Riforme, le ragioni dei resistenti

chiti«Io non ho mai chie­sto al pre­si­dente della Repub­blica di inter­ve­nire. Ma visto che ha deciso di farlo, mi sarei aspet­tato da lui un forte richiamo al rispetto delle pro­ce­dure». Invece Gior­gio Napo­li­tano non ha detto quello che desi­de­rava il sena­tore Van­nino Chiti, diven­tato nelle ultime set­ti­mane il por­ta­voce dei (non tanti) sena­tori che si oppon­gono alla riforma costi­tu­zio­nale del governo. Il capo dello stato non ha ecce­pito sui tempi con­tin­gen­tati, sul fatto che gli emen­da­menti dei rela­tori siano stati espli­ci­ta­mente «vistati» dal governo igno­rando per­sino le forme dell’autonomia par­la­men­tare. Al con­tra­rio, Napo­li­tano ha fischiato la fine della par­tita. Ha dato ragione a Renzi e alla sua fretta, e lo ha fatto in pen­denza di una richie­sta al pre­si­dente del senato di con­ce­dere più tempo per l’esame del dise­gno di legge costi­tu­zio­nale. Che così è rima­sto nelle mani dei rela­tori — che lo emen­dano ancora, fino a ieri sera, con­cor­dando ogni pas­sag­gio con la mini­stra Boschi — che vogliono chiu­dere in com­mis­sione entro oggi e arri­vare già domani o più pro­ba­bil­mente mar­tedì pros­simo in aula. Dove il «patto del Naza­reno», fir­mato da Renzi e Ber­lu­sconi e con­tro­fir­mato al Qui­ri­nale, può dirsi blindato.

I più otti­mi­sti tra gli avver­sari della riforma imma­gi­nano di tra­sfor­mare l’emiciclo di palazzo Madama — che nei piani di Renzi dovrà acco­gliere 100 tra con­si­glieri regio­nali e sin­daci al posto dei 320 sena­tori che oggi lo abi­tano — in un «Viet­nam». I numeri dicono pur­troppo un’altra cosa: per quanti dis­si­denti potranno esserci nei due par­titi con­traenti del patto, non arri­ve­ranno a una qua­ran­tina tra Pd e Forza Ita­lia, più qual­che sin­gola unità nei gruppi minori. Renzi non avrà la mag­gio­ranza dei due terzi, che però serve solo nelle ultime due let­ture e nel caso (impro­ba­bile) il pre­si­dente del Con­si­glio abbia paura del refe­ren­dum con­fer­ma­tivo. Avrà però una comoda e suf­fi­ciente mag­gio­ranza asso­luta. L’ostruzionismo par­la­men­tare, spe­cie di un gruppo nume­roso come i 5 stelle, potrà allun­gare un po’ la discus­sione, ma peserà soprat­tutto il richiamo di Napo­li­tano a «evi­tare ulte­riori spo­sta­menti in avanti dei tempi».
Si annun­cia una sit-in di pro­te­sta mar­tedì. Ma se in aula sarà bat­ta­glia, quello che si è riu­nito ieri per tutto il pome­rig­gio a Roma è di certo il quar­tier gene­rale delle truppe resi­stenti. Pochi sena­tori — Chiti, Cas­son, Mineo, Tocci, Mario Mauro — e molti costi­tu­zio­na­li­sti, tra i più auto­re­voli. L’associazione per la demo­cra­zia costi­tu­zio­nale e altre asso­cia­zioni hanno chia­mato a rac­colta quelli che per Renzi, ma ormai anche per la sin­tesi dei gior­nali e tg, sono sem­pli­ce­mente i «fre­na­tori». Del pro­fes­sor Ales­san­dro Pace l’epitome di un arti­co­lato lavoro di ana­lisi cri­tica delle pro­po­ste del governo, così come si sono evo­lute negli ultimi mesi: «Que­sta revi­sione costi­tu­zio­nale, in cop­pia con l’annunciata legge elet­to­rale mag­gio­ri­ta­ria, rea­liz­zerà una con­cen­tra­zione di potere in una sola coa­li­zione, per non dire in un solo par­tito, per non dire in un solo uomo, incom­pa­ti­bile con una demo­cra­zia liberale».

Molti gli inter­venti. Da Lorenza Car­las­sare che ha ricor­dato come tagliare la rap­pre­sen­tanza, anche quella delle liste non coa­liz­zate che dun­que sulla «gover­na­bi­lità» non hanno effetto, punti a tenere fuori dal par­la­mento inte­ressi «non con­formi», a Mas­simo Vil­lone che ha spie­gato come la forma di governo pro­po­sta dal governo vada molto al di là del semi­pre­si­den­zia­li­smo fran­cese, per­ché in Ita­lia si eleg­gerà «un lea­der con la sua mag­gio­ranza» senza con­trap­pesi effet­tivi. Gae­tano Azza­riti ha illu­strato le alter­na­tive pos­si­bili, una volta fatta la scelta del bica­me­ra­li­smo non pari­ta­rio, al pre­scelto «senato delle auto­no­mie», quella che è «la scelte più con­ser­va­tiva, fatta oltre­tutto fuori tempo mas­simo adesso che il per­so­nale poli­tico delle regioni è tra i più squa­li­fi­cati». Tra le diverse «apo­rie della riforma costi­tu­zio­nale», come da titolo del con­ve­gno, Raniero La Valle ha segna­lato anche il fatto che sarà la sola camera, e dun­que in virtù della legge elet­to­rale ultra mag­gio­ri­ta­ria un solo par­tito, a deli­be­rare lo stato di guerra. E Gianni Fer­rara ha deli­neato i con­torni di un «regime elet­to­rale auto­ri­ta­rio» che, gra­zie a «un par­la­mento dele­git­ti­mato che Napo­li­tano avrebbe dovuto scio­gliere», si avvia a fare dell’Italia, ancora una volta, il labo­ra­to­rio di un nuovo sistema isti­tu­zio­nale dove tutto il potere è con­cen­trato sulla prima mino­ranza. È forse que­sto quello che, dav­vero, ci chiede l’Europa?

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