Diritti sociali e vincoli di bilancio

20141020_134910In tempi di crisi, si ha ancora diritto ai diritti? La domanda è stata al centro di un incontro organizzato a Torino lunedì 20 ottobre 2014 dal circolo locale di Libertà e Giustizia assieme all’associazione Prospettive comuni e alla fondazione Promozione sociale.
Lo spunto nasce da una delibera della Giunta regionale del Piemonte con cui vengono ridefinite le modalità di presa in carico degli anziani non autosufficienti da parte della rete delle strutture socio-sanitarie residenziali. Ai sensi della delibera, i soggetti che presentano richieste di sostegno da parte della rete dei servizi socio-sanitari (a partire da un’impegnativa del proprio medico di base che ne riconosce la non autosufficienza) possono essere inseriti nella categoria dei “differibili”, dei “non urgenti”o degli “urgenti”.
Per i primi (differibili) non è previsto un tempo di risposta, ma solo un monitoraggio periodico; per i secondi (non urgenti) è previsto un tempo di risposta di un anno dalla valutazione; per i terzi (urgenti) è previsto un tempo di risposta di 90 giorni dalla valutazione. Dunque, anche nel caso più grave (anziano totalmente dipendente, indigente e senza famiglia), non c’è alcuna garanzia che la presa in carico avvenga prima di tre mesi dalla valutazione. Ne deriva – come ha scritto il T.A.R., chiamato a pronunciarsi su questa vicenda – “un quadro complessivo denotato, a tutta evidenza, da carenze non accettabili, e quindi illegittime, a fronte del diritto degli anziani non autosufficienti – diritto sancito dall’ordinamento e in particolare dalla normativa sui LEA – di vedersi garantite cure ed assistenza socio-sanitarie almeno nella misura imposta per legge e direttamente derivante dal “nucleo irriducibile” del diritto alla salute protetto dall’art. 32 della Costituzione”. Attualmente ogni valutazione è rimessa al Consiglio di Stato, che deciderà in via definitiva il prossimo 13 novembre.
Giulio Fornero (Prospettive comuni) ha sottolineato l’irrazionalità di tali decisioni, posto che i pazienti non ricoverati nelle strutture sanitarie residenziali si scaricano sugli ospedali, oberando il pronto soccorso e le medicine interne. Ciò influisce, ovviamente, sull’efficienza delle prestazioni sanitarie erogate in ospedale, con pazienti in barella che non riescono a trovare spazio in reparto (situazione oramai paragonabile in molti ospedali a quella di quarant’anni fa); ma influisce altresì sui bilanci pubblici, essendo il ricovero in ospedale incomparabilmente più caro rispetto a qualsiasi diversa soluzione ipotizzabile (l’ospedale costa mediamente 4-500 euro al giorno, una casa di cura di secondo livello 250 euro, una casa di cura di lungo degenza 150 euro, una RSA addirittura 45 euro). È evidente l’assurdità di tale situazione: si spendono più soldi di quanto necessario e, contemporaneamente, si ingolfa l’assistenza ospedaliera.

Francesco Pallante (Libertà e Giustizia) ha delineato il quadro costituzionale entro cui inserire tale vicenda, mettendo in luce come in gioco ci sia la concezione stessa dei diritti sociali. Se prevale l’idea che i diritti siano pretese cedevoli rispetto alle esigenze di bilancio, i diritti stessi perdono di significato. Prevedere i diritti nei testi normativi implica, necessariamente, che siano predisposti gli apparati, il personale e le risorse necessarie a realizzarli, altrimenti sono destinati a rimanere sulla carta. Almeno i livelli essenziali delle prestazioni sociali devono essere considerati intangibili, ma perché ciò effettivamente possa avvenire è necessario che vi sia una conoscenza sociale e politica del problema e che la cultura dei diritti prevalga su quella dell’equilibrio di bilancio.

Maria Grazia Breda (Promozione sociale) ha evidenziato che cosa, in concreto, implichi il prevalere delle esigenze di bilancio sui diritti, illustrando alcuni casi concreti di pazienti lasciati privi di assistenza e costretti a cercare protezione ospedaliera quando non più in grado di trovare sostegno presso le proprie famiglie. Attualmente, le liste d’attesa in Piemonte ammontano a 32.000 soggetti e il rischio è che si allunghino ulteriormente.
In definitiva, si stanno colpendo attività di cura a basso costo, ottenendo modesti risultati sul piano finanziario, ma causando gravissime conseguenze di ordine sociale. Dietro, probabilmente, ci sono anche le pressioni degli operatori sanitari privati, che hanno tutto da guadagnare dalle difficoltà incontrate dal settore pubblico.
Essere consapevoli di tutto ciò è il primo passo per poter reagire.

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1 commento

  • Tema davvero attualissimo – questo scelto dagli amici di Torino – cui nelle stesse ore Stefano Rodotà dedicava una sua riflessione, pubblicata su ‘ La repubblica del 20 ottobre, dal significativo titolo ” Perché i diritti non sono un lusso in tempo di crisi ” . Ne riporto alcuni significativi passaggi : ” Quando si restringono i diritti riguardanti lavoro, salute e istruzione, si incide sulle precondizioni di una democrazia non riducibile ad un insieme di procedure. Non sono i diritti ad essere insaziabili, lo è la pretesa della economia di stabilire quali siano i diritti compatibili con essa. Quando si ritiene che i diritti sono un lusso, in realtà si dice che sono lussi la politica e la democrazia. Non si ripete forse che i mercati ‘ decidono ‘, annettendo alla sfera dell’ economico le prerogative proprie della politica e dell’ organizzazione democratica della società ? ” (…) ” Qui trovano posto le riflessioni su un tempo in cui il problema concreto non è la dismisura dei diritti, ma la loro negazione quotidiana determinata dalle diseguaglianze, dalla povertà, dalle discriminazioni, dal rifiuto dell’altro che, negando la dignità stessa della persona, contraddicono quella ‘ politica dell’ umanità ‘alla quale è legata la vicenda dei diritti “. Diritti e politica, in altre parole, non possono essere contrapposti. Questi anni di prolungata crisi stanno dimostrando proprio questo : la rinuncia alla politica ci sta portando alla perdita di diritti che consideravamo acquisiti. Ciò che scrive Francesco Pallante, quindi, è drammaticamente vero : ” Se prevale l’ idea che i diritti siano pretese cedevoli rispetto alle esigenze di bilancio, i diritti stessi perdono di significato “.

    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

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