L’intervento di Corradino Mineo

Signor Presidente, signora Ministro, senatori, il 6 maggio – allora facevo ancora parte della Commissione affari costituzionali – dissi che il Governo stava commettendo un grave errore a impuntarsi e a pretendere che il disegno di legge Renzi-Boschi fosse assunto, senza modifiche, come testo base. E questo nonostante molte ore di dibattito parlamentare e l’audizione di autorevoli esperti costituzionalisti consigliassero di correggerlo, almeno in parte.
Per averlo detto, e non per avere sabotato la maggioranza, trasformandola in minoranza – cosa che non ho mai fatto – sono stato allontanato dalla Commissione. Sono passati oltre due mesi. I relatori Finocchiaro e Calderoli – quel 6 maggio su posizioni contrapposte hanno poi preso a collaborare, Forza Italia ha trovato l’intesa con il Partito Democratico, il Governo ha smussato gli spigoli, tanto che il presidente Calderoli ha potuto vantarsi in quest’Aula di aver domato il drago governativo e di aver fatto passare, nel documento che qui discutiamo, 11 punti su 12 del suo famoso ordine del giorno, che il 6 maggio fu la pietra dello scandalo.
Pur con diverso stile, anche la relatrice Finocchiaro ha sostenuto che il progetto di riforma deve «ritenersi significativamente arricchito e precisato». Se cosı` fosse, presidente Finocchiaro, se il Parlamento avesse riaffermato la sua centralita` e significativamente corretto il testo del Governo, allora persino la sostituzione dei senatori Mauro e Mineo – pur creando un precedente pericoloso, stabilendo cioe` che l’articolo 67 della Costituzione non valga nelle Commissioni – persino quella destituzione avrebbe avuto un senso, se – come si dice – tutti i salmi finissero in gloria. Purtroppo, presidente Finocchiaro, citando un dirigente politico che
lei conosce, uno dei maggiori della Prima Repubblica, Pietro Ingrao, debbo dirle oggi: non mi ha persuaso. Mi consenta, per una volta, di essere poco «senatoriale», come invece il presidente Zanda ci chiede sempre
di essere. Insomma, mi permetta di parlare con la stessa franchezza con cui facevo il mio antico mestiere, quello del giornalista. Il testo Boschi aveva un peccato originario: giustapponeva alla riforma largamente condivisa
(fine del bicameralismo paritario, fiducia e legge di bilancio solo alla Camera, e invece garanzie costituzionali, autonomie e trattati europei al Senato) una seconda intenzione: quella di ridurre competenze e provvidenze
per le autonomie, ma al tempo stesso di invitare in trasferta a, Roma e in Senato, i sindaci piu` potenti e i Presidenti delle Regioni.
In tempi di vacche magre per i trasferimenti alle autonomie, questo faceva trasparire l’intenzione del Governo di creare una Camera di compensazione, di trasformare quest’Aula nel luogo di una trattativa diretta.
Era troppo, lo capisco. Si possono scrivere in Costituzione, forse si debbono scrivere le procedure che presiedono al confronto, se si vuole la trattativa tra le due Camere, ma non ci si poteva scrivere questo improprio e
invasivo mercato tra Governo centrale e autonomie. Ecco che i relatori ci propongono oggi un Senato eletto, sia pure con un’elezione di secondo grado. Ma con quale grado di legittimazione? Questo
e` il punto. Si fa riferimento al sistema francese, dimenticando che nella Costituzione del 1958 e` il Presidente, eletto a suffragio universale diretto – su questo, non c’e` niente da fare, ha ragione il presidente Gasparri
–, che «garantisce» la comunita` nazionale, e sottacendo che i grandi elettori del Senato francese sono cento volte piu` numerosi di quanti non siano i consiglieri regionali in Italia.
Si e` citato l’esempio tedesco, dimenticando che il Bundestag viene eletto con il sistema proporzionale e che il 42 per cento dei voti non e` bastato alla cancelliera Angela Merkel per governare da sola, senza tener conto del prestigio storico dei Lander (solo Hitler oso` minarne il potere nelle scelte fondamentali), e non tenendo conto del fatto che i membri del Bundesrat traggono la loro autorevolezza dall’essere rappresentanti dei rispettivi Governi, e in quel caso non hanno, e per ragione, autonomia di mandato.
Ma c’e` dell’altro: come verranno scelti i senatori? Che cosa vuol dire che i seggi (senatoriali) – leggo dal testo in discussione – «sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun consiglio»?
Significa che i partiti presenti nel consiglio regionale dovranno mettersi d’accordo sui nomi; se il partito o la coalizione di maggioranza scegliera` l’unico sindaco-senatore della Regione, allora dovra` rinunciare a un consigliere- senatore a favore di un partito minore, per fare tornare i conti. Senatori eletti? No, senatori nominati e nominati dai partiti. Non e` andata meglio con la modifica – della modifica della modifica
– del Titolo V. Ha ragione il relatore Calderoli: aumentano, nel testo che ora discutiamo, le competenze del Senato. Qualcuno – oggi lo scrive D’Alimonte – teme persino che torni dalla finestra il bicameralismo paritario
messo fuori dalla porta. Ma, dall’altra parte, la relatrice Finocchiaro ha dovuto fissare dei paletti per non travisare l’impianto del Governo, e lo ha fatto definendo competenze esclusive di Stato e Regioni, a scapito della
legislazione concorrente. Non funziona: il Presidente emerito della Corte costituzionale De Servio prevede che cosı` crescera` ancora il contenzioso costituzionale: lo ha scritto l’altro ieri su «La Stampa».
Presidente Finocchiaro, l’autonomismo scritto in Costituzione intanto e` diverso da centralismo e federalismo, in quanto Regione e Comune abbiano potesta` politica di programmare la crescita del loro territorio, di
comporre, riconciliare, influenzare l’intera legislazione nazionale. Questa autonomia non e` stata mai realizzata nel nostro Paese per vent’anni, i primi vent’anni della Repubblica, perche´ forze imponenti si ergevano
a difesa dello Stato centrale, erede dello Stato monarchico e fascista; poi perche´ le Regioni ordinarie nacquero al tempo della rivolta di Reggio-Calabria. Vi ricordate? Le Regioni furono allora invocate – qualcuno ricordera` l’intervista rilasciata dal sindaco Battaglia di Reggio-Calabria a Giorgio Bocca – come fabbriche di clientele, erogatrici di denaro pubblico, intermediato da borghesie parassitarie e in qualche caso addirittura
mafiose. Le Regioni hanno avuto poca autonomia politica, onorevoli senatori, e invece hanno speso tanti soldi. Oggi sono forse le istituzioni piu` colpite dalla crisi politica e morale che attraversa il Paese. E ` nelle Regioni, nei Consigli e nelle Giunte regionali che i partiti, purtroppo tutti, hanno conosciuto il grado di piu` grave compromissione con gli affari. Ed invece di riformarli consegniamo loro il Senato e ai partiti affidiamo il compito
di nominare i senatori. Signor Presidente, mantengo il mio dissenso sulla composizione e la modalita` di elezione del nuovo Senato e votero` l’emendamento Chiti, che propone l’elezione diretta, a suffragio universale e proporzionale dei senatori, al tempo stesso in cui vengono rinnovati i Consigli regionali. Ma la questione che piu` allarma e` l’evidente sproporzione tra il numero dei senatori, 100, e quello dei deputati, 630. Cio` di per è rende secondario il ruolo del nuovo Senato ma soprattutto getta un’ombra sull’elezione del Presidente della Repubblica e sulla indispensabile autonomia della Corte suprema.
Qui noto un’omissione davvero molto grave. Si dice: «prima la riforma costituzionale, poi quella elettorale, che e` legge ordinaria». Ma possono i legislatori costituenti fingere di ignorare che si vuole eleggere la Camera in forza di una legge maggioritaria? Possono fingere di non sapere che l’Italicum, gia` approvato alla Camera, prevede soglie di sbarramento che tagliano tutti i partiti tranne tre, liste bloccate e un premio di maggioranza
che consente a chi ottenga il 37 per cento dei voti espressi di contare 340 deputati su 630? I conti sono presto fatti. Il quorum per eleggere il Presidente della Repubblica, sia pure al nono scrutinio, e` di 365 grandi
elettori, 340 deputati piu` 35 senatori, (cioe` il 37 per cento del totale), che fanno 375.
Chi vince le elezioni, la sera stessa non solo sara` sicuro di arrivare a Palazzo Chigi, ma sapra` di poter determinare la scelta del Presidente della Repubblica, il quale nomina poi un terzo dei giudici costituzionali, mentre
un altro terzo sara` nominato dal Parlamento. Non puo` tanto il Cancelliere tedesco ne´ il Premier britannico, ne´, che io sappia, possono tanto i Capi di governo in nessun Paese di democrazia liberale.
Certo, ci sono proposte emendative. Non mi pare risolutiva quella del senatore Gotor di far votare per il Presidente anche i parlamentari italiani a Strasburgo. Meglio allora quella del senatore Casini che propone, dopo i
primi tre scrutini con il quorum dei due terzi, che si ricorra, per l’elezione di un Presidente garante, al suffragio universale e diretto tra il primo e il secondo dei non eletti in Parlamento. Questo permetterebbe agli elettori di scegliere il garante e limiterebbe i poteri del Primo Ministro in forza di quel famoso premio di maggioranza.
Allo stesso modo spero si rifletta sulle norme che riguardano i referendum, che al di la` delle intenzioni sicuramente buone – conosco e stimo la senatrice Finocchiaro – hanno un sapore amaro. Non sarebbe oggi possibile
il referendum Segni da cui e` nata – bello o brutta che sia – la Seconda Repubblica, perche´ quel referendum era manipolativo. L’innalzamento delle firme sembra voler punire un istituto di democrazia diretta,
mentre si torna non alla democrazia delegata com’era in Costituzione, ma ad una democrazia delegata in cui i partiti hanno troppo potere.
Onorevoli senatori, nonostante questi due mesi di incontri e trattative, l’accordo tra la maggioranza e una delle minoranze, importante certo, non mi sembra definito, mi sembra ancora in fieri. Per questo, e non perche´
qualche dissidente abbia frapposto ostacoli, permane su quest’Aula una certa incertezza.
Coraggio: modifichiamo, miglioriamo, rendiamo piu` coerente con le intenzioni dei Costituenti questo travagliato parto tra Governo e relatori.
Le posizioni di chi ha avuto il coraggio di non coprirsi dietro le trattative di partito, di non scegliere il comodo «sı`» per dire «poi emendero`», dicendo invece chiaramente il tanto su cui era d’accordo e il poco ma importantissimo su cui dissentiva sono ormai molto note qua dentro e fuori di qui ed e` gia` un successo non decisivo, ma sempre un successo.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

 caratteri massimo. Il testo eccedente verrà troncato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>