A che serve l’uccisione di un magistrato

La mafia non uccide solo d’estate, come vorrebbe farci credere il titolo del film di Pif, molto acclamato per quanto tiepido e consolatorio nella sostanza. Magari fosse! Almeno una parte dei suoi morti (in autunno, inverno e primavera, senza rispetto alcuno per le stagioni e il tempo) ce la saremmo potuta risparmiare. Oggi però vogliamo partire da una domanda cruciale e crudele, che nasce dalle allarmanti notizie di cronaca di questi giorni: a cosa serve l’uccisione di un magistrato? Un nuovo attentato, infatti, si starebbe preparando a Palermo – e dove se no? – ai danni del pm della Procura, Nino Di Matteo. Il tritolo per lui, a distanza di 22 anni da quello utilizzato per gli eccidi di via D’Amelio e, poco prima, di Capaci, sarebbe non solo arrivato nel capoluogo siciliano, ma sarebbe anche stato debitamente nascosto. Pronto, insomma, per essere confezionato come un dono della morte. Questo almeno secondo fonti ritenute attendibili dagli inquirenti. La notizia trapela sui giornali e non è neppure la prima volta. Anzi, è quasi più una non-notizia: alle minacce dirette non solo contro Di Matteo ma anche contro gli altri componenti del pool palermitano e al pg Roberto Scarpinato siamo, purtroppo, abbastanza avvezzi.

A che serve dunque (minacciare di) uccidere un magistrato? Esaminiamo alcuni moventi che potrebbero venire in mente non solo ai criminali di professione, ma anche a chi criminale non è. C’è un primo movente, tipicamente omicida: l’eliminazione. Il colpevole è minacciato da chi indaga su di lui, per eventi delittuosi che lo hanno coinvolto e, a sua volta, risponde con un’altra minaccia. Un gioco di specchi, che fa sempre il suo effetto e ottiene talvolta risultati insperati. Che la minaccia sia reale o fittizia, sotto un certo punto di vista poco importa. Comunque sia, essa crea il giusto scompiglio, e confusione, e rumore, com’è naturale, alterando il regolare svolgersi degli eventi. Ma di quali eventi stiamo parlando adesso? Anche qui non occorre andare troppo lontano. In relazione a Di Matteo, c’è un’unica vicenda che lo riguarda da vicino, da vicinissimo: la trattativa Stato-mafia. E’ un processo complesso e difficile, soprattutto perennemente in bilico tra sopravvivenza e scomparsa, tra affermazione e affossamento, tra attenzione spasmodica e assoluto diniego. Il che basterebbe a dirla tutta sulla sua importanza, dal punto di vista mediatico e pure da quello politico e sociale.

Mentre, infatti, in principio si tendeva a considerare la trattativa, descritta ancora come ‘presunta’, un procedimento tecnico-giuridico contro la cupola mafiosa e alcuni pezzi deviati dello Stato italiano, tra servizi segreti e Forze dell’ordine, apparati e ministri, oggi come oggi, anche a seguito della deposizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il processo è divenuto un palcoscenico sul quale si sono accesi i riflettori del mondo e il dibattimento si è trasformato, inevitabilmente, in un dibattimento esemplare contro i legami criminali che imperversano, non certo solo da oggi, tra mafia e politica. Una questione che non riguarda più soltanto l’Italia e la sua storia insanguinata, bensì fenomeni universalmente noti e sperimentati altrove di pessima politica che, grazie ad intrecci criminali ben riusciti e al volano della corruzione, governano il mondo di quelle che un tempo erano chiamate le principali superpotenze. Una specie di modello delinquenziale, insomma, che può interessare ed effettivamente interessa altri stati, altre nazioni.

Ma l’uccisione di un magistrato ha molteplici altri scopi, oltre al movente omicida. Così come accade ad altre figure carismatiche, ad esempio il leader, il giornalista. Professioni che di eroico non dovrebbero avere nulla, ma che vengono caricate di componenti temerarie: perché questo avviene? Una spiegazione la si può trovare nel fatto che la figura del giudice, oggi come oggi, si trova di frequente a rappresentare l’ultimo baluardo della legalità in un territorio dove l’arbitrio regna incontrastato. Da qui nasce il ruolo di vittima designata, candidato ideale per essere trasformato in agnello sacrificale. L’uccisione di un magistrato ha dunque anche uno scopo rituale,ossia il sacrificio di un servitore dello Stato; uno scopo fuorviante, nel distrarre l’attenzione pubblica da altri gravi fatti che vengono messi così in secondo piano sulla scena sociale; uno scopo cinico dal punto di vista dell’etica dello Stato, che può essere quello di ricompattare il Paese in un comune evento luttuoso. Infine, a ben vedere, esiste perfino uno scopo commemorativo, rinsaldando antichi patti, e qui non vorremmo neppure avvicinare ulteriori ipotesi.

“Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana in questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage”. Lo scriveva il sociologo Danilo Dolci, che spese tutta la vita a cercare la verità sull’eccidio del Primo maggio del 1947. Oggi sappiamo tante altre cose, come – ad esempio – che dietro il Bandito Giuliano c’erano gli uomini della X Mas e gli americani. Chi c’è oggi dietro Riina e Provenzano, Bontade e i fratelli Graviano? Chi sono i nuovi mostri? A Palermo si ha spesso occasione di incontrare il pm Di Matteo, la sua famiglia e la scorta. Facce di brave persone, sorrisi aperti, espressioni fiduciose, per quanto consapevoli dei pericoli che corrono. “Noi che siamo innamorati della giustizia”: con questa espressione ha concluso il suo discorso il pm Di Matteo il 19 luglio scorso in ricordo della strage che uccise il giudice Paolo Borsellino e i suoi agenti. Sì, noi siamo innamorati della giustizia. E voi?

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