Matteo Renzi

RenziBerlusconiPiccoli gufi crescono, si direbbe, con l’autunno che incombe. I dubbi sulla capacità di Matteo Renzi di trasformare in provvedimenti utili e concreti gli annunci altisonanti di radicali miglioramenti della vita mostrano che è sempre più evidente il carattere demagogico della sostanza: illudere e dare speranza a chi ha perso tutte o quasi le speranze.
Tutto questo non è una novità per chi dall’inizio ha criticato e denunciato chi con abilità da prestigiatore ha trovato compagni di strada impresentabili in qualunque Parlamento democratico, alleandosi con la destra di Silvio Berlusconi e convincendo nel nome del “potere” che lui soltanto è ancora in grado di assicurare e distribuire, potere e briciole di potere, a quasi tutti quelli che si dicevano “di sinistra”.
Nella natura di Renzi c’è infatti questa certezza: di essere un “predestinato”, uno caro agli dei sin dalla prima giovinezza. Un destino già scritto, in nome del quale sacrificare e spegnere ogni voce critica: operazione non difficile in un Paese ancora tanto distante dalla idea di democrazia della libertà.
Chi lo sostiene ancora senza tentennamenti recita un copione abbastanza omogeneo: le riforme che vuole questo presidente del Consiglio sono quelle che servono all’Italia: velocità nelle decisioni del governo, fine delle ostilità contro Berlusconi. Le due cose si sorreggono l’una con l’altra. E’ stato proprio Berlusconi l’inventore della linea decisionista, sollecitata da Bettino Craxi e da B. ereditata. Renzi non ha fatto altro che sposarla, in un’epoca in cui la politica aveva pochissimo se non niente da offrire tranne gli eredi dei vecchi capipartito e lo spettro di Grillo. Paese corrotto, nazione infetta. Renzi ha cominciato presto a misurare le distanze dall’uomo di Arcore e si sono piaciuti. Si sono intesi. Cosa avevano, cosa hanno in comune? E cosa invece li distingue?
Sono domande interessanti, che mi sento rivolgere più volte. Ma che non intaccano il cuore del problema. Certamente Renzi sapeva fin dall’inizio che, una volta conquistata la presidenza del Consiglio, non avrebbe potuto contare da subito su due Camere totalmente allineate, dal momento che erano state nominate in altri tempi. Dunque l’alleanza con Berlusconi gli era e gli è tuttora essenziale almeno fino a quando la sua abilità e l’assenza di altre prospettive non gli avranno consegnato il potere assoluto sull’unica Camera rimasta, comunque non eletta ma nominata attraverso una legge elettorale quale che sia.
Perché anche questa sarà concordata con Berlusconi e, come si sa, all’ex cavaliere serve di poter scegliere lui i suoi uomini in Parlamento (si fa per dire, dovremo presto abituarci a scriverlo tra virgolette). La conferma ci viene dalla Toscana, dove nonostante i dubbi espressi da un giurista come Enzo Cheli si sta per votare un pasticcio con listini facoltativi imposto da Forza Italia che metterà la regione al primo posto tra gli esempi negativi come lo è stata in questi anni.
Dunque, non si muove foglia che Berlusconi non voglia, o a cui sia veramente (e non per finta) contrario.
Ora la strategia mediatica è quella di dividere gli italiani in due categorie: chi vuole il cambiamento di tutto ciò che non va nel nostro Paese e chi invece vuole “arroccarsi” nel vecchio. Tra chi vuole che ci sia qualcuno che decide, e invece chi vuole che nulla si decida e tutto possa essere oggetto di trattativa e discussione. Messa in questi termini la questione, è facile dire da che parte uno sta. Ma si tratta di semplificazione, di espediente ottimo per dibattiti televisivi. Di un artificio.
E’ abbastanza ovvio infatti che c’è cambiamento buono e c’è cambiamento cattivo. C’è cambiamento inevitabile, non rinviabile per il bene di tutti i cittadini. E c’è cambiamento utile solo al potere di uno o di pochissimi.
Qui passa il discrimine. Si chiama: difficoltà e responsabilità del governare. Governare per tutti e non per acquisire potere personale. I vecchi democristiani sapevano benissimo di che si tratta. Renzi anche lo sa, ma ci sparge sopra il cono del gelato e le sue battute che, come le barzellette di Berlusconi, cominciano finalmente a non far ridere nessuno.
Ha scritto recentemente Walter Veltroni che “la democrazia imbelle genera bisogno di autoritarismo. Per questo si deve andare avanti, in Italia come in Europa, con riforme che rendano veloce, nitido e tracciabile il processo democratico a tutti i livelli”. Per ora la democrazia del partito unico renziano si orienta esclusivamente verso il primo dei tre aggettivi; “veloce”.
Di “nitido” e di “tracciabile” c’è molto poco. O forse nulla.

23 commenti

  • Brava Sandra! Purtroppo la maggioranza degli italiani si lascia informare solo dalla tv e non leggono il sito di libertà e giustizia. Neppure cercano uno straccio di informazione indipendente.

  • Con riferimento al passaggio in cui Sandra Bonsanti fa suoi i dubbi espressi da Enzo Cheli sul cosiddetto ‘ Toscanellum ‘, mi permetto di segnalare l’ incontro organizzato dalla Rete per la Costituzione a Pisa, per il 14 settembre, sugli elementi di incostituzionalità delle leggi elettorali regionali e sulla possibilità di nuovi ricorsi alla Corte Costituzionale .
    Molto importante anche la manifestazione unitaria di opposizione alle riforme istituzionali che il circolo bolognese di LeG sta organizzando per il 4 ottobre a Bologna. Di entrambe le iniziative pubbliche si è parlato domenica scorsa, 31 agosto, a Firenze nel corso dell’ assemblea nazionale della Rete per la Costituzione dove era presente anche uno dei giuristi – l’ avv. Felice Besostri – cui si deve la sentenza della Consulta sul Porcellum(http://fbesostri.wordpress.com/2014/09/01/democrazia-sotto-attacco-e-costituzione-negata/).
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

  • Io comincio ad avere dubbi anche sul “veloce” visto che, secondo le promesse iniziali entro luglio si sarebbero dovute impostare decreti e proposte di legge che sembrano ancora di là da venire. L’ultima invenzione sono i mille giorni…e si finisce coi vent’anni.

  • E se il problema non fosse Renzi?
    Mi spiego meglio: a partire dalla disastrosa campagna elettorale del 2013 e passando per il governo Letta per arrivare ad oggidì, io non sono ancora riuscito a capire se la coalizione elettorale o qualche partito di essa ha un progetto per il futuro dell’Italia, e quale sia questo progetto.

    Mi permetto di fare qualche esempio.
    pochi giorni fa la ministra della Pubblica Istruzione ha parlato di scuola al meeting di Comunione & Fatturazione. Tralasciando il luogo, che non è certo il migliore tra quelli possibili per anticipare tematiche di quel genere, cosa ha detto il ministro? Non molto, a parte l’annuncio che avrebbe immediatamente assunto centomila precari. E il progetto scuola? Niente, a parte le solite fregnacce su inglese, informatica, stages lavorativi e contributi dello stato alla scuola confessionale. Ma niente su una organica definizione degli obiettivi della scuola e degli strumenti per perseguirli. Zero via zero. E comunque non sarebbe servito a niente, perché tanto la scuola è stata rimandata a settembre.
    E poi c’è il ministro del lavoro, o come cavolo si chiama, quello che sembra Guccini più giovane. Un giorno sì e l’altro pure ci parlano dell’articolo 18, un giorno per dire che non si tocca, un altro per dire che non è lì il problema, un altro ancora per dire che bisogna avere più flessibilità. Ma tutto andrà rimandato al nuovo fantomatico Jobs Act (ma perché Legge sui lavorI? E perché non darle un nome in italiano?) riguardo alla quale non ho ancora sentito parlare di obiettivi e di strumenti. E così non sappiamo ancora se vogliamo una flexsecurity di tipo danese, un sistema di minijobs alla tedesca o cosa altro e in che modo verranno sviluppati da noi. E soprattutto non sappiamo su cosa il governo vuole puntare per invertire la attuale tendenza negativa.

    Ma non è un problema solo di Renzi e della sua squadra. Alzi la mano chi si ricorda di proposte concrete e di piani precisi sviluppati per queste tematiche da Bersani o da Letta ai tempi in cui era presidente del consiglio.

    È dall’estate del 2011 che stiamo rincorrendo solo ed esclusivamente i temi di bilancio, cercando di raggranellare gli spiccioli per poterci presentare a Bruxelles senza finire nel banco dell’asino, e a quello e nient’altro stiamo riservando tutte le nostre risorse. Per non essere frainteso, osservo solo che prima dell’estate 2011 governo e parlamento erano impegnati nella difesa degli interessi del leader del partito di maggioranza e nient’altro. Quello che mi sembra di capire è che in realtà nessuno sa bene dove vuole andare, in quali settori investire e dove tagliare per recuperare le risorse necessarie. Rispetto ai predecessori, Renzi ha la capacità di presentarsi come ultima spiaggia e come un innovatore: niente altro. Ma anche niente di meno.

    Ciò che sembra mancare ai nostri politici (tutti) è la progettualità. E allora si capisce perché abbiano successo gli imbonitori da strada, i venditori di pentole e le Wannemarchi. Perché queste persone sono almeno capaci di presentare dei nulla attraenti e di trovare dei colpevoli per i guai attuali che stiamo vivendo tutti: dai comunisti all’euro, da equitalia ai pensionati, dai politici (gli altri) ai professori, dall’Europa dei ragionieri ai fanatici della crescita. Manca solo il complotto delle forze demo-pluto-giudaico-massoniche, ma forse ce lo hanno già propinato con altri nomi.

    L’ultima trovata del bomba di Firenze è “prendere esempio dalla Germania”. Aspettando di capire cosa vuol dire, stiamo qui ad aspettare la prossima. Che, come è sempre successo dopo il 96 di Prodi, non sarà un progetto. Ma forse su questo dovremmo tutti quanti farci un piccolo esame di coscienza e non caricare tutte le responsabilità sulle spalle di Renzi. Altrimenti il prossimo sarà come lui, solo con gli occhi di un altro colore.

  • Quello che vi sfugge è che difendendo questo sistema ingovernabile (o proponendo al massimo dei palliativi) non fate altro che augurare il successo di nuovi politici decisionisti, come degli ultimi decenni.
    Finché la costituzione non prevederà PER LEGGE un governo stabile, gli elettori saranno sempre spaventati da una situazione ingestibile/politica immobile e daranno sempre il loro voto ad un “uomo forte”.
    È un effetto psicologico e di massa visibilissimo in tutti i paesi in cui le cose vanno male, c’è crisi di benessere e forte instabilità politica. Gli elettori si rifugiano in chi mostra i muscoli, più che in chi è disposto ai compromessi.
    Probabilmente in un altro paese (cioè in un paese normale, stabile) Renzi (così come Berlusconi) non sarebbe asceso al potere, o comunque non così in fretta.
    Avrebbe fatto il politico, forse senza diventare premier.
    Grillo invece non avrebbe fatto nemmeno il politico (il che dà la misura di quanto la politica abbia lasciato lo spazio all’immaginazione): altro uomo “forte”, tra parentesi.

  • Concordo in parte con quanto scrive Sandra Bonsanti. Renzi è una persona che, forte dell’esempio Berlusconiano e nell’epoca della ccomunicazione fine a se stessa, ha capito che il suo personale successo passa attraverso vie che non sono propriamente quelle della politica. E tuttavia ritengo enorme la differenza che lo separa Berlusconi per ragioni su cui non voglio dilungarmi.
    Per adesso, se si esclude l’inizio della riforma del senato il cui iter prevede almeno un paio di anni con relativo referendum, di concreto ha fatto poco o niente. E se anche fosse animato dalle più nobili intenzioni sulla drammatica crisi sociale che ci attanaglia, come potrebbe farlo col parlamento che si ritrova? Fare spending review oculate, abbattere privilegi e rendite, magari una patrimoniale,lottare contro l’evasione fiscale, è impossibile con la Destra alfaniana.Tornare alle urne? Col proporzionale?Significherebbe aver perso la testa. Per questo concordo con Marco_N. Questo paese ha bisogno di sapere con certezza, dopo una tornata elletorale, chi lo governerà sulla base di un dettagliato programma che tale parte politica vincente ha presentato durante la campagna elettorale.La sera stessa o il giorno dopo,poco importa.

  • In successione, le dichiarazioni della Madia sull’ennesimo blocco dei contratti nel pubblico impiego e l’annuncio di Renzi in materia di revisione della spesa ( spending review) non lasciano ben sperare per le sorti dei cittadini di questo Paese. Non ci sono soldi, dice la ministra, non c’è tempo, dice il premier. Dopo tanto dire e progettare, al dunque, ecco che si torna alle antiche “poco responsabili” ricette di governo : dai blocchi , che bloccano sempre i soliti noti , ai tagli lineari che tagliano invece senza fare distinzioni di sorta (sprechi e spese per servizi utili, trattati allo stesso modo) . L’esatto contrario dello spirito della spending che , come un bisturi, avrebbe scoperto e inciso ministero per ministero, settore per settore, capitolo per capitolo di spesa, solo sugli sprechi del pubblico denaro. Dunque, a 6 mesi dall’insediamento del governo Renzi per quanto riguarda le politiche di spesa, nessuna nuova idea e nessuna progettualità di rilancio per questo Paese . Per un governo nato sulla premessa di riconsegnare alla politica il ruolo di protagonista e sulla promessa di governare con responsabilità l’Italia , davvero un misero risultato . Speriamo in qualcosa di meglio con la Legge di Stabilità.

  • È strano leggere queste considerazioni:
    “Finché la costituzione non prevederà PER LEGGE un governo stabile, gli elettori saranno sempre spaventati da una situazione ingestibile/politica immobile e daranno sempre il loro voto ad un uomo forte”
    Perché se fosse veramente così, l’uomo forte attuale non avrebbe bisogno di una stabilità garantita per legge: potrebbe tranquillamente accontentarsi di quella che gli verrebbe garantita dal successo elettorale.
    È strano osservare come, invece, nei momenti di crisi la gente sia sempre più propensa a rinunciare alla rappresentanza in nome della cosiddetta governabilità, illudendosi che un governo privo del controllo parlamentare possa più facilmente prendere i provvedimenti più adatti per uscire dal tunnel della crisi.
    Sarebbe molto bello se questa fosse la realtà invece che un’illusione!
    senza andare troppo lontano nel tempo, mi sembra di ricordare che i governi più stabili degli ultimi anni non siano stati esattamente quelli che hanno sortito i migliori risultati per il paese. Penso al Berlusconi del 2001, al Craxi del 1983, e ho citato i governi più stabili degli ultimi trenta anni.
    Si tratta di sapere e di decidere come vogliamo che sia composto il Parlamento del Paese. Se vogliamo che sia fatto di uomini liberi che liberamente, nel bene e nel male, prendono delle decisioni per legiferare in rappresentanza dei cittadini italiani, o se vogliamo che sia fatto da marionette schiacciabottoni che votano sì o no a seconda delle direttive del Capo del Governo.

  • Settembre 2011 / settembre 2014 . Sembra sia trascorsa ,almeno in Italia , una intera era geologica . Allora , premier Berlusconi , l’ammontare del debito pubblico ammontava a 1900 miliardi di euro con spread ( parola magica ) attestato sui 400 / 500 punti .
    Titolavano i giornali : ” Italia sull’orlo del baratro ” ( finanziario , naturalmente ) .
    Sono trascorsi tre anni , a capo del governo si sono succeduti Monti, Letta e l’attuale Renzi ; Bankitalia ci informa che a luglio(2914) il debito pubblico è volato a 2160 miliardi di euro ., una crescita media mensile fra 7ed 8 miliardi di euro . Lo spread in compenso rientrato ( mistero ) a livelli “quasi fisiologici . Il dato costante di tutto questo periodo resta la ” sicura e vibrante “guida ( sia pure con qualche forzatura costituzionale ) del Quirinale , capace di assicurare al Paese
    l’ auspicata transizione . Per andare dove ??

  • Alle considerazioni per lo più condivisibili di Grc, mi permetterei di aggiungere che la ‘ rappresentanza ‘ sta perdendo la sua sfida con la ‘ governabilità ‘ anche per colpa di un colossale equivoco. Si è, cioè, pensato – di picconamento in picconamento, di antipolitica in antipolitica, di populismo in populismo – che la nostra giovane democrazia potesse vivere ormai di rendita o, se preferite, che il principio-cardine della rappresentanza – intesa come ( più o meno ) fedele interprete del pluralismo delle varie istanze presenti nel paese – potesse vivere senza la partecipazione ‘ effettiva ‘ dei rappresentati. Così non è . Direi : così, fortunatamente, non è. Una rappresentanza svuotata di partecipazione non è più un istituto della democrazia ma, tutt’al più, di una oligarchia ristretta di decisori. E’ questo lo scenario che caratterizza – e da ben prima dell’ avvento di Renzi – la situazione italiana. Non mi porrei tanto, quindi, la domanda vagamente retorica di ‘ come vogliamo che sia composto il Parlamento ‘, quanto l’ altra : quale tipo di assemblea parlamentare può esprimere un popolo di ‘ spettatori della politica ‘, di cittadini – cioè – inclini alla sudditanza e restii ad un qualunque tipo di impegno ‘ in politica ‘ ? La risposta è fin troppo facile : un popolo che non partecipa attivamente all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese ( attraverso i cosiddetti ‘ corpi intermedi ‘ : partiti, movimenti, sindacati, associazioni, ecc.) , e che limita la propria partecipazione all’ esercizio ‘ una tantum ‘ del diritto di voto ( tra l’altro abbondantemente taroccato ) , si preclude la possibilità di esercitare pienamente la propria sovranità e si consegna – piaccia o non piaccia – all’ oligarca di turno.
    La democrazia non è a rischio, nel nostro Paese, per un migliaio di ‘ marionette schiacciabottoni che votano sì o no a seconda delle direttive del Capo’. La democrazia è a rischio perché milioni e milioni di cittadini, sempre meno abituati a vivere la politica in prima persona, hanno ormai scelto di ‘ assistere passivamente ‘, da spettatori appunto, ad uno spettacolo che – tra l’ altro – sarà messo in scena – prossimamente su questo schermo o palco – da un numero di marionette sempre inferiore. A dimostrazione – se mai ce ne fosse stato bisogno – che un popolo di spettatori non ha effettivamente bisogno di quasi 1000 rappresentanti schiacciabottoni. Possono bastare, anzi, avanzare, cento signorsì.

    Giovanni De Stefanis, Leg Napoli

  • @grc:
    La deriva populista nelle votazioni in caso di instabilità politica è un fenomeno visibilissimo, così come visibilissimo è il fatto che i paesi che hanno governi di legislatura, nonostante tutte difficoltà possibili, tale deriva è molto più difficile che si verifichi.
    Mi pare che non serva rifare la storia della Repubblica di Weimar (che andò a votare 4 volte in 4 anni) per ricordare quanto la stabilità abbia giovato alla Germania del dopoguerra.
    Piuttosto bisognerebbe chiedersi per quale motivo associazioni come ad esempio questa non vuole che si rafforzi il governo, dandogli gli stessi poteri che hanno tutti gli altri maggiori governi occidentali e gettando le basi per avere – con i governi stabili – anche un voto meno “impaurito” da parte degli elettori (i quali cercherebbero meno l’uomo forte di quanto non facciano ora).

    La elezioni sono fenomeni di massa e come tali vanno studiati per capire anche che tipo di atteggiamenti irrazionali possono verificarsi.
    Anche lo spread è un fenomeno di massa, generato anch’esso da una paura (di insolvibilità di una serie di paesi rispetto ad altri).
    Sono fenomeni psicologici che nulla hanno a che vedere con l’intelligenza/deficienza di un popolo, sono semplicemente connaturati all’essere umano. Rifiutarsi di assumere dei correttivi verso questi fenomeni è tutto fuorché razionale.

  • Se il sig. Marco_N avrà la pazienza di leggere l’ intervista al Fatto del prof. Zagrebelsky, pubblicata su questo stesso sito, troverà in essa le risposte , articolate e documentate, a molte delle questioni da lui sollevate. Comprenderà, in particolare, che il sabotaggio dell’ esecutivo forte non rientra tra gli obiettivi della nostra associazione, che è impegnata da sempre a restituire credibilità ( l’ unica, vera ‘ forza ‘ in politica ) a tutte le Istituzioni, governo compreso naturalmente, in un quadro – però – di equilibrato rapporto tra Poteri . Rapporto, invece, che le riforme in atto de-stabilizzano in modo così ingenuamente autoritario da rendere quasi inutile il dibattito su quale Parlamento ci attenda. E che interrogarsi sul destino e sul ruolo del Parlamento nel nostro Paese sia diventato ormai quasi un ‘ optional ‘, una sorta di ‘ lusso salottiero ‘, la dice lunga sull’ involuzione anti-democratica di questa delicatissima fase politica , apertasi nell’ autunno del 2011 con il defenestramento eterodiretto di Berlusconi e proseguita con il ‘ commissariamento Monti-Troika-Napolitano ‘, il boicottaggio del progetto bersanian-vendoliano, la resa alla innaturale logica delle ‘ larghe intese ‘: in versione lettiana ( più soft ) prima e in versione renziana ( più hard ) poi.
    A questa pericolosa involuzione, una comunità partecipe, attiva, adulta , responsabile risponde con un ‘ plus ‘ – non con un ‘ minus ‘ – di partecipazione, di attività, di maturità, di responsabilità. E quando vota, non lo fa per paura ma per convinzione. La ‘ via maestra ‘, quindi, per una politica ‘ buona ‘ , non succube della finanza e della speculazione ( lo spread – signor Marco_N – tutto è fuorché un fenomeno di massa generato dalla paura. Lo chieda a personaggi come Soros, trasformatisi da squali in mecenati ) resta l’ attuazione della nostra Costituzione. ” In essa – scriveva Zagrebelsky – troviamo la politica, il bene pubblico che più oggi scarseggia “. Progetto ben più ambizioso – converrà signor Marco_N – della pura e semplice ‘ stabilità politica ‘ : concetto che postula una fissità, una rigidità, una assenza di dialettica e di conflittualità. E’ questa ‘ falsa ‘ e non-democratica ‘ stabilità ‘ che ha bisogno di correttivi : i correttivi dell’ art. 3, comma 2 della Costituzione, per esempio, che ci dice chiaramente in cosa consiste il ‘ pieno sviluppo della persona umana ‘ oppure quelli degli artt.41 e 42 che privilegiano ‘ l’ utilità sociale ‘ e motivi di ‘ interesse generale ‘ rispetto alla libertà-senza-limiti del ‘ privato ‘ : sia esso imprenditore ‘ o semplice ‘ proprietario ‘. I correttivi, infine, di una seria e radicale riforma in senso democratico dei partiti , così come auspicato dall’ art.49 della Costituzione. E si potrebbe continuare quasi all’ infinito, solo se si conoscesse e si rispettasse un po’ di più la nostra Costituzione e si avesse un briciolo di fiducia in più nella democrazia ‘ vera e viva ‘, quella che non si fa ‘ stabilizzare ‘ né ‘ normalizzare ‘ né, tanto meno, ‘ commissariare ‘, e dove il confronto di idee e posizioni diverse non viene puntualmente demonizzato – come ‘ attività da gufi ‘ – ma, al contrario, rispettato come preziosa fonte di arricchimento etico, culturale e sociale per tutta la comunità civica.

    Giovanni DeStefanis, LeG Napoli

  • Senza regole che permettano di decidere sono tutti principi che restano sulla carta.
    Pensare di ottenere 945 parlamentari che agiscono solo per principi morali e non per interessi è pura utopia.
    Bisogna partire dal presupposto che in questo mondo ognuno è un “diavolo” e fa il suo interesse.
    La costituzione migliore è quella che, appunto in un mondo di “diavoli”, permette comunque di dare al paese un governo.
    Gli strumenti ci sono (li usano gli altri paesi): copiamoli.

  • A leggere la sua replica, signor Marco_N, sembrerebbe di cogliere quello stesso fastidio per i principi democratici sanciti in Costituzione che ha formato oggetto del famoso documento della JP Morgan, richiamato anche nell’ intervista di Zagrebelsky che mi ero permesso di segnalarLe. La tentazione di imboccare scorciatoie autoritarie per uscire da una crisi che è davvero …globale ( perché internazionale e perché etica, sociale e politica prima ancora che semplicemente economico-finanziaria ) è assai forte e diffusa. Le sue parole non fanno che confermarlo. Quando si arriva ad invocare un ‘ governo ‘ che – anche se non lo dice espressamente – metta in riga i tanti ‘ demoniucci che pensano solo ai propri interessi ‘, non pare – onestamente – esserci spazio per ‘ l’ arte della politica ‘, del dialogo, della mediazione – appunto – tra diversi ‘ interessi ‘. E’ la resa più incondizionata che io abbia mai sentito al mito della governabilità per la governabilità. Voglio sperare che le sue lapidarie espressioni siano volutamente provocatorie. Ma ove mai non lo fossero e riflettessero davvero uno stato d’ animo così amaro ed incline alla depressione da non farLa avvedere che c’è una palese contraddizione tra il descrivere il mondo come abitato da soli ‘ diavoli ‘ e l’ auspicare un governo – inevitabilmente – di diavoli, per di più… filo-stranieri, mi permetto di consigliarLe un piccolo libro di Padre Ernesto Balducci dal titolo non proprio convenzionale : ‘ Siate ragionevoli, chiedete l’ impossibile ‘ (ediz. Chiarelettere,2012 ). Presumendo di essere ‘ ragionevole ‘ io continuo ad impegnarmi per l’ attuazione della nostra Costituzione. Mi auguro di averLa come compagno di strada.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

  • Ma quale governo autoritario.
    Partiamo dal presupposto che l’Italia ha un problema di governabilità grosso come una casa (62 esecutivi in 67 anni di Repubblica per lei sono una cosa normale?).
    È troppo chiedere, come avviene in TUTTI gli altri paesi occidentali che funzionano, un solo governo a legislatura?
    Mi chiedo: ci lamentiamo dell’incapacità dei governi attuali di riorganizzare l’economia, ma secondo voi come si fa a programmare decentemente lo sviluppo del paese se ogni anno cambi governo!?
    Quello che manca al sistema è il tempo: tempo di fare certe leggi, magari anche impopolari perché toccano gli interessi vigenti, di attuarle e di vederne i risultati per, POI, far giudicare agli elettori se il programma attuato sia giusto oppure no.
    In questo non vedo nulla di autoritario,né una rinuncia a principi costituzionali, anzi penso sia l’unico modo per vedere quei principi attuati e non solo affermati in via teorica.
    Il fatto che negli altri paesi funzioni così, mi fa pensare che sia una deduzione corretta.
    Basta copiarli!

  • Copiare gli altri paesi va benissimo. Chi copiamo? Forse potremmo copiare il Regno Unito, dove le elezioni si basano su collegi uninominali a turno unico, o la Francia dove i collegi sempre uninominali sono a doppio turno, o la Germania, uno stato federale vero, nel quale vige un sistema proporzionale con sbarramento al 5 per cento. Ma mi stavo domandando in quale di questi paesi vige un sistema nel quale i parlamentari sono nominati dalle segreterie dei partiti, in quale di questi paesi il risultato delle elezioni è falsificato da un cosiddetto premio di maggioranza che altro non è che una alterazione della volontà dei cittadini in nome di una presunta governabilità, in quale di questi paesi il cittadino non sa chi verrà eletto in parlamento a seguito del suo voto.

    Ho parlato di presunta governabilità, in quanto i risultati maturati da una legge che ha già ampiamente sacrificato la rappresentanza in nome della governabilità sono estremamente chiari. Il parlamento uscito dalle elezioni del 2006 è stato sciolto nemmeno due anni dopo per l’incapacità di esprimere una maggioranza parlamentare che desse la fiducia ad un governo; il parlamento uscito dalle elezioni del 2008 ha dovuto prendere atto della assoluta inadeguatezza della maggioranza ad affrontare la crisi e ha dovuto affidarsi ad un tecnocrate esterno che a sua volta si appoggiava ad una maggioranza diversa da quella che aveva vinto le elezioni. il parlamento eletto nel 2013 ha espresso una maggioranza diversa dalle coalizioni che si sono presentate all’elettorato, è stato incapace di trovare un accordo per l’elezione del Presidente della Repubblica e i leader dei maggiori partiti tradizionali sono stati costretti a presentarsi con il cappello in mano dal presidente uscente per supplicarlo di accettare di restare al suo posto. Dulcis in fundo il presidente del consiglio in carica è stato sfiduciato dalla segreteria del partito che era maggioranza in parlamento, ma non nel paese, stante i risultati delle elezioni.

    E sarebbero questi i miracoli del premio di maggioranza? Sarebbe questa la governabilità assicurata da quell’ignobile truffa che risponde al nome di “premio di maggioranza”?
    L’obiezione che già vedo scritta dopo questo intervento è che c’era il Senato, che molto spesso (ma non nel 2008) ha una maggioranza diversa da quella dalla camera bassa e che quindi “impedisce” l’azione di governo. E io mi domando come mai il Presidente degli Stati Uniti riesce a governare con una camera che ha una maggioranza a lui contraria, come hanno fatto svariati presidenti della repubblica francesi ad accettare la coabitazione con maggioranze parlamentari di colore opposto. E mi chiedo altresì come ha fatto la signora Merkel a diventare Cancelliere senza avere dalla sua la maggioranza del Parlamento, e quindi costretta ad estenuanti trattative con gli ex avversari della SPD per formare il governo, cosa che è stata necessaria anche al Primo Ministro britannico Cameron, anch’egli privo della maggioranza parlamentare necessaria.

    La realtà è che sono i politici che devono tenere conto delle intenzioni dell’elettorato e non viceversa; la realtà è che in democrazia il governo è basato sul consenso e il consenso è qualcosa che deve essere guadagnato giorno per giorno per tutta la durata della legislatura e non una cambiale in bianco data per cinque anni ad un tizio, affinché con l’aiuto di un gruppo di schiacciabottoni realizzi quello che ha promesso (?) in campagna elettorale.
    Il problema dell’Italia non è quello di avere avuto 62 governi in 67 anni di repubblica, ma quello di avere avuto dei cattivi governanti per molti degli ultimi vent’anni della nostra repubblica, compresi gli ultimi due.

  • 1) Non si deve commettere l’errore di pensare che il problema sia la classe politica. Può sembrare strano, ma non è il problema principale.
    Anche la Germania, con la Repubblica di Weimar, non riusciva a fare un governo, i partiti si ricattavano l’un l’altro. Idem in Francia nel periodo tra il 46 e il ’58 (dove hanno avuto più di venti governi, quasi due all’anno).
    Per questo io dico che quando le regole costituzionali saranno diverse, diversa diventerà (agli occhi degli elettori) anche la classe politica. Gli elettori vedranno un Premier che governa in modo stabile, non avranno più la sensazione che non si combini nulla, certe riforme inoltre potranno essere veramente attuate e non affondate molto facilmente come avviene oggi. Si potrà programmare lo sviluppo del paese in modo più serio e questo cambierà la percezione degli elettori (in positivo).

    2) Un altro errore che si fa è quello di parlare di legge elettorale. La legge elettorale c’entra molto relativamente con la stabilità, la quale invece, in tutti i paesi da lei citati, viene garantita NELLA costituzione.
    Come?
    Semplicemente dando le stesse “armi” sia al governo che al parlamento.
    Il Parlamento ha il potere di sfiduciare il governo. Ma anche il governo, in questi paesi, ha il potere di chiedere lo scioglimento del parlamento, se questo non gli accorda più la fiducia.
    In questo modo i due organi sono costretti a non affondarsi a vicenda ed in definitiva sono costretti a collaborare.
    In Francia, Spagna, UK e Germania funziona così.
    Gli USA hanno regole diverse, ma anche lì si parla in sostanza di “parità di armi”: infatti, il presidente non ha alcun potere di sciogliere le Camere, mentre le Camere stesse non hanno alcun potere di mandare a casa il presidente (salvo il caso, raro, dell’impeachment). Qui la parità di armi significa “nessun arma in mano a nessuno dei due organi”.

    Da noi manca questa parità (europea o statunitense) perché il Parlamento può cambiare governo ogni volta che vuole. Viceversa, il governo non ha alcun potere verso il Parlamento. Il Presidente della Repubblica, dal canto suo, ha il potere di sciogliere il parlamento, ma è un organo troppo “a sé” per poter assumere connotati politici e fungere quindi da capo dell’esecutivo.

    Copiare gli altri paesi significa adottare la parità delle armi.

  • Fino ad ora, da parte del governo ho sentito solo una valanga di propositi, futuri cambiamenti, modifica dell’amministrazione pubblica ecc. ecc. ma di fatti non ne ho sentito nessuno, a parte che è stato tolto il segreto di stato,infatti il “Fatto Quotidiano” ha cominciato la pubblicazione di alcuni documenti che probabilmente erano già pronti per la pubblicazione. Ha parte questo, sarà la mia ignoranza, ma non mi sono accorto di altro. Quando Renzi e stato nominato “Premier” il mio commento è stato: ed ora subito una nuova legge elettorale. Risultato: pissi-pissi-bao-bao con un pregiudicato. Caro Renzi hai un compito difficile, é vero, ma ora vogliamo fatti e non chiacchere. Sei nelle mani di un farabutto te nei accorto? Ma forse è già troppo tardi. alfredo

  • Interessante questo fatto che il problema non sia la classe politica ma la stabilità dei governi. Come dire che Hitler e Mussolini non costituivano un problema per i rispettivi paesi, mentre la Repubblica di Weimar e lo stato liberale italiano sì. In fondo Hitler ha dato alla Germania un decennio di stabilità, mentre la repubblica di Weimar non riusciva a darsi un governo e i partiti si ricattavano l’uno con l’altro; Hitler le riforme le ha attuate (eccome!) e ha dato veramente al popolo tedesco la netta percezione che le cose stavano cambiando. Siamo sicuri che vada tutto bene?
    Facciamo attenzione a non commettere l’errore di trasformare gli strumenti in obiettivi. L’obiettivo di un sistema politico NON E’ né può mai essere la stabilità di un governo, ma bensì il bene del paese e dei cittadini, e per questo fine la stabilità dei governi può essere uno strumento importante, ma certamente non l’unico.

    E cerchiamo di essere precisi. In Germania il Cancelliere Federale non ha nessun potere di sciogliere il Parlamento; questo potere è detenuto unicamente dal Presidente della Repubblica, che PUO’ sciogliere il Parlamento nel caso che il Cancelliere chieda e non ottenga la fiducia e in mancanza di un voto di sfiducia costruttiva. È una situazione in realtà molto simile a quella italiana, nella quale il Presidente della Repubblica ha il potere di sciogliere le camere quando il Parlamento non riesce ad esprimere una maggioranza di governo. In Francia il titolare del potere esecutivo è il Presidente della Repubblica che è l’unico a detenere il potere di sciogliere l’Assemblea Nazionale; il Primo Ministro non ha nessun potere nel merito.
    Quanto alla facoltà del Capo del Governo di “chiedere lo scioglimento” questa è presente in Germania, in Francia e in Italia, e la Germania è l’unico paese ad avere una normativa precisa per pervenire allo scioglimento. Non capisco quindi come si possa parlare di “armi pari” in Francia e Germania, ma non in Italia, o di stabilità garantite dalla costituzione.
    Ovviamente la situazione è diversa in Spagna: si tratta infatti di una monarchia, nella quale non si vuole dare al Re un potere sul parlamento, cosa che mi sembra del tutto normale.
    Il Regno Unito, poi, non ha una costituzione formale: mi sembra quindi abbastanza improprio parlare, in quel caso, di una stabilità garantita da qualcosa che non esiste.

  • La stabilità dei governi è il primo presupposto perché cercare di perseguire il benessere dei cittadini. Senza stabilità non c’è possibilità di riorganizzarsi, programmando l’economia in modo che in futuro si sviluppi.
    Se ogni anno quello che viene deciso viene rimesso in discussione ottieni tutto fuorché la possibilità di una programmazione razionale dell’economia.

    Hitler e Mussolini sono stati la conseguenza fattuale ad un problema istituzionale: entrambe le costituzioni (lo Statuto albertino e la Cost. di Weimar) non garantivano la stabilità degli esecutivi.
    Nel momento in cui il sistema politico si frammenta (vedi nel 1919 in Italia) specie se a seguito di forti crisi di benessere (vedi 1930 in Germania) i sistemi che non garantiscono la stabilità degli esecutivi PER LEGGE vanno nel pallone, si crea un’assenza di potere (vedi i 6 governi in 3 anni tra il 1919 e il 1922 in Italia; le 4 elezioni in 4 anni in Germania) la quale favorisce la vittoria elettorale dei partiti “decisionisti” o “populisti”, insomma i partiti che esprimono l’uomo “forte”.

    Le attuali costituzioni di Francia, Spagna, Germania e Inghilterra (che è vero, non ha una costituzione, ma con il recente Fix term Parliament Act ha introdotto anche formalmente lo stesso meccanismo presente negli altri paesi) prevedono che il Capo “politico” (che può essere il Presidente della Rep. o il premier) possa chiedere lo scioglimento del parlamento, autonomamente (Spagna, Francia) o nel caso in cui sia sfiduciato (Germania, Inghilterra).
    In questi ultimi due paesi la regola è che il Cancelliere (o il Premier) può chiedere lo scioglimento della Camera, se entro 20 (o 14 giorni) dall’approvazione della sfiducia il Parlamento non esprime un governo diverso.
    È un meccanismo che lascia i parlamentari nel rischio di non trovare un altro governo per tempo, se decidono di sfiduciare quello in carica. Proprio per questo il governo non viene mai sfiduciato.
    Viceversa, in Italia i parlamentari hanno la sicurezza che, anche nel caso in cui il governo in carica venga sfiduciato, il Presidente della Repubblica farà di tutto per cercare di fare un nuovo esecutivo, prima di usare lo scioglimento solo come extrema ratio.
    Proprio per questo, in Italia, i premier spesso si dimettono ancora prima del voto di fiducia, dato che sono sicuri che verranno comunque rimpiazzati da qualcun altro.
    In Italia lo scioglimento in sostanza viene utilizzato solo come valvola di “sfogo” del sistema, se non si trova modo di fare alcun governo.
    In Germania e Inghilterra, invece, lo scioglimento è uno strumento con cui il capo del governo può evitare di essere affondato dalla sua stessa maggioranza.

  • Come dicevo, occorre distinguere tra obiettivi e strumenti: la stabilità di governo non può mai essere un fine, ma è uno strumento che permette una migliore programmazione non tanto dell’economia (non vorrei mai si ritornasse agli antichi piani quinquennali di sovietica memoria), ma della gestione dello stato. Ciò non toglie, tuttavia, che ogni riforma, per quanto incisiva, possa essere completamente ribaltata da un successivo parlamento di segno politico diverso. la stabilità di governo non può certamente essere un valore in sé: ho ricordato prima l’esempio di Hitler, che certamente non ha assunto il potere in forza del fatto che la stabilità degli esecutivi non era imposta per legge. Dall’instabilità degli esecutivi la Francia del 1958 è uscita con De Gaulle, la Germania del 1933 con Hitler: ci saranno senz’altro delle motivazioni più profonde per una simile differenza.

    Ciononostante la Germania del dopoguerra non ha affatto garantito PER LEGGE la stabilità degli esecutivi, come si evince dalla lettura dell’articolo della costituzione tedesca che riguarda le modalità di scioglimento del Bundestag

    Art. 68. – (I) Qualora una richiesta del Cancelliere federale di esprimergli la fiducia non abbia l’approvazione della maggioranza dei membri del Bundestag, il Presidente federale può, su proposta del Cancelliere federale, entro ventuno giorni, sciogliere il Bundestag. Il potere di scioglimento viene meno appena il Bundestag elegge, a maggioranza dei suoi membri, un altro Cancelliere federale.

    Che non dice affatto che il Parlamento viene sciolto su richiesta del Cancelliere sfiduciato, se entro 21 giorni il Parlamento non esprime un governo diverso . Dice che, se il Cancelliere non riceve la fiducia, allora il Presidente Federale PUO’ sciogliere il Bundestag, ma SOLO NEL CASO in cui il Parlamento non elegga un nuovo Cancelliere entro 21 giorni. Dando con ciò al Bundestag il potere di impedire il proprio scioglimento e di imporre un nuovo Cancelliere Federale.
    Potere che, a voler ben vedere, è molto superiore a quello del Parlamento italiano, che non ha nessun modo di opporsi qualora il Presidente della Repubblica decidesse per lo scioglimento, anche su richiesta del Capo del Governo dimissionario.

    Per quanto riguarda la stabilità degli esecutivi in Francia, abbiamo appena avuto un esempio di sostituzione del governo senza scioglimento del Parlamento, quindi non vedo motivo di soffermarmi ulteriormente sulla tematica.

    Il fatto è che a volte si fa un po’ di confusione e si attribuiscono alle istituzioni di altri paesi le caratteristiche che vorremmo avere per il nostro. Occorre sempre andare a verificare i testi e controllare la prassi, per rendersi conto di come stanno realmente le cose.

  • Mi pare che la confusione sia presente anzitutto nella sua risposta:
    all’articolo 68 GG c’è scritto chiaramente che in caso di sfiducia il Cancelliere può (per la precisione, “SU PROPOSTA DEL CANCELLIERE”) chiedere lo scioglimento del Bundestag, ovviamente se il Parlamento non ne nomina un altro entro 21 giorni.
    Quel potere spetta quindi al Cancelliere, perché il Presidente non può sindacarlo. Se il Parlamento non trova un governo nuovo per tempo, a decidere è il Cancelliere, non il Presidente.

    L’ultima parte del suo discorso è interessante perché penso che in realtà sia proprio il suo ragionamento a non considerare la prassi.
    Lei sostiene che – teoricamente – il Presidente della Repubblica italiano potrebbe essere più forte persino del Cancelliere tedesco, oppure che il potere di scioglimento del Cancelliere non diverge molto dalle norme italiane dato che il Parlamento può trovare un nuovo cancelliere nel caso di una sua caduta.
    Sono tutti ragionamenti puramente teorici che non tengono conto di come le regole funzionano sul campo: non tengono conto, rispettivamente, che il Presidente della Repubblica – per come è previsto (elezione, durata ecc.) – ha assunto un ruolo puramente rappresentativo e non gioca un ruolo politico attivo, quindi non usa del suo potere come se fosse il capo di un partito; o che, se è pur vero che il meccanismo tedesco non assegna un potere di scioglimento al Cancelliere puro e semplice, nei fatti (cioè per come si partiti si comportano in presenza di queste diverse regole) è come se avesse questo potere. Infatti sia i paesi che hanno il potere di scioglimento puro e semplice, sia quelli che prevedono un lasso di tempo perché il capo del governo possa esercitarlo, godono dello stesso grado di stabilità: ognuno elegge un solo governo a legislatura.

    Quanto alla storia, secondo lei quindi Hilter non prese il potere a causa dell’instabilità della Repubblica di Weimar? Come le spiega allora le 4 elezioni in 4 anni tra il 1930 e il 1934?
    Se la Rep. di Weimar avesse avuto già prima dei governi stabili, i partiti moderati non avrebbero bruciato la fiducia dei cittadini e non avrebbero così spianato la strada al successo NSDAP. Questa è la realtà.

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