Riforme, Big George ha detto stop

Aula SenatoOtto sedute per votare otto emen­da­menti, tutti dei rela­tori e solo sugli aspetti secon­dari della riforma costi­tu­zio­nale. È il lavoro svolto dalla prima com­mis­sione del senato nelle ultime due set­ti­mane. Restano da defi­nire la fun­zione e la com­po­si­zione delle camere e manca ancora l’intero capi­tolo del regio­na­li­smo, il famoso Titolo V. Biso­gna votare altri dodici emen­da­menti dei rela­tori su tutti gli aspetti cen­trali della riforma (come si scel­gono i sena­tori? di cosa si devono occu­pare?) e ci sono un numero enorme di pro­po­ste alter­na­tive della mag­gio­ranza «allar­gata» e della mino­ranza. Ebbene, per rispet­tare la tabella di mar­cia, tutto que­sto lavoro biso­gnerà farlo in due o tre giorni. E se fino a ieri a det­tare i tempi del senato era il capo del governo, adesso è diret­ta­mente il capo dello stato.
Una mossa mai vista da parte del pre­si­dente Napo­li­tano, che ieri ha deciso di inter­ve­nire in prima per­sona nel dibat­tito, acce­sis­simo in que­ste ore, tra soste­ni­tori e cri­tici della riforma costi­tu­zio­nale gover­na­tiva. Basta, ha detto, si è discusso abbastanza.

Che si debba cor­rere lo sostiene Renzi, eppure il pre­si­dente della Repub­blica assi­cura di par­lare «senza pro­nun­ciarsi sui ter­mini delle scelte in discus­sione». Ma i ter­mini, adesso, sono pro­prio que­sti: biso­gna neces­sa­ria­mente chiu­dere al senato entro la pausa estiva, o c’è il tempo di cor­reg­gere l’esecutivo? Non c’è tempo, dice il Qui­ri­nale. Secondo il Colle biso­gna evi­tare «ulte­riori spo­sta­menti in avanti dei tempi di un con­fronto che non può sci­vo­lare, come troppe volte è già acca­duto, nell’inconcludenza».

A Napo­li­tano si erano rivolti in molti in que­sti giorni. Ma per la ragione oppo­sta: invi­ta­vano il pre­si­dente, garante di tutti, a tute­lare la sepa­ra­zione di ruoli tra il par­la­mento e l’esecutivo, spe­cie in mate­ria di leggi di revi­sione costi­tu­zio­nale. La legge in discus­sione, in par­ti­co­lare, è stata scritta diret­ta­mente dal pre­si­dente del Con­si­glio. Gli emen­da­menti accolti sono stati tutti discussi a palazzo Chigi. E i tempi della discus­sione sono quelli che vuole il capo del governo, che da marzo sta andando avanti di ulti­ma­tum in ulti­ma­tum. Tant’è che un gruppo di sena­tori, i cosid­detti «dis­si­denti» di tutti i par­titi, era pronto a chie­dere al pre­si­dente del senato di espri­mersi, e di asse­gnare alla com­mis­sione e all’aula un con­gruo tempo di appro­fon­di­mento. Chie­de­vano alla seconda carica dello stato, Grasso, di fre­nare la corsa di Renzi. È stato pro­prio in que­sto momento che ha deciso di inter­ve­nire la prima carica, Napo­li­tano. Per accelerare.

La nota del Colle sposa in tutto l’impostazione ren­ziana, e abbonda di rife­ri­menti per dimo­strare che ormai del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio e «delle sue rica­dute nega­tive sul pro­cesso di for­ma­zione delle leggi» si è discusso abba­stanza. Il pre­si­dente dice che c’è stata «un’ampia aper­tura di dibat­tito» e che si è «pro­lun­gata note­vol­mente rispetto agli annunci ini­ziali», cioè la pro­messa di Renzi di chiu­dere al senato in un mese, entro lo scorso 25 mag­gio. Non solo: il capo dello stato si spinge a valu­tare la quan­tità di audi­zioni che sono state svolte in com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali al senato — «lar­ghe audi­zioni» — e non tra­scura un giu­di­zio sul numero di cor­re­zioni sug­ge­rite dai rela­tori al testo del governo (con l’ok del governo) — «ricca messe di emendamenti».

La cro­naca par­la­men­tare del Colle spa­lanca al dise­gno di legge Renzi-Boschi le porte dell’aula del senato. Che ha biso­gno di acco­gliere la «grande riforma» ren­ziana tra la fine di que­sta set­ti­mana e l’inizio della pros­sima, al mas­simo. È que­sta la con­di­zione indi­spen­sa­bile per pro­vare a man­dare gli ita­liani, e i par­la­men­tari, in vacanza con un primo pas­sag­gio com­piuto sulle riforme costi­tu­zio­nali. È la prima emer­genza nazio­nale? Non pare, ma a Renzi importa così e il par­la­mento, sezione distac­cata di palazzo Chigi, deve ade­guarsi. Ieri sera c’è stata l’ennesima riu­nione dei sena­tori del Pd, anche que­sta dedi­cata non a discu­tere l’impostazione gover­na­tiva ma a richia­mare all’ordine i dis­si­denti. Tant’è che Renzi non si è nean­che pre­sen­tato: non c’era nulla da spie­gare. Nes­suna rispo­sta nean­che sulle que­stioni rima­ste senza solu­zione, quelle che anche i ren­ziani ammet­tono che andranno registrate.

Così è ancora pre­vi­sto che il pre­si­dente della Repub­blica sia eleg­gi­bile da un solo par­tito, che i depu­tati non dimi­nui­scano di un’unità (vani­fi­cando il decan­tato «rispar­mio» sul senato), che un sin­daco o un con­si­gliere regio­nale nei guai con la giu­sti­zia pos­sano tro­vare riparo nell’immunità sena­to­riale… Si cor­reg­gerà? E come? Solo a chie­derlo si fini­sce tra i fre­na­tor. La fretta è per­sino mag­giore di quella che guidò alla camera l’approvazione della legge elet­to­rale, quella che adesso tutti vogliono cam­biare. O in altre legi­sla­ture ispirò le riforme costi­tu­zio­nali dell’articolo 81 e di tutto il Titolo V, due fal­li­menti riconosciuti.

Da ieri sera il «patto del Naza­reno» tra Renzi e Ber­lu­sconi è più forte. La guar­dia di Napo­li­tano inde­bo­li­sce i sena­tori cri­tici e lascia poco spa­zio ai ten­ta­tivi di cor­re­zione della riforma. Sono oltre qua­ranta gli arti­coli della Costi­tu­zione da modi­fi­care e l’importante, dice Napo­li­tano, è farlo. Se c’è un argo­mento che il pre­si­dente della Repub­blica dimen­tica, ecco a ricor­darlo il capo­gruppo Pd Zanda: è urgente tra­sfor­mare sin­daci e con­si­glieri regio­nali in sena­tori per­ché «ce lo chiede l’Europa».

5 commenti

  • Un’osservazione a questo articolo: ma i senatori dissidenti, con il dovuto rispetto per la carica istituzionale, non potrebbero continuare a fare di testa loro? E’ vero che la vogliono stravolgere, ma l’attuale Costituzione non prevede che il presidente della Repubblica determini la volontà dei parlamentari in materia di riforme. Forse, senza tante parole, basterebbe dire un semplice “no” a questa riforma e magari stavolta a “farsene una ragione” saranno altri.

  • Arroganza chiama arroganza. Non posso pensare che a Napolitano sfugga la gravità del vulnus procurato alle Istituzioni – e, in particolare, al Parlamento – dalla permanenza in vita di ‘ questo ‘ Parlamento, eletto come sappiamo. Tra lo scioglimento immediato del Parlamento ( prima, cioè, che fosse varata una legge elettorale che recepisse le indicazioni della Consulta: e non è questo, certamente, il caso dell’ Italicum ) e l’ incoraggiare, prima, la discutibilissima operazione di Renzi ai danni di Letta e, poi, l’ autentica ‘ overdose riformatrice ‘ dell’ attuale governo, ci sarebbero state – solo che lo si fosse voluto – alcune ‘ vie di mezzo ‘ da poter intraprendere con saggezza e amore per il proprio Paese. Quella che, fino a qualche mese fa, poteva sembrare una preoccupazione intellettuale di qualche ‘ professorone ‘, appare, oggi, in tutta la sua drammatica e cruda verità: davanti alla crisi della politica e alla perdita di credibilità delle istituzioni repubblicane, si è invece deliberatamente scelto di ‘ normalizzare ‘ sia l’ una ( la politica ) che le altre ( le Istituzioni ). Se l’ inquilino del Quirinale avesse provato metà della vergogna avvertita da noi, cittadini comuni, in occasione della mancata, regolare elezione di un suo successore, avrebbe potuto e dovuto cogliere l’ occasione per sollecitare le forze politiche in direzione di una serie ‘ legge sui partiti ‘ che attuasse l’ art.49 della Costituzione. Una legge siffatta- limitando la polipesca invadenza dei partiti in ogni ganglo vitale dell’ apparato statuale e sociale – avrebbe potuto affrontare il tema della corruzione ( cuore della berlingueriana ‘ questione morale ‘ ) con una ben diversa efficacia e, nel contempo, avrebbe restituito ai partiti una nuova credibilità e una autorevolezza, da tempo smarrita. Ma l’ obiettivo, purtroppo, era quello opposto : commissariare la democrazia, accrescere il potere di una ristretta oligarchia, esaltare il… totem della governabilità e mortificare qualsiasi barlume di rappresentatività. Non si spiegherebbe altrimenti questa allucinante sequenza di attacchi alla Costituzione, alle Istituzioni, alla democrazia e, infine, alla politica – intesa come libero e anche conflittuale confronto di idee e posizioni diverse – motivati ora dalla necessità di liberare il Paese dalla indegna figura del signore di Arcore, ora dal rispetto degli… impegni internazionali, ora dalla urgenza di ammodernare il Paese , rendendolo più efficiente e più competitivo.
    Qualcuno riuscirà a spiegare a Napolitano che , in una democrazia, il principio della separazione dei poteri è leggermente più importante del valore della ‘ governabilità ‘ ? Che un esecutivo autorevole ( cosa ben diversa dal governo autoritario che , un giorno sì e uno no, minaccia di andarsene se non si fa quello che ha deciso ‘ l’ uomo solo al comando ‘)non può ridurre il Parlamento ad organo di pura ratifica della propria iniziativa legislativa? Che una legge elettorale che elimina di fatto le minoranze o le sottopone al ricatto e alla ‘ dittatura ‘ della maggioranza, non ci renderà più moderni e competitivi ? Che lo spoyl system e le epurazioni non sono pratiche di cui un paese democratico può andar fiero?
    Ecc., ecc. ? C’ è, insomma, in questo nostro complicato Paese, qualcuno che possa spiegare a Napolitano che ai cittadini – sono sicuro, anche a molti di quelli che votano Pd – piace infinitamente di più la Costituzione nata dalla resistenza e dal lavoro serio e ponderato dei padri costituenti che non questa, che si profila, frutto di tanta arroganza, di una discreta ignoranza e – perché no – di una buona dose di populismo , camuffato da ‘ straordinarie capacità comunicative ‘ ?

    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

  • Eì surreale questa situazione. Il Presidente ha fretta. E’ nei 90 anni. Renzi ha fretta. deve consolidarsi. Il Presidente e il Governo propongono e il Parlamento dovrebbe eseguire. Si è stravolta la Costituzione. L’Esecutivo…esegue ciò che decide il Parlamento e non il contrario. Siamo alla vittoria della demagogia. Si vuol far credere agli Italiani che se si elimina il Senato ..troveranno lavoro, i trasporti funzioneranno, gli Ospedali salveranno tutti, lo stato sociale è realizzato, i pensionati vivranno due volte, sarà…quattro volte Natale….Veramente una pagliacciata! Era tragedia. Ora è farsa. Che pena i Parlamentari che si piegano sotto il peso…delle promesse di ricandidatura. Non hanno capito e presumono di restare in Parlamento a vita.

  • L’Europa ci chiede di ” trasformare sindaci e consiglieri regionali in senatori” ?. Fuori il documento,scritto o verbale,da cui risulta tale richiesta EUROPEA !. Nell’attesa salutiamo fiduciosi l’annunciatore della novella.

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