Zagrebelsky: quello di Renzi è decisionismo andreottiano

Zagrebelsky_RicucireUna conversazione con Gustavo Zagrebelsky a margine di un convegno su “Bobbio costituzionalista” conduce dalle cime della filosofia politica alle bassure italiane.
Tra i principi della democrazia secondo Bobbio c’è il voto uguale: come lo spiega ai suoi studenti che le chiedono di Porcellum e Italicum?
Nella sentenza sul Porcellum, per la prima volta la Corte Costituzionale parla dell’uguaglianza del voto non solo in “entrata”, come valore potenziale, ma anche “in uscita”, nell’attribuzione pratica dei seggi. Il premio di maggioranza creava un’abnorme distorsione. Ora si prova a superare l’obiezione stabilendo una soglia per accedere al premio. Ma c’è un criterio razionale o è puro e semplice arbitrio: 37%, 40%? Il criterio sta nelle previsioni dei partiti che sperano di avvantaggiarsene, sulla base dei sondaggi. Ma la legge elettorale deve servire ai cittadini o ai partiti? L’unica soglia giustificabile sarebbe il 50,1% dei voti: un premietto per rafforzare chi ha già la maggioranza dei voti.
La legge “truffa” del 1953.
Famigerata. Se era truffaldina quella, che cosa dire di una legge che porta dal 37 al 55%?
Ma che cosa ne sarebbe della governabilità, senza premio di maggioranza?
Governabilità, parola scorretta. Che cosa significa? Attitudine a essere governato. Significato passivo. Se dico “l’Italia è ingovernabile” penso a corporazioni, corruzione, mafia. Da Craxi in poi, con un rovesciamento semantico, governabilità vale come aumento della forza di governo. Significato attivo. Tutte le riforme di cui parliamo non sono per la governabilità, perché non toccano la società, ma vogliono rafforzare il governo, razionalizzando uno spostamento di baricentro che già c’è stato.
A danno del Parlamento?
Il Parlamento ha perso iniziativa legislativa, ratifica solo quelle del governo. Quando fu introdotta la proporzionale, un secolo fa, vi fu chi disse che tanto valeva eliminare i deputati e far decidere tutto dai segretari dei partiti secondo il rispettivo peso elettorale. “Tanto gli eletti in ciascuna delle nostre liste devono fare quello che diciamo noi”. Una proposta che al nostro Renzi potrebbe piacere: disciplina a costo zero.
Nel frattempo il Pd è diventato il partito della nazione.
Per Bobbio una delle condizioni della democrazia è la presenza di una pluralità di offerta politica. Il partito-tutto non è concepibile secondo la nostra definizione di democrazia. C’è una classica definizione del partito politico come “parte totale”. Quando un partito sceglie una connotazione totalizzante, come la nazione, diventa parte totalitaria.
Come mai la suggestione totalizzante funziona?
In una fase di inquietudine, è ovvia la tendenza a compattare. Ma una cosa è la grande coalizione, in cui le parti restano tali contraendo un patto, altra è questa strana e melmosa combutta italica, senza nemmeno la nobiltà dell’union sacrée.
C’è un deficit di conflitto?
Il professor Bobbio, in altri tempi, aveva usato una formula molto forte: la discordia è il sale della democrazia. Discordia è parola estrema: Tucidide la riteneva premessa della stasis, la quiete prima della tempesta della guerra civile. In realtà Bobbio, radicalmente dicotomico sul piano teorico, nella pratica era un mediatore. Infatti per lui, come per il suo maestro Kelsen, la democrazia non può esistere se non ha al fondo un compromesso e il compromesso è la Costituzione.
Arte anacronistica, il compromesso: va di moda la decisione. Renzi pare ispirarsi più a Schmitt che a Kelsen e Bobbio.
C’è decisionismo e decisionismo. Schmitt aveva un’idea bellica della decisione: il nemico non va sconfitto, ma eliminato. L’attuale decisionismo mira piuttosto all’andreottiano tirare a campare. Serve a fronteggiare le difficoltà del giorno per giorno, a tappare buchi, a tamponare con urgenza le situazioni. Un decisionismo non tragico, diciamo in salsa mediterranea, all’amatriciana. Il governo non combatte nemici per imporre una sua visione strategica, che si stenta a vedere, ma cerca aggiustamenti temporanei, posticipando i problemi.
E la piazza fisica, delle manifestazioni di protesta?
Schmitt avrebbe approvato la manganellatura degli operai, ovvero del nemico. Non è andata così. Il governo non ha approvato il manganello. Anzi, ha espresso solidarietà a manganellati e manganellatori: più andreottiano di così!
Non si può dire che l’idea del nemico da riportare all’ordine sia estranea alla fase politica attuale.
L’ordine attuale è una somma di compromessi quotidiani. L’ordine duro e puro è quello invocato per porre fine al “biennio rosso” in Italia, o al caos tinto di socialismo della Germania di Weimar. Sappiamo dove ha portato. Oggi, in Italia, il pericolo mi pare che possa derivare dal difetto d’opposizione politica efficace in Parlamento e dalla supplenza da parte d’una opposizione di piazza. Qui, vedrei, il rischio della radicalizzazione. La manifestazione di Roma aveva un significato ultrasindacale. Farsene troppo facilmente una ragione può essere irresponsabile.
Quando coniò la formula “democrazia d’applauso” per Craxi, Bobbio si beccò l’insulto “intellettuale dei miei stivali”. A voialtri è toccato “professoroni e parrucconi”.
È già una bella soddisfazione avere a che fare con parrucche e non con stivali. Cambiamo le parole, ma siamo sempre lì. Ci sono “no” che sono degni quanto i “sì”. Ha presente Bartebly, lo scrivano di Melville?

7 commenti

  • Governare senza essere stato eletto (nelle due Camere) è puro autoritarismo che come tale si nutre di demagogia e anche di buonismo, quando non è puro autoritarismo!!!

  • L’attuale primo ministro governa sì col voto del Parlamento, ma un Parlamento delegittimato perché fu eletto da una legge ritenuta non valida. Governa con un accordo politico (e forse economico) con un pregiudicato condannato dalla Corte di Cassazione. Governa con dichiarazioni alla stampa più che con obbedienza al voto parlamentare (vedi ricordo al voto di fiducia)

  • Non si può continuare a filosofeggiare (e lo dico con il massimo rispetto per la filosofia), senza porsi seriamente il problema del governo della società. La democrazia è per sua natura dicotomica: maggioranza e minoranza, governo e opposizione. La sfida delle regole sta nel partire da 40 milioni di opinioni e sintetizzarle in due proposte politiche concorrenti. Moltiplicare le rappresentanze organizzate in Parlamento non offre alcuna garanzia di giustizia; la storia ci insegna che così si persegue il compromesso al livello più basso possibile. I partiti, grandi e nazionali, debbono risolvere al loro interno, democraticamente, con dibattiti e votazioni, le diverse posizioni e produrre una sintesi di progetto politico da sottoporre ai cittadini. Questi ultimi hanno il diritto di essere governati, con efficacia ed efficienza: pagano le tasse per questo, e i politici debbono risponderne. Esistono molti sistemi diversi nel mondo occidentale: ciò vuol dire che la soluzione non è una, né che le altre siano autoritarie o liberticide. Se l’Italia ha bisogno urgente di cambiamento, da qualche parte bisogna cominciare; qualcuno deve assumersi la responsabilità di smuovere l’immobilismo; rischia di sbagliare? Meglio che restare fermi. Non sentite una cappa stagnante sul Paese? Non sentite il bisogno di sperimentare? Non sentite il bisogno di un’altra classe dirigente? Vogliamo aspettare che si svegli e ci provi la destra? Non raccontiamoci balle, per favore;: non è Renzi la destra, ma quella retriva ed egoista che vince in USA, anche grazie al poco coraggio di Obama. Abbiamo per una volta l’occasione di provarci: vogliamo rinunciare?

  • Illustre “etrotta”,

    non è che il nostro Paese abbia tanto bisogno di un’alternanza di maggioranze mediocri e scadenti di destra o sinistra, quanto di un Parlamento che ospiti la Milgior Elite del Paese e non una mediocrità offensiva dell’alto rigore morale e culturale dell’Assemblea Costituente.

    Un Parlamento che possa esprimere un governo non di giovani soltanto volenterosi ed energici, ma di persone competenti e capaci oltre che di saldo rigore morale e culturale.

    Ma finchè in quei palazzi siederanno entità inqualificabili come Razzi e Scilipoti e compagni di merende di Cuffaro e Cosentino, e Persone di prestigio internazionale saranno lasciate a predicare nelle
    piazzatte e finche il presidente del consiglio dei ministri crederà di essere la miglior sintesi di ogni sapere snobbando prestigiosi contributi per ascoltare quelli di pregiudicati e indagati o cmq persone che abbiano già ampiamente dimostrato la loro pochezza, il Paese non potrà che continuare a sprofondare!

  • Sarebbe stato più interessante se il professor Zagrebelsky, dopo aver detto che “il Parlamento ha perso l’iniziativa legislativa, ratifica solo quelle del governo”, avesse anche espresso la propria opinione sul significato da attribuire all’espressione “democrazia parlamentare”.

    A mio modesto parere, con il termine democrazia parlamentare deve intendersi definitivamente abbandonato il vecchio schema dottrinale della separazione della funzione legislativa dalla funzione di governo, valido quando il potere esecutivo (di governo) era attribuito al sovrano.

    Oggi, il popolo sovrano dovrebbe deliberare (legiferare) e governare (anche con atti normativi) per mezzo dell’organo rappresentativo della sovranità popolare: il parlamento.

    Il problema è che l’impianto costituzionale risente del tradizionale concetto di separazione dei poteri e si è strutturata l’organizzazione del sistema di democrazia parlamentare in capo a due organi, il parlamento e il governo, come se la funzione di governo non fosse da ritenere espressione della sovranità popolare ma una mera funzione burocratica.

    Purtroppo, anche gli attuali costituzionalisti sembrano rimasti legati al tradizionale concetto di separazione dei poteri, legislativo ed esecutivo, e questo è uno dei principali ostacoli alla piena attuazione del concetto di democrazia parlamentare attraverso una più adeguata strutturazione del parlamento quale unico organo rappresentativo della sovranità popolare in grado di esercitare insieme la funzione legislativa e la funzione di governo.

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