Il mondo di Berlinguer: storia di nani e giganti

Rubbi“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”.
Dall’inizio della militanza antifascista condotta tra le strade di Sassari e Roma fino alle ultime parole scagliate con disperata determinazione contro il cielo di Padova in quella maledetta notte di trent’anni fa, la vita di Berlinguer si è risolta in un ostinato sforzo di comprensione delle dinamiche di un mondo in perenne evoluzione, nell’incessante e pervicace tentativo di individuare la via per la costruzione di un mondo migliore.
Ecco, un mondo migliore: che mondo era quello di Enrico Berlinguer, figlio della borghesia sassarese divenuto il riferimento costante dei comunisti italiani, democratico autentico destinato, suo malgrado, a combattere con un sistema paralizzato dagli opposti imperialismi, leader silenzioso e mai disposto a scivolare nella dimensione egocratica propria del “capo carismatico”? Era un mondo “terribile ed intricato”, attraversato da muri e colonnelli, eroi e faccendieri, spie e uomini dello Stato, bombe e lacrime. Era il mondo in cui Jan Palak bruciava insieme alla primavera di Praga, ed in cui i militanti del PCI, che ancora non avevano del tutto metabolizzato il fantasma dell’Ungheria, cercavano un riferimento alternativo al mito della grande madre Russia, una dimensione autonoma dal sistema di pesi e contrappesi partorito dal gelo di Jalta.
Berlinguer vedeva lontano, ed aveva intuito la necessità di risolvere la complessità del mondo che lo circondava, elaborando un’alternativa allo scontro tra capitalismo e sovietismo; Berlinguer vedeva lontano, e fu il protagonista di quell’alternativa. Un’alternativa fondata sull’interlocuzione con Carrillo e Marchais, diretta ad affrancare i principali partiti comunisti d’occidente dall’orbita del PCUS; sul socialismo dal volto umano, da praticare sotto l’ombrello della NATO; sul confronto continuo e costante con Willy Brandt ed Olof Palm, primo abbozzo di costruzione di un modello di “sinistra europea; sull’idea del compromesso storico, del fronte comune tra forze democratiche da contrapporre alla minaccia di una deriva autoritaria che avrebbe potuto trasformare Roma nella Santiago di Pinochet.
Un PCI proiettato nella dimensione della sinistra europea, espressione di un socialismo democratico e (come tale) non allineato alle determinazioni del Cremlino, capace di superare la conventio ad excludendum e di accreditarsi quale credibile forza di cambiamento per il governo del Paese: il “terribile, intricato mondo” di Berlinguer iniziava a trovare una sua logica; la “terza via” tra capitalismo e rivoluzione era lo strumento adatto per rileggere le storture, i limiti, le contraddizioni della società europea al crepuscolo del XX secolo.
Ma quel “terribile, intricato mondo” conservava equilibri che non dovevano essere superati, e i depositari di quegli equilibri spezzarono l’incedere del sogno berlingueriano: il compromesso storico fu seppellito insieme al cadavere di Moro in quella Renault rossa in via Caetani, nelle tenebre della più oscura tra le notti di questa disgraziata Repubblica; e lo strappo da Mosca non fu sufficiente ad integrare i comunisti italiani nella galassia delle forze progressiste europee. La morte del Segretario, in definitiva, arrivò troppo presto, talmente presto da impedirgli di replicare all’accusa di avere trascinato il PCI in mezzo al guado: né al governo né all’opposizione, né con la socialdemocrazia né con gli eredi di quel che restava della Rivoluzione d’Ottobre.
Eppure, anche a trent’anni di distanza dall’ultima chiamata alla mobilitazione “casa per casa, sezione per sezione”, nel bel mezzo di un’epoca caratterizzata da diseguaglianze sempre crescenti, in cui le fredde regole dell’economia e della finanza prevalgono sulla componente solidale di una politica “disumanizzata” proprio perché percepita come lontana dalle istanze provenienti dai settori più vulnerabili della società contemporanea, il tentativo di Berlinguer di individuare una “terza via” per costruire un mondo diverso riemerge in tutta la sua dirompente attualità.
Affrancandoci per un attimo dalla dimensione di una politica post-ideologica, tutta concentrata sulla banale esaltazione dell’uomo solo al comando, il ricordo del Segretario continua infatti ad offrirci un punto di vista privilegiato per comprendere ed interpretare il “terribile, intricato mondo” in cui ci troviamo a vivere: un punto di vista che oggi cercheremo di sfruttare nel migliore dei modi, come dei nani a cui è concesso, per una volta, di salire sulle spalle di un gigante.

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