Le nascoste imperfezioni dell’Italicum

legge-elettorale_70pxDopo otto mesi, torna in scena la legge elettorale: il risveglio della Bella addormentata. Adesso Renzi ha fretta, Berlusconi ha flemma. Sicché la querelle è tutta sui tempi, sul calendario che dovrà celebrare il lieto evento. Anche l’idea di trasferire il premio di maggioranza (dalla coalizione al partito più votato) non ha acceso troppe baruffe tra i due commensali. L’essenziale, per il primo, è d’agguantare un altro trofeo, sventolandolo dinanzi agli elettori. L’essenziale, per il secondo, è che continui a sventolare la legislatura, dato che lui non riesce più ad agguantare gli elettori. Domanda: ma non potremmo fare presto e bene? Perché l’Italicum è un male, anzi un maleficio costituzionale. Ci è capitata già una volta (col Porcellum ) l’esperienza di una legge elettorale stracciata poi dalla Consulta. Due volte no, sarebbe un imbroglio al quadrato. Sennonché l’Italicum imbroglia i principi iscritti nella Carta. Quali? Primo: la parità di genere. Promossa dall’articolo 51 della Costituzione, bocciata nel testo uscito il 12 marzo dalla Camera. Secondo: le pluricandidature. Per effetto di quel testo, capi e caporali di partito possono candidarsi in 8 collegi, diventando plurieletti; dopo di che dovranno scegliere, giacché nessuno può sedersi contemporaneamente su 8 poltrone. E i loro votanti negli altri 7 collegi? Buggerati. Terzo: le liste bloccate. Dunque parlamentari nominati dai partiti, anziché scelti dai cittadini. Per la Consulta (sentenza n. 1 del 2014) questo sistema «ferisce la logica della rappresentanza».
Ma con l’Italicum i nominati restano, la ferita pure. Tuttavia il colpo mortale al buon senso, oltre che alla Costituzione è ancora un altro. Perché l’Italicum s’applica alla Camera, non anche al Senato. Lì resta un proporzionale puro, il Consultellum. Ma è ragionevole votare con due marchingegni opposti? Risponde, di nuovo, la Consulta: questa scelta schizofrenica «favorisce la formazione di maggioranze non coincidenti nei due rami del Parlamento, pur in presenza di una distribuzione del voto nell’insieme sostanzialmente omogenea». E dunque offende «i principi di proporzionalità e ragionevolezza». Insomma, non è in questione la legittimità di qualche differenza tra Camera e Senato. Dopotutto, le nostre assemblee legislative hanno già numeri diversi (630 deputati, 315 senatori), una diversa anagrafe (25 e 40 anni per occuparvi un seggio), un diverso corpo elettorale (alla Camera si vota a 18 anni, al Senato a 25). Non è un problema neppure la scelta fra maggioritario e proporzionale. L’uno sacrifica la rappresentatività del Parlamento in nome della governabilità, l’altro procede in direzione opposta. E infatti abbiamo fin qui sperimentato sia il primo che il secondo: votando con un proporzionale nella prima Repubblica, con un maggioritario durante la seconda. L’importante è non elidere del tutto il valore di volta in volta recessivo, privandoci d’un minimo di democrazia o privando la democrazia della stessa possibilità di funzionare. Ma è altrettanto importante che la scelta –  quale che sia la scelta – esponga una motivazione razionale, ed è qui che casca l’asino, anzi l’Italicum . Perché il supermaggioritario della Camera viene annullato dal superproporzionale del Senato, lasciandoci infine con le tasche vuote: senza democrazia, senza governo.
Domanda bis: ma i nostri legislatori non lo sanno che la loro creatura è figlia illegittima della Costituzione legittima? Lo sanno, lo sanno. Anche se hanno cercato d’appellarsi alla riforma del Senato, per giustificare la trovata. Balle: ammesso che la riforma veda mai la luce, ammesso che il Senato elettivo finisca nel cassetto dei ricordi, la nuova legge elettorale sopravvivrebbe in ogni caso. Ne cadrebbe una parte, tutto qui. Abrogata per estinzione del suo oggetto, come succede quando la legge tutela una specie animale che in seguito s’estingue. E allora perché hanno cucito un vestito su misura per la Camera, lasciando il Senato a pelle nuda? E perché adesso non ci mettono una toppa? Risposta: perché è tutta una finta, un barbatrucco. Fingono di risolvere i problemi, e intanto ne creano di maggiori.

7 commenti

  • Professor Ainis e amici di L&G,
    ma quand’anche ci fossero le vecchie liste con le preferenze libere, chi, se non i partiti, deciderebbero chi sta nelle liste, ed anche in che ordine ??
    E allora?
    Anche con il collegio uninominale, chi decide i candidati? Sempre il partito, al massimo con le primarie.
    Ma non stiamo facendo un po’ troppo fumo su questa faccenda? Quando mai i cittadini hanno scelto i rappresentanti sull’elenco del telefono? Da che mondo è mondo è compito dei partiti selezionare la classe dirigente: il problema è la vita interna dei partiti, la loro gestione più o meno democratica. E’ lì che bisogna incidere. Non sbagliamo bersaglio, per favore. Confusione ce n’è già fin troppa!!

  • Dopo l’ intervento di Etrotta mi sento un po’ meno solo nella mia battaglia perché si dia finalmente attuazione all’ art.49 della Costituzione, quello che stabilisce il diritto di tutti i cittadini ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale
    (sul tema invito a consultare il dossier di documentazione della Camera dei Deputati – XVI legislatura, facilmente reperibile su internet ). Credo, però, che faremmo un grave errore a sottovalutare l’ effetto devastante – sul piano della EFFETTIVA PARTECIPAZIONE dei cittadini all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art.3, 2°c.,Cost.) – che può essere procurato al sistema democratico nel suo complesso da una legge elettorale che ‘ ferisce la logica della rappresentanza ‘ e ‘ offende i principi di proporzionalità e ragionevolezza ‘, giusto per riprendere i mòniti della Corte Costituzionale nella sentenza che ha bocciato il famigerato porcellum. Nella sua furia rottamatrice Renzi intende
    evidentemente salvare un meccanismo elettorale che gli permette, oggi, di contare su una rappresentanza parlamentare a dir poco scandalosa. Se andiamo, infatti, a rileggere i numeri in forza dei quali l’ ex sindaco di Firenze può oggi maramaldeggiare – ridicolizzando qualsiasi corpo intermedio, compreso – e non è un paradosso – il suo stesso partito – oltre al dato ( non più sottovalutabile, dopo il record toccato alle europee ) degli
    astenuti, balza agli occhi la vergogna – autentica vergogna – dei 292 seggi alla Camera assegnati al PD per i suoi 8.644.187 voti rispetto ai 97 seggi assegnati al PDL forte dei suoi 7.332.667. Uno scarto inferiore al 4% dei suffragi ( raccolti già nelle modalità ‘ viziate ‘ che ricorda Etrotta ) ha prodotto una differenza, nei seggi alla Camera ( destinata a rappresentare
    in futuro, da sola, il potere legislativo ) del 31% !!! Da 4 a 31. E questo obbrobrio – ha ragione Ainis a definirlo ‘ maleficio costituzionale – è destinato con l’ Italicum a compromettere ulteriormente sia la libertà di voto che, ovviamente, la sua eguaglianza. Lo scenario , già piuttosto drammatico oggi ( dove le minoranze interne ai partiti sono riconosciute ma non ascoltate e, di conseguenza, invitate ad andarsene da partiti che – per assenza di autentica democrazia interna -non possono più permettersi
    alcuna forma di dissenso ) è destinato ovviamente a peggiorare con lo strisciante bi-partitismo cui ci avviamo. E’ indispensabile che tutti coloro che hanno a cuore la democrazia e pensano che la politica, con tutti i suoi limiti, sia l’ unico strumento per realizzarla, tornino a farla attivamente, gratuitamente, appassionatamente. Il dato sugli iscritti/militanti attivi, per esempio, del maggior partito del Paese, è allucinante se si pensa che Renzi, l’ uomo che ha il potere di condizionare il futuro di 60 milioni di cittadini, nelle primarie che contano – quelle interne al suo partito – ha avuto il consenso di meno di 140.000 cittadini. Continuare, infine, a dare per scontato che tornare al proporzionale sarebbe delittuoso, è – a mio avviso – un errore politico gravissimo. E’, per usare una felice espressione di Rodotà in un suo recente articolo, come ‘ dimettersi dalla politica ‘. Fra le tante, auspicabili, dimissioni, questa è proprio quella che non possiamo permetterci.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

  • Come ricordavo in un post relativo ad un intervento del prof. Zagreblesky,
    è indispensabile porsi seriamente il problema del governo della società.
    La democrazia è per sua natura dicotomica: maggioranza e minoranza, governo e opposizione.
    La sfida delle regole sta nel partire da 40 milioni di opinioni e sintetizzarle in due proposte politiche concorrenti.
    Moltiplicare le rappresentanze organizzate in Parlamento non offre alcuna garanzia di giustizia né di efficienza; la storia ci insegna che così si persegue il compromesso al livello più basso possibile.
    I partiti, grandi e nazionali, debbono risolvere al loro interno, democraticamente, con dibattiti e votazioni, le diverse posizioni e produrre una sintesi di progetto politico da sottoporre ai cittadini.
    Questi ultimi hanno il diritto di essere governati, con efficacia ed efficienza: pagano le tasse per questo, e i politici debbono risponderne. Esistono molti sistemi diversi nel mondo occidentale: ciò vuol dire che la soluzione non è una, né che le altre siano autoritarie o liberticide.
    Se l’Italia ha bisogno urgente di cambiamento, da qualche parte bisogna cominciare; qualcuno deve assumersi la responsabilità di smuovere l’immobilismo: rischia di sbagliare? Meglio che restare fermi.
    Non sentite una cappa stagnante sul Paese?
    Non sentite il bisogno di sperimentare?
    Non sentite il bisogno di un’altra classe dirigente?
    Vogliamo aspettare che si svegli e ci provi la destra?
    Non raccontiamoci balle, per favore;: non è Renzi la destra, ma quella retriva ed egoista che vince in USA, anche grazie al poco coraggio di Obama.
    Abbiamo per una volta l’occasione di provarci: vogliamo rinunciare?

  • Il mio era un appello affinché i cittadini si ri-appropriassero della politica che il sistema maggioritario fortemente scoraggia. Il suo, caro Etrotta, è una rassegnata resa alla delega ai politici di professione. Concezioni della democrazia, come è fin troppo facile constatare, abissalmente divergenti.
    Parlare, tra l’ altro, di maggioranze e minoranze all’ interno di un sistema socio-economico come quello nel quale viviamo è del tutto inutile. Una volta accettata, infatti, la cultura del liberismo ha la forza di rendere tutto – destra e sinistra – omogeneo e funzionale alla sua logica. Logica ontologicamente oligarchica e, quindi, fondamentalmente anti-democratica, anti-parlamentare, anti-partitica, anti-sindacale, ecc. ecc.
    Che la sensibilità su questi temi stia gradualmente scemando, è dimostrato dalla scarsa sottolineatura sul dato dell’ assenteismo nelle ultime elezioni americane. Che il destino della nazione più importante del globo possa essere decisa dal 40% della sua popolazione è un segnale estremamente significativo per i fan del maggioritario e della governabilità per la governabilità. Ma associare questo dato ( oltre a quello ben più grave sulla partecipazione ‘ effettiva ‘ dei cittadini ) alla democrazia, questo è davvero troppo. L’ articolo di Ainis – così almeno mi è parso – era una riflessione su ciò che può minare la democrazia, non le oligarchie . Per queste ultime, va benissimo che voti il 40% e va ancora meglio un sistema liberticida come l’ Italicum.
    Giovanni De Stefanis, Leg Napoli
    Giovanni De Stefanis

  • Non confonda il liberismo con i principi dello stato liberale, che prevede la democrazia rappresentativa.
    Lasci le favole sulla democrazia diretta all’ex comico genovese e al suo guru Casaleggio: loro ne fanno un business.
    Io ho parlato di 40 potenziali milioni di opinioni, proprio perché credo che tutti i cittadini dovrebbero concorrere all’elaborazione dei progetti politici; poi sono i partiti a dovere organizzare il processo per formalizzare maggioranza e minoranza.
    I cittadini possono essere invogliati, ma non costretti; e ciò non inficia il processo democratico.

  • Nel suo primo commento, sig.Trotta, partendo dal giusto assunto che è compito dei partiti selezionare la classe dirigente, lei richiamava l’ esigenza – sacrosanta e da me assolutamente condivisa – della riforma delle riforme : quella dei partiti. Raccogliendo il suo input, segnalavo quanto in proposito stava facendo il Parlamento e auspicavo – dopo questo lungo periodo di ‘ dimissioni della politica ‘ per ‘ overdose di delega ‘ – una riappropriazione della stessa da parte dei cittadini. In che modo ? Partecipando attivamente ( la Costituzione usa il termine ‘ effettivamente ‘/ art.3, 2°c.) e con metodo rigorosamente democratico ( art.49) al dibattito interno ai partiti. Credo, infatti, che la semplice adesione al programma elettorale di un partito non basti più. Occorre che i cittadini – pur avvalendosi, è chiaro, di propri rappresentanti nelle istituzioni – esercitino un doveroso controllo delle stesse attraverso il canale democratico della ‘ militanza attiva ‘ nei partiti. Militanza non facile, spesso scomoda, ma preziosa per la democrazia soprattutto se fatta con lo spirito disinteressato e appassionato che mi sono permesso di sottolineare. Spirito che , quindi, prescinde dalla propria personale collocazione all’ interno dei partiti – sia essa di maggioranza o di minoranza, di assenso o di dissenso. Perché quello che conta, in democrazia, non è l’ enafatizzazione di quella ‘ dicotomia ‘ – come lei la chiama – ma l’ impegno adulto, laico e responsabile di ogni singolo cittadino affinché l’ interesse generale della ‘ polis ‘, della ‘ res publica ‘ prevalga sempre e comunque sul tornaconto personale, su privilegi di parte o, peggio, di casta. Come una visione siffatta possa essere da lei interpretata come denigrazione della democrazia rappresentativa e dei principi del liberalesimo e inno alla democrazia diretta in chiave antagonistica ( alla Grillo ) mi lascia perplesso e mi fa pensare che, forse, non deve aver letto con attenzione i miei due interventi. Dove certamente divergiamo è nella concezione ‘ partecipativa ‘ di democrazia : che per lei, se ho ben capito, non comprende una militanza attiva all’ interno dei partiti. Dovrebbe, allora, spiegarmi secondo quali modalità i cittadini potrebbero – come lei scrive – concorrere alla elaborazione dei progetti politici. Dizione, lo vorrà riconoscere, troppo generica e, soprattutto, troppo poco responsabilizzante oltre che troppo poco ‘ appassionante ‘. I giovani, soprattutto, hanno bisogno di impegnarsi attorno a progetti che rispondano a concezioni ideali, durature, meno precarie e transitorie di quelle con le quali è chiamata a fare i conti la quotidiana prassi amministrativa . E’ vero che non si può obbligare un cittadino a partecipare attivamente alla vita di un partito. E’ altrettanto vero, però, che i diritti e i doveri – nella pedagogia democratica della nostra Carta – sono un’ endiade indissolubile. E che, quindi, non esercitando i doveri c’è il rischio concreto di perdere i diritti. Non è fore questo che si sta verificando, oggi, nel nostro Paese ? Infine, per quanto riguarda gli effetti nefasti sul ‘ processo democratico ‘ della cultura neo-liberista ( paralisi della rappresentanza, congelamento della competizione politica, perdita di significanza delle promesse e dei programmi elettorali, condivisione e larghe intese, predominio del governo nella sua versione tecnica ed esecutiva di volontà altrui e sovrastanti ) invito lei e gli eventuali, pazienti, nostri lettori , a leggere su questo tema della cosiddetta ‘ post-democrazia ‘ le pagine lucide e profonde del prof. Zagrebelsky nel suo ‘ Contro la dittatura del presente/Perché è necessario un discorso sui fini (Laterza/La Repubblica-Libra 2014)
    Giovanni de Stefanis, LeG Napoli

  • Anch’io auspico la massima partecipazione dei cittadini all’elaborazione dei progetti politici. Sottolineo solo che, in ogni caso, la società va governata giorno dopo giorno e che preferisco che a farlo sia la parte politica più vicina alle mie opinioni, piuttosto che la parte avversa. Sono partigiano, e la pelle dei cittadini mi sta molto a cuore; non tollererei un eccesso di dibattito in vista di una ipotetica maggior condivisione, rispetto all’efficacia dell’azione di Governo. Tutto qui. La politica è arte del compromesso (in senso buono) e questo è compito della classe dirigente, che deve avere mandato dai cittadini, iscritti ai partiti (con congressi, primarie e quant’altro) o no (con le libere elezioni).

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