzzle riformista

Non si tratta solamente di eleggere una persona rispettabile al Quirinale. La posta in gioco nell’elezione del prossimo presidente della Repubblica è molto più alta. Quell’elezione potrebbe contribuire alla nascita di un nuovo regime politico in Italia. Che definisco, per comodità, la Terza Repubblica. Tale posta in gioco sembra sfuggire ai molti politici e osservatori che continuano a guardare a quell’elezione con una logica curiale. Per loro, tutto cambia per rimanere come prima. Ma non è così. E c’è da credere che non lo sia per il capo del governo e per i leader più responsabili delle forze politiche.
  L’elezione del presidente della Repubblica è un tassello cruciale del puzzle riformista. Tant’è che essa dovrebbe avvenire dopo l’approvazione al Senato della riforma elettorale nota come Italicum e della riforma del sistema bicamerale alla Camera dei deputati. È sbagliato tenere separati questi tasselli della riforma istituzionale. L’elezione presidenziale, la riforma elettorale e il superamento del bicameralismo si devono sostenere a vicenda, sia per le modalità con cui vengono realizzate che per l’obiettivo che insieme vogliono raggiungere. Per quanto riguarda le modalità, tutti e tre i passaggi debbono essere realizzati attraverso un basilare consenso tra il centro-sinistra e il centro-destra. L’assenza di quel consenso è stato alla base della debolezza sistemica oltre che morale, della Seconda Repubblica, quella nata sulle ceneri di Tangentopoli del 1992-93 e sepolta dall’esito drammatico delle elezioni del febbraio 2013. Drammatico perché produsse maggioranze politiche diverse nelle due camere del Parlamento, così divise al loro interno e così polarizzate tra di loro da essere incapaci di eleggere il nuovo presidente della Repubblica. I nuovi regimi politici non nascono a colpi di maggioranze. Se vogliamo creare istituzioni legittimate, la loro riforma deve avvenire attraverso il consenso delle principali forze responsabili. Se vogliamo un presidente della Reubblica che sia da tutti riconosciuto come uno dei pilastri del nuovo regime politico, allora la sua elezione dovrà avvenire con una larga maggioranza. Certamente, fa bene il capo del governo a ricordare a tutti che, dal quarto scrutinio, il presidente della Repubblica potrà essere eletto a maggioranza assoluta, e non già qualificata, dei grandi elettori. In questo modo neutralizza i poteri di veto, i ricatti di fazione, i trasformismi che sono sempre dietro l’angolo. Tuttavia, se vogliamo davvero chiudere il ventennio del cupo risentimento, il nuovo presidente della Repubblica dovrà emergere da una convergenza tra i principali schieramenti, così come tale convergenza dovrebbe portare all’accelerata e positiva conclusione della riforma elettorale e parlamentare. Quando le riforme sono fatte insieme, nessuno avrà interesse a cambiarle successivamente (se non per quegli aggiustamenti marginali suggeriti dall’esperienza).
   Ma quei passaggi vanno tenuti insieme anche per l’obiettivo che debbono raggiungere, la nascita della Terza Repubblica. Qust’ultima costituisce una necessità sistemica per il nostro Paese. Ne abbiamo bisogno per migliorare la qualità della politica interna. Occorre chiudere un lungo periodo di contrpposizioni personalizzate, di coalizioni internamente litigiose, di politicizzazione diffusa di ogni ambito della vita collettiva, di incapacità generalizzata a dare continuità al governo del Paese. La Seconda Repubblica ci ha dato finalmente l’alternanza, ma quest’ultima è avvenuta in un clima di sfiducia reciproca tra le principali coalizioni e i loro leader.
   L’esito è stato un’instabilità degli indirizzi di policy e una confusione dei poteri costituzionali. Occorre ricostruire una democrazia moderna, dove i politici risolvano i problemi collettivi e non quelli personali, i corpi dello stato ritornino alle loro funzioni istituzionali, i gruppi di interesse recuperino la loro vocazione funzionale, le pratiche di corruzione ed evasione vengano contrastate con efficacia e il governo sia messo nelle condizioni di operare con coerenza. Ma ne abbiamo bisogno anche per qualificare il nostro rapporto con l’Unione europea. Dopo lo sforzo formidabile fatto per entrare nel gruppo di paesi autorizzati ad adottare l’euro (con il governo Prodi del 1996-98), l’Europa è sparita dalla politica italiana. La Seconda Repubblica è stato un regime politico introverso come non mai. Abbiamo sprecato il primo decennio del Duemila in litigi, mentre altri paesi (come la Germania) avviavano possenti riforme strutturali, internalizzando i vincoli provenienti dalla gestione decentralizzata della moneta comune. L’incredibile debito pubblico che ha oggi il nostro Paese è l’esito eclatante di quel ventennio, ossessionato dalla “politics” e completamente ignaro delle “policies”. Per questo motivo, il puzzle riformista non potrà considerarsi concluso fino a quando non saranno inseriti anche i tasselli delle riforme strutturali che abbiamo rinviato da fare per vent’anni.
   Se questa è la posta in gioco dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, allora varrebbe la pena di alzare e allungare lo sguardo. Non sono molte le persone che, come presidente della Repubblica, potrebbero contribuire alla nascita della Terza Repubblica. Per assolvere un tale compito, né l’età né il genere sono dirimenti. Ciò che è dirimente è, invece, l’intelligenza politica, l’autorevolezza personale e la reputazione europea.

2 commenti

  • Renzi faccia attenzione alle elezioni per il Colle. Se l’eletto, come spero, dovesse essere personalità sgradita, dissenziente col Nazzareno, salterebbero, personalmente fortunatamente, uno dopo l’altro, tutti i pezzi di un liberticida, retrogrado e triste puzzle riformista.

  • Contropposizione personalizzata è esattamente l’opposto di una sana dialettica parlamentare,dove si confrontano talvolta aspramente visioni del mondo e dell’uomo molto diverse,a volte antitetiche. Guardiamo a che cosa sta succedendo oggi negli USA,dove Obama propone una rivoluzione fiscale per far pagare di più agli straricchi.(Per inciso ieri qualcuno diceva che a breve l’1% della popolazione mondiale disporrà la stessa ricchezza del rimanente 99 %!!!). Forse che la strategia obamiana sia ben vista dalla classe ricca americana? Certamente no. Il conflitto sociale esiste,inutile cercare di derubricarlo dall’agenda politica come se non ci fosse;è pertanto politically scorretto condannare mediaticamente chi lo evidenzia per ridurlo o eliminarlo. La cosiddetta strategia della pacificazione nazionale,così di moda in questi ultimi tempi,quando mira a nascondere all’opinione pubblica le varie diseguaglianze e soprattutto le loro cause è una falsità ideologica,una falsa ideologia appunto,diffusa e perpetrata proprio nell’epoca della presunta scomparsa delle ideologie.
    Il vero problema italiano non è l’instabilità politica,perchè ci sono stati esecutivi che hanno governato per l’intera legislatura. E’ l’assenza di una classe politica che persegua veramente gli interessi collettivi e non quelli delle lobbies. Classe politica che pur di mantenere il controllo del potere è arrivata persino a cambiare i propri connotati,consolidando così un’oligarchia trasversale che intende decidere su tutto e su tutti,a dispetto degli organismi democratici decisionali e di controllo.
    Come esempio concreto di questa virata sempre più autoritaria della classe al potere l’assenza dall’agenda politica di VERE RIFORME STRUTTURALI,come quelle miranti ad eliminare i veri colli di bottiglia,ovvero la criminalità organizzata,l’evasione/elusione fiscale,l’economia illegale,la corruzione,il lavoro nero e via dicendo. Meglio lanciare le (contro)riforme che tagliano pensioni,servizi sociali,welfare,posti di lavoro e libera concorrenza.Tant’è.

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