L’intervento di Dario Stèfano

Signora Presidente, permettetemi una breve riflessione a premessa di questo mio intervento. Molte volte, anzi troppe, negli ultimi decenni il dibattito politico e` stato incentrato sulle riforme costituzionali. In tutti questi
anni a mio avviso con troppa leggerezza e facilita` si e` guardato alle riforme, che sono state da piu` parti auspicate e sostenute come possibile soluzione per molti dei mali che hanno afflitto e che affliggono le nostre
istituzioni, ma anche la nostra economia. Ogni volta il tema e` stato approfondito, sviscerato, vivisezionato, ispezionato da tutte le angolazioni possibili e da tutte le prospettive. Sono state istituite Commissioni bicamerali ad hoc, sono stati organizzati gruppi di lavoro, comitati dı` saggi e tanto altro ancora. Sono stati prodotti approfondimenti, studi, relazioni, linee guida e manuali per non perdere la bussola tra le mille proposte spesso avanzate sotto il segno della schizofrenia, per inseguire il sistema francese o quello tedesco, o ancora quello spagnolo, ma ogni volta non si e` guardato alla reale sostanza delle cose e a cio` che effettivamente necessitava al Paese, o forse nemmeno ai suoi cittadini.
In molte occasioni, le forze politiche hanno inseguito delle riforme costituzionali in termini strumentali, senza che vi fosse, nella maggior parte dei casi, una reale necessita` di intervenire per modificare una Carta
costituzionale che ancora oggi e` considerata una delle migliori Costituzioni al mondo e non sono io ad affermarlo, ma e` un giudizio diffuso tra molti autorevoli costituzionalisti, italiani e non.
Con queste parole, non voglio apparire un difensore a spada tratta della Costituzione, come pure non voglio in alcun modo ostacolare un processo di riforme che ha preso avvio con rinnovato vigore, almeno nelle
intenzioni, e rispetto al quale io credo che ognuno di noi abbia il dovere di entrare nella discussione. I tempi sembrano ormai essere maturi per un processo riformatore, perche´ dobbiamo dircelo: nel frattempo tante cose sono cambiate. E` cambiato il contesto politico ed economico internazionale, diverso e` lo scenario sociale; sono cambiati i meccanismi della societa`, come pure si sono modificate le aspettative e le ambizioni. In un tale quadro, il processo di riforme, anche costituzionali, assume un carattere di attualita`, per rendere piu` funzionale ed efficiente l’architettura istituzionale del nostro sistema democratico e per dare un segnale all’Europa delle nostre ritrovate ambizioni e della nostra volonta` di riformare. Un segnale all’Europa per riceverne uno altrettanto chiaro da quell’Europa che vuole le nostre riforme, ma che non immagina come riformare invece il proprio assetto e anche la propria spesa.
Quindi, come gran parte di voi sono convinto anch’io che la Costituzione possa essere migliorata in alcune sue parti, posso anche essere convinto che sia diventato urgente farlo, ma aggiungo che questa rivisitazione
va fatta bene. Bene cosa vuol dire? Io credo che si debbano evitare gli errori nei quali si puo` incappare piu` facilmente quando si e` animati da troppo fretta. Serve un approccio ponderato ed una maggiore coerenza, perche´ in questo momento il rischio di modifiche che peggiorerebbero il testo della Costituzione e` concreto. Dobbiamo essere in grado di conciliare la necessita` di fare riforme con l’esigenza di vigilare per non fare pericolosi passi indietro che poi sarebbe difficile recuperare.
Dobbiamo essere in grado di non doverci vedere bocciato, un domani, un testo perche´ incostituzionale e di casi ce ne sono e potremmo ricordarne tanti. Il tema delle riforme, soprattutto quando queste interessano
la Costituzione ed hanno ricadute sugli equilibri e sul complesso e sofisticato sistema di pesi e contrappesi che i nostri padri costituenti hanno posto a protezione ed a garanzia di una democrazia ispirata ai principi
della partecipazione, della rappresentanza e del pluralismo, deve essere sviluppato in maniera organica, strutturata e funzionale agli obiettivi che si vogliono perseguire, non per parlare alla pancia degli italiani, ma per
trovare loro una soluzione che possa essere valida anche quando non saremo piu` noi seduti su questi banchi. Anch’io dico grazie ai relatori, lo faccio sinceramente, perche´ credo che a loro vada riconosciuto l’impegno che ha migliorato profondamente un testo che inizialmente era molto superficiale, ma il punto non e` questo. La discussione in Parlamento rappresenta un passaggio necessario, delicato e fondamentale, che a mio avviso non puo` essere licenziato frettolosamente, in ragione di qualcosa che va fatto a tutti i costi. Non possiamo infatti dimenticare che il processo di revisione costituzionale e` una prerogativa del Parlamento, i cui tempi e modalita` non possono e non dovrebbero essere dettati dall’agenda del Governo ne´ dalla disciplina di Gruppo. Serve cautela per valutare le ricadute future delle scelte che si compiono oggi, per far sı` che le modifiche introdotte siano armonicamente integrate con il resto delle disposizioni, avendo ben presente un complessivo equilibrio del sistema, come lo hanno inteso in passato. So di ripetermi, ma non voglio essere frainteso oggi qui: non sono contrario ad un processo di riforme, anzi, come componente di questa Assemblea, voglio essere dentro questo processo, voglio poter dire di avere portato il mio contributo e voglio essere messo nelle condizioni di potermi assumere la responsabilita` delle scelte che facciamo, a condizione che il risultato sia adeguato e rispondente alle reali esigenze del Paese e alle aspettative dei cittadini, almeno a quelle che io, nella mia autonomia, leggo nella societa`. A me sembra che con questo passo svelto, e con i metodi che si stanno cercando di fare passare, si rischia di creare una sorta di spread pericoloso tra quello che si e` voluto annunciare, cavalcando pericolosamente anche il tema dell’antipolitica, e quello verso cui si approdera`: uno spread tra promesse e risultati.
Non posso nascondere di avere accolto con piacere questo nuovo vigore, almeno nelle intenzioni, perche´, come componente di questa Assemblea, volevo essere dentro un processo di riforme. Voglio poter provare a
dare un mio contributo e voglio essere messo in condizioni di potermi assumere responsabilita`, perche´, cari colleghi, siamo chiamati – e questo deve essere un onore ma anche una responsabilita` – a confrontarci, e quindi a prendere decisioni sull’assetto futuro della nostra Repubblica; su interventi di variazione di luoghi e spazi delineati proprio dalla Costituzione. Luoghi dove si anima il dibattito politico, dove si fa la politica, dove si legifera per il Paese e per gli italiani. Siamo chiamati in pratica a intervenire sui meccanismi della democrazia e a mettere inevitabilmente mano all’equilibrio tra poteri e funzioni.
Non vi nascondo neanche questo: ho i brividi al solo pensiero che si possa arrivare ad una soluzione che consegni uno sbilanciamento del potere di tutto il sistema costituzionale verso l’Esecutivo, e a danno della
democrazia. Lo dico oggi e lo avrei detto dieci anni fa. Per evitare che cio` accada serve la massima attenzione e il massimo rispetto di quelle che furono le scelte dei Padri della Carta costituzionale. Serve comprendere
meglio quale e` la fotografia del sistema attuale e di conseguenza il confronto massimo con le diverse posizioni in campo. Dopo un travagliato passaggio nella Commissione affari costituzionali, siamo arrivati all’esame in Aula, e` vero; a mio avviso sarebbe servito piu` spazio a noi, non componenti della Commissione, alle forze politiche per una riflessione ed un confronto piu` ampio. Sarebbero stati necessari per non presentarci al Paese con un accordo tra due leader di partito; sarebbero stati necessari alla luce del particolare momento che sta vivendo questo Paese; sarebbero stati necessari per non tradire il nostro stesso ruolo, che e` quello di dare risposte adeguate alle aspettative dei cittadini e del Paese. Qui va ricordato che si sono volute legare a doppio filo la riforma del Senato e del Titolo V con la riforma della legge elettorale, e qualsiasi occasione utile di confronto avrebbe dovuto e dovrebbe tener conto che il ragionamento su questi diversi livelli non puo` essere disgiunto.
Se provo ad immaginare il risultato a conclusione del passaggio di riforme nel suo complesso, penso che questo combinato disposto (Senato piu` Italicum) produrra` un accentramento del potere, mascherato da un
pragmatico, fattivo ed efficace decisionismo e comportera` la riduzione, forse addirittura la chiusura in alcuni spazi, di alcuni dei luoghi della nostra democrazia.
Non sono stati previsti dei contrappesi. Non e` stata prevista una funzione adeguata di controllo. Lo ha detto, qualche giorno fa, anche Stefano Rodota` e il suo dissenso e` facilmente riscontrabile in gran parte di questo
Parlamento, forse mascherato da una disciplina di Gruppo che non puo` giustificarsi. Non e` una questione di professori: e` una ragione di buon senso, ed e` inutile ed intuibile il pericolo di una riduzione della  partecipazione dei cittadini. Nel cantiere delle riforme che si e` voluto aprire non e` previsto nulla che valorizzi ed incentivi la partecipazione; anzi, si sta cercando di circoscriverla e renderla meno agevole. L’innalzamento delle sottoscrizioni richieste per le leggi di iniziativa popolare e per i referendum sembra andare proprio in questa pericolosa direzione, a far compagnia o, forse meglio, a chiudere quel cerchio logico avviato con la scelta di ribadire i listini bloccati nell’Italicum.
La previsione di maggiori sottoscrizioni per iniziative di democrazia diretta, cosı` come l’impossibilita` di esprimere il voto di preferenza svuotano, senza troppi giri di parole o particolari bizantinismi, il sistema democratico di qualsiasi Paese, continuando a relegare la scelta dei propri rappresentanti ai tavoli delle segretarie di partito. E ` questo che ci ha chiesto la Corte costituzionale? E` questo che ci chiedono i cittadini? E`
questo l’impegno che da vent’anni tutti i partiti politici assumono nei confronti delle comunita`? Per non parlare poi dello spostamento e dell’attribuzione di alcune funzioni di controllo alla Consulta, la quale verrebbe caricata inutilmente – e io dico anche pericolosamente – di compiti e competenze di natura politica, e noi – a mio avviso – dovremmo ben guardarcene dal politicizzare l’organo di garanzia suprema del nostro ordinamento.
Dobbiamo raddrizzare il tiro, perche´ quella che sta venendo fuori e` una miscela pericolosa. Nella nuova struttura che sta nascendo un partito con il 25 per cento dei consensi rischia di avere la possibilita` di decidere
su tutto: Esecutivo, Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura e istituti di garanzia. Non credo che nessuno di noi voglia rischiare di andare incontro ad un quadro di questo genere. Le riforme servono, certo, e noi ne siamo convinti sostenitori, ma devono essere pensate per andare incontro alle esigenze del Paese, tenendo in considerazione anche la storia di questa Repubblica e richiamando alla memoria i numerosi passaggi in cui il tentativo di riforma ha fallito, e io dico per fortuna ha fallito. Siamo perfettamente d’accordo che non sia piu` procrastinabile neanche la riforma della legge elettorale, dopo la pronuncia nei mesi scorsi della Corte costituzionale. Siamo d’accordo che debba essere affiancata a modifiche ritenute allo stesso modo non piu` rinviabili, quali la diminuzione del numero dei parlamentari, la riforma del bicameralismo perfetto e, conseguentemente ad essa, una nuova revisione del Titolo V che riconsideri, alla luce della nuova disciplina delle Camere, quel rapporto tanto discusso tra Stato e Regioni, tra potere centrale e periferico.
Non trovo giusto, pero`, l’aver voluto procedere con tempi contingentati, al limite del possibile, e con un metodo che non condivido pienamente; metodo che mortifica le aspettative di chi si riconosce nelle modalita`
con le quali sono stati declinati i punti che il Governo ha indicato come inderogabili: per quanto mi riguarda, sicuramente il tema della composizione del Senato e quello del superamento del bicameralismo paritario.
Noi vogliamo un Senato eletto dal popolo e anche i cittadini hanno espresso la stessa volonta`. Lo dicono in ultimo i sondaggi e ne cito solo uno, quello di IPR, presentato qualche giorno fa da un gruppo trasversale
di senatori. Non piace agli italiani un Senato nominato. Preferirebbero piuttosto abolirlo tout court. Dunque, l’intenzione della maggiore parte dei cittadini non e` quella di assegnare tutto il potere ad un partito o ad una singola segreteria di partito con rappresentanti nominati: semmai quella di avere un Senato scelto dai cittadini che, anche se non dovra` votare la fiducia, possa esercitare davvero le funzioni di controllo sull’operato di Governo. Voglio aprire una parentesi e dire ai miei colleghi che io sono da un tempo relativamente breve in politica. Sono stato eletto due volte nel Consiglio regionale della Puglia, con le preferenze, e sono stato eletto in questo contesto, pur da capolista e pur passando per le primarie, secondo il meccanismo previsto dal Porcellum. Vi posso assicurare che la responsabilita` che si assume con l’elezione diretta da parte del popolo carica di
maggiore impegno e ti fa sentire il vero rappresentare di chi ti ha votato.
Anche in una posizione come la mia – lo ripeto, sono stato eletto qui capolista, passando dalle primarie – il legame con i cittadini non e` autentico: e` un legame che passa dalla volonta` di altri, che passa dalla volonta` di una segreteria di partito. Credo che, in un Paese che vuole innovarsi, questo concetto vada rimosso. Invece, in questo testo, si prevede un’elezione di secondo livello, senza considerare che ogni Regione ha una propria legge elettorale, magari in qualche caso anche con listini bloccati, per cui potrebbero finire in Senato consiglieri regionali che non hanno mai affrontato un’elezione diretta. Dove sta il processo democratico?
La nostra democrazia ha bisogno di interventi capaci di ricreare una connessione tra istituzioni e politica. La soluzione proposta dal Governo va, invece, in direzione opposta e non risolvera` il problema della disaffezione
nei confronti della politica. Saremo credibili, come classe politica, solo se ci impegneremo a rendere le forme di rappresentanza piu` democratiche e non, invece, meno democratiche. Saremo credibili quando parleremo di status del parlamentare, di conflitto di interessi, di cumuli di cariche. Allora sı`, saremo credibili. Per noi non e` mai stato un tabu` il superamento del bicameralismo perfetto. Anzi, riteniamo che si debba rivedere e mettere mano al processo di formazione e approvazione delle leggi nella direzione di una semplificazione dei tempi. Allo stesso modo, riteniamo necessaria la trasformazione del Senato in un organo che possa occuparsi un po’ di piu` del rapporto Stato-autonomie, senza che cio` esaurisca i compiti ad esso assegnati, che devono essere di garanzia e di vigilanza sull’azione del Governo e della pubblica amministrazione, e che devono esplicitamente riguardare competenze vitali per il Paese quali, ad esempio, la revisione della Costituzione, i sistemi elettorali, l’ordinamento dell’Unione europea, i temi inerenti le liberta` e i diritti fondamentali.
In una tale visione non possiamo dimenticare che il Senato rimane un ramo del Parlamento che e`, per definizione corrente, l’organo collegiale di carattere rappresentativo-politico mediante il quale il popolo esercita il
potere.
Rendendolo non elettivo, invece, si sottrae ai cittadini il diritto ad eleggere direttamente i propri rappresentanti, con la conseguenza di un impoverimento della democrazia. Qualcuno obietta che sindaci e Presidenti di Regione sono contenti. Ci credo,ma non basta che siano contenti sindaci e Presidenti di Regione. Noi abbiamo bisogno che i cittadini del nostro Paese si riconoscano in un processo di riforme che sia vissuto, non tanto come un atteggiamento di Governo, quanto come un processo di democrazia. Sono convinto che quest’Aula non possa sottrarsi ad essere, soprattutto, un luogo di democrazia. Voglio ricordare prima a me stesso e poi a questa Assemblea che l’articolo 1 della Costituzione recita ancora «la sovranita` appartiene al popolo »… e fu pensato cosı` dai nostri Padri costituenti che volevano una Carta viva, che sapesse guardare avanti, al futuro per evitare errori e tragedie che sono costate troppo, che potesse garantire nel tempo i principi su cui si fonda la democrazia che per sua stessa definizione e` basata sulla partecipazione del popolo. Io resto fedele a questo assunto e non ci sto ad andare in una direzione diversa, come quella che vuole percorrere il Governo di una restrizione del diritto di voto e di rappresentanza dei cittadini che sicuramente bene non fa.
Riguardo poi al tema non meno importante della riduzione dei costi, non capisco perche´ si debba intervenire in questo modo sul Senato. Se si vuole traguardare un risparmio di spesa effettivo e di una qualche rilevanza,
a mio parere, la cura dimagrante imposta al Senato va estesa anche alla Camera. Cosı` facendo daremmo un segnale forte ai cittadini su quelle che sono le nostre reali intenzioni di snellimento di un apparato sovradimensionato rispetto alle reali esigenze. Per concludere, voglio ricordare ancora una volta perche´ non credo che sia mai abbastanza, che oggi, qui, in quest’Aula, stiamo parlando di modifiche alla Costituzione, della nostra Costituzione, quella Carta bellissima che definisce le regole dello stare insieme, dell’essere comunita`, che deve servire a tenere insieme tutte le parti in un meccanismo che sia armonico e allo stesso tempo efficiente. La nostra discussione e il nostro confronto, se mai ce ne fosse data l’opportunita`, non deve essere vissuto come una contesa muscolare che veda l’affermazione e il primato del piu` forte. Deve essere piuttosto un dibattito ponderato che conduca all’individuazione delle migliori soluzioni possibili per la manutenzione e l’ammodernamento di quella Carta che, in uno Stato come il nostro, rappresenta ed interpreta l’idea di una societa` unita, ordinata, equilibrata. In una parola, democratica. Questo intervento di manutenzione, che definirei ordinaria, dobbiamo assicurarci che sia portato a compimento con la stessa responsabilita` che avrebbe colui che deve modificare la storia per costruire un futuro diverso, per far sı` che il nostro Paese possa stare al passo con i tempi e con i primi della classe. Quindi mi auguro, per il bene di tutti, che questo processo di riforme non metta a rischio l’impianto voluto dai nostri Padri costituenti, in particolar modo per quanto riguarda i principi fondamentali. In particolar modo per quanto riguarda la dimensione partecipativa e democratica. Mi auguro che questo lavoro per ridefinire alcuni passaggi della Carta, nella direzione di una maggiore efficienza e per meglio rispondere a quelle che sono le reali esigenze del Paese non vada ad alterare, sbilanciandoli, gli equilibri e il complesso sistema di pesi e contrappesi che sino ad oggi ci ha protetto da pericolose derive, come l’autoritarismo a cui stiamo assistendo in questi giorni, e ci ha garantito una democrazia partecipativa nel nostro Paese. Noi ci aspettiamo un impianto di riforme diverso, e per quello ci batteremo. Dentro e fuori dal Parlamento. Grazie Presidente, grazie onorevoli colleghi.

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